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E allora qual è lo stile che differenzia dalla massa l’uomo chic? Lo stile dell’uomo che non segue la moda, ma la studia. Di chi sa riconoscere la storia di idee e di mani che ogni capo Made in Italy vuole raccontare risponde deciso Ermanno Scervino, stilista fiorentino che alle collezioni femminili lavorate artigianalmente nella fabbrica atelier di Grassina affianca ad ogni stagione anche quelle maschili Una cultura che lo rende trendsetter senza eccessivi formalismi e stravaganze. un dandy contemporaneo e colto.

Dalla strada alla sartoria. Eccola allora la moda maschile che nasce dalla strada il famoso street style (che in Toscana si ritrova in marchi come Roy Roger’s e Peuterey), fatto di comodi jeans, di piumini colorati sempre più sartoriali, di felpe e t shirt stampate, di camicie a righe, a quadri, a fiori e si evolve passo dopo passo verso la raffinatezza “all’italiana” di camicie perfette (spesso fatte a mano, uno sfizio che tanti uomini continuano a concedersi, ancora a prezzi abbastanza accessibili), di abiti tagliati e cuciti in tessuti di lana, cotone o lino che fanno la differenza, di cravatte dalle fantasie eleganti ma con un pizzico di eccentrica contemporaneità. Del resto l’uomo italiano del ‘900, anche se poco abbiente basta sfogliare gli album di famiglia, quelli con le foto seppiate o ingiallite dal tempo ha sempre cercato di vestirsi, almeno per le feste comandate, con una certa eleganza. Spesso guardando anche oltre oceano, alla Hollywood dei grandi divi. C’è una foto del 1936 in cui Gary Cooper, bellissimo uomo e grande attore, mostra un’eleganza di un’attualità estrema: giacca color carta da zucchero chiara, camicia bianca e cravatta sui toni del blu. Un outfit che potrebbe portare anche un giovane di oggi.

Il ruolo della moda. Con l’evoluzione della società, con le conquiste sociali e con il miglioramento delle condizioni di vita, si è evoluta anche la moda. Che negli anni ’50 ’60 ha avuto spesso un ruolo di rottura nei confronti delle convenzioni sociali che le nuove generazioni cercavano di abbattere. Prendiamo la Swinging London dei Sessanta: una città in fermento dove la moda insieme alla musica aveva la funzione di dare una estrema visibilità ai movimenti giovanili e alla voglia di cambiamento. Voglia di cambiare e di lottare, come fecero gli studenti del maggio francese era il 1968 con Dany il Rosso (Daniel Cohn Bendit, diventato poi deputato europeo dei Verdi) che guidava in eskimo la rivolta all’università di Nanterre e allaSorbonne. I Beatles, che all’inizio portavano i capelli corti ben pettinati e vestivano sempre con camicia e cravatta, calzando i tipici stivaletti alla caviglia con elastico laterale (detti, appunto, Beatles, ancora oggi una scarpa trendy) cominciarono ad allungarsi i capelli e a vestire abiti dalle fantasie sgargianti.

Trasgressione. La moda floreale, derivata dagli hippies, diventava simbolo di trasgressione, spesso accompagnata da esperienze allucinogene. L’ascetismo indiano faceva presa sui giovani in cerca di una nuova spiritualità, portando alla ribalta abiti ricamati bisex, mentre Mary Quant metteva le ragazze in minigonna, liberandole dalle schiavitù dei tailler “ingessati” ereditati dal perbenismo anni ’50. però nei Settanta che la moda, dopo le stile “figli dei fiori”, torna in qualche modo a guardare al passato, dopo il decennio precedente che era stato di grande rottura. Va alla riscoperta di stilemi d’antan che, in quel periodo, si ritrovano anche in televisione e al cinema. “American Graffiti” e Fonzie, ovvero “Happy Days” che raccontava i giorni felici a cavallo degli anni Cinquanta e i primi Sessanta.

Fonzie e il suo giubbotto. Il giubbotto di Fonzie in pelle nera, corto in vita, con le cerniere, diventa un simbolo di modernità e ribellione. E fra corsi e ricorsi (Vico insegna) ancora oggi è un indumento “alla moda”, sempre intriso di quel fascino ribelle che lo ha caratterizzato fin dall’inizio. Un capo che anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha indossato nei mesi scorsi, rompendo gli schemi del politico paludato in abiti blu o grigi.

I nuovi ricchi. La Milano da bere degli anni Ottanta, craxiana e rampante, ha caratterizzato anche la stagione della moda: opulenta (grazie ai nuovi ricchi), vistosa, ammiccante, per niente chic. Anzi, molto kitsch. Non solo per la donna, ma anche per l’uomo, con spallone e doppiopetto. negli anni ’90 che la moda conosce finalmente un nuovo corso, colorato, contemporaneo, sportivo ed elegante al tempo stesso.

I grandi cambiamenti. Ma facciamo parlare di nuovo Ermanno Scervino, per capire i cambiamenti al maschile degli ultimi dieci quindici anni. La moda uomo ha ormai la stessa importanza di quella femminile. Gli uomini sono sempre più attenti a quelle che sono le proposte. Sapersi vestire nel modo giusto spiega è diventata anche una consuetudine tipicamente maschile, seppure per anni gli stilisti si siano focalizzati principalmente sul rivalutare la bellezza delle donne attraverso look sempre più intriganti ed eleganti.

Ma quali sono chiediamo i capi indispensabili che un uomo deve avere nel proprio guardaroba, dal lavoro al tempo libero fino a sera? La camicia bianca è fondamentale in qualsiasi guardaroba maschile spiega Scervino da indossare con un blazer dal taglio sartoriale. Sicuramente occorre una sciarpa in cashmere.

E quali sono, invece, i veri capi di qualità e contenuto moda che possono durare anni? Sono i capi Made in Italy risponde lo stilista fiorentino frutto di abilità artigianale e stile senza tempo, come un completo sartoriale. Un abbigliamento, però, che deve essere anche semplificato per l’uso quotidiano. A partire dalle stoffe. Per cui, dice Ermanno, servono materiali tecnici di lusso, cotoni stonewashed e lane lavorate double. Ma Scervino come si veste? Non faccio distinzioni tra l’abbigliamento nel quotidiano o nelle occasioni speciali. Faccio sempre molta attenzione agli abbinamenti e ai dettagli.

Solo per uomini. Alle Caldine,sulle colline di Fiesole, c’è la sede di una maison del lusso solo maschile, la Stefano Ricci, griffe che veste manager e principi con capi che fondono tessuti super pregiati, bottoni e fibbie in metalli preziosi: 42 negozinel mondo, 300 dipendenti solo in Italia (per la maggior parte artigiani che tagliano e cuciono a mano, dagli abiti alle cravatte), un’esportazione pari all’85% della produzione. Nei primi sei mesi di quest’anno la maison ha realizzato un fatturato consolidato di 73,5 milioni di euro in crescita del 21%. Stiamo rispettando le previsioni legate alla costante ricerca dei più alti livelli qualitativi ha detto di recente Niccolò Ricci, amministratore delegato

del marchio, figlio del fondatore Stefano, affiancato in azienda dal fratello Filippo alla direzione creativa. Perché la qualità, è evidente, paga in termini di crescita, specialmente se sull’etichetta si legge anche Made in Tuscany, tre parole che rappresentano un grande valore aggiunto.
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