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BACO DA SETA o Filugello (lat. scient. Bombyx mori L.; sinonimo: Sericaria mori; fr. ver à soie; sp. gusano de seda; ted. Seidenwurm; ingl. silkworm; provenzale magnan, da cui i termini francesi magnanerie e magnanier per indicare il locale in cui si allevano i bachi, e la persona che è addetta all’allevamento; dialetto milan. bigatt, da cui i termini italiani bigattiera e bigattino, corrispondenti a quelli francesi sopra riferiti). Il genere Sericaria (dal latino sericarius “lavoratore di seta”) fu introdotto dal Latreille nel 1825 per indicare altri Lepidotteri che filano un , diversi dal baco da seta; fu applicato al baco nel 1872 dal Moore, mentre oggi la maggior parte degli autori sono ritornati alla più antica denominazione. Questo notissimo insetto appartiene all’ordine dei Lepidotteri, famiglia Bombycidae. allevato ormai in tutte le parti del mondo per la seta che si ricava dal suo . Non si conosce più la forma selvatica. In Cina è stato trovato sul gelso un altro lepidottero più piccolo, che fila un bozzoletto bianco poco resistente e differisce dal baco da seta anche per altri caratteri. Si ritiene che questa farfalla, denominata Theophila mandarina (Moore 1872), possa essere la forma originaria del baco da seta.

L’origine dell’allevamento del baco da seta si perde nella leggenda. In uno dei libri di Confucio si trova ricordata una tradizione secondo la quale un’imperatrice cinese, avrebbe insegnato ad allevare il baco da seta e ad estrarre la seta dal più di 2600 anni a. C.; per questo beneficio recato al suo popolo fu divinizzata e adorata come dea della seta. Secondo uno storico cinese, in un tempo anche più remoto, nel 2900 a. C., la seta era già adoperata per fare le 36 corde del liuto. Certo è che l’uso di allevare il baco, in Cina, fu sempre tenuto in grande onore presso la corte imperiale e dalla corte fu diffuso e insegnato a tutto il popolo. Si ha ragione di ritenere che i Cinesi fossero gelosissimi di questa loro coltura e cercassero con ogni mezzo di conservarne il segreto. Ciò nonostante, nel sec. IV dell’era volgare, una principessa che andò sposa al re di Kothan (oggi Turkestan cinese), per non rinunciare al suo abbigliamento, portò fuori del suo paese, nascoste nei capelli, le uova del prezioso insetto, che poi passò in India e quasi contemporaneamente nel Giappone.

I Greci e i Romani dei primi secoli dell’era cristiana adoperavano la seta senza conoscerne l’origine; la comperavano dai mercanti cinesi, pagandola a peso d’oro. Le spedizioni in Oriente promosse dall’imperatore Marco Aurelio nel 160 d. C. per carpire il prezioso segreto non riuscirono nell’intento.

L’introduzione in Europa della coltura del filugello si deve a due monaci dell’ordine di S. Basilio, i quali, essendo andati come missionar in India, spintisi fino in Cina, al loro ritorno nel 551 d. C. si presentarono all’imperatore Giustiniano e gli narrarono di aver visto che la seta è un prodotto di alcuni animali e di aver appreso il modo di allevarli. Persuasi dall’imperatore, con promesse e preghiere, ritornarono sui luoghi, e riportarono a Bisanzio le uova del baco da seta, nascoste entro il cavo dei loro bastoni di bambù. Queste uova furono covate nel letame, e in primavera si svilupparono i bacolini, che, nutriti con foglia di gelso, compirono regolarmente il loro sviluppo. La bachicoltura in Europa era incominciata. Da Costantinopoli si diffuse nella Grecia, e di qui in Italia. Per quanto in molti trattati l’introduzione della bachicoltura nel nostro paese venga attribuita a Ruggero II re di Sicilia, nella prima metà del sec. XII, pure è certo ormai che esisteva nella provincia di Avellino già nel 1036.

Se l’unica importazione di uova di bachi da seta in Europa, almeno fino alla seconda metà del secolo passato, fosse stata quella avvenuta per opera dei due monaci di S. Basilio, bisognerebbe concludere che tutte le razze esistenti nelle regioni sericicole di Europa, tanto diverse dalle razze orientali, si siano formate a poco a poco per effetto della selezione e dell’ambiente. Questa è infatti l’opinione accettata da parecchi autori; ma altri ritengono invece che siano avvenute varie successive importazioni dalla Persia. Lo studio delle razze attuali, paragonate con quello che ci è noto delle antiche, non basta a risolvere tale importante questione.

Le razze oggi conosciute si contano a centinaia, perché in ogni luogo dove l’allevamento del baco da seta da secoli è divenuto consuetudine, se ne sono formate delle nuove; molte però, che vanno in commercio con nomi diversi, differiscono pochissimo le une dalle altre.

Dal punto di vista commerciale, si distinguono le razze europee (quasi tutte italiane e francesi) da quelle orientali (cinesi e giapponesi) e da quelle cosiddette di levante (persiane, turche, ecc.). Le più pregiate sono le europee, ma anche da noi vengono allevate le orientali, per la loro maggiore resistenza a certe malattie.

In ognuno dei gruppi citati i caratteri che si prendono in considerazione sono quelli riguardanti i bozzoli, essendo questi lo scopo finale della bachicoltura. I bozzoli si distinguono per il colore, che può essere bianco, verdastro, giallo carnicino, giallo oro, roseo, ecc.; per la forma, che può essere ovale, più o meno allungata, tondeggiante, strozzata nel mezzo, ecc.; per la ricchezza di seta. Oltre ai tipi commerciabili ve ne sono altri di scarso valore, che da noi si coltivano solo nei laborator per curiosità o a scopo di studio. Nessuna importanza si dà in pratica alla pigmentazione delle larve, perché da essa sembrano affatto indipendenti i caratteri del : eppure può essere molto varia (bianca, rigata mora, giallastra) e fornisce un buon esempio di caratteri perfettamente mendeliani (v. tavola a colori).

Altre distinzioni di razze sono fondate su criter fisiologici; i principali sono il voltinismo e il numero delle mute allo stato larvale. Il voltinismo è dato dal numero delle generazioni che una data razza, in condizioni normali, compie in un anno. Questo numero può variare da uno a otto. Le razze con una sola generazione annuale si dicono univoltine o monovoltine, quelle con più generazioni si dicono polivoltine, e, alla loro volta, si distinguono in bivoltine, trivoltine, tetravoitine, ecc., a seconda che hanno due, tre, quattro, ecc. generazioni annuali. Le razze europee sono tutte univoltine. Tra le orientali ve ne sono delle univoltine e delle polivoltine; al Madagascar si hanno razze che normalmente compiono cinque generazioni annuali; al Bengala ne compiono otto senza interruzione. questione controversa se il voltinismo dipenda solo dall’ambiente, ovvero sia conseguenza di cause interne particolari delle singole razze. Senza entrare nella questione insolubile delle origini, si può dire che oggi razze con voltinismo differente coesistono negli stessi luoghi, conservando il loro carattere. Il numero delle mute larvali, di regola, è quattro. Alcune razze invece ne compiono soltanto tre e si dicono treotte. Non vi è rapporto tra numero delle mute e voltinismo.

L’allevamento del baco da seta è un’industria familiare, che nel nostro paese ha un’importanza grandissima per l’economia nazionale (v. oltre: la bachicoltura). Noi possiamo solo congetturare, quali siano stati i costumi di questo insetto allo stato selvatico; quattromila e più anni di domesticità ne hanno in tal modo alterati gl’istinti, che oggi, abbandonato a sé stesso, finisce con l’andare perduto prima di giungere a maturità.

Sverna allo stato di uovo; probabilmente in origine le uova saranno state deposte sui rami del gelso; oggi le farfalle le depongono indifferentemente su qualunque sostegno, ma, per le necessità dell’industria, è necessario raccogliere ogni ovatura in un sacchetto di carta o di tela. Dopo aver esaminata al microscopio ogni farfalla per osservare se è sana o infestata da un protozoo parassita che produce la malattia detta pebrina, le uova vengono distaccate, lavate e messe in commercio col nome improprio di seme bachi. L’unità di misura del seme bachi è l’oncia di 30 grammi. In un’oncia si contano circa 40.000 uova nelle razze europee, da 50 a 60.000 nelle razze orientali; da queste cifre si deduce che il peso di un uovo varia da poco più di 7/10 di milligrammo a meno di milligrammo. La forma è di regola lenticolare, ma in qualche razza orientale è a fuso; il diametro maggiore oscilla intorno al millimetro. Il colore dell’uovo appena deposto appare giallo più o meno chiaro, dopo due o tre giorni diventa rosso vinoso e poi grigio ardesia con tonalità differenti. Questi apparenti cambiamenti sono dovuti alla formazione e alla pigmentazione di una delle membrane embrionali, la membrana sierosa, che si vede per trasparenza attraverso il guscio; i gusci, per sé stessi, hanno colore bianco o giallo. Lo sviluppo dell’embrione comincia subito dopo la fecondazione e la deposizione dell’uovo, ma nelle razze annuali di mano in mano si rallenta e si arresta quasi del tutto dopo quattro o cinque giorni. S’inizia allora un lungo periodo di riposo detto diapausa, che dura dalla seconda metà di giugno fino al mese di aprile. Quando la temperatura s’innalza al disopra del 15, lo sviluppo riprende e prosegue fino alla nascita della giovane larva, nascita che avviene dopo circa 3 settimane. Nell’industria è indispensabile regolare la durata della diapausa e l’epoca delle nascite in modo che le uova si schiudano in un breve intervallo di tempo e le larve ne sguscino quando la stagione è propizia per l’allevamento. A questo scopo si ricorre a metodi speciali di conservazione del seme e d’incubazione.

L’alimento naturale del baco da seta è la foglia del gelso; ma le giovani larve, ancora non nutrite col gelso, non sdegnano altre piante, quali la lattuga, la scorzonera, la maclura. Con nessuno di questi surrogati è possibile portare a termine un allevamento in buone condizioni.

Il bacolino, appena nato (fig. 1), è scuro, con lunghi peli; ha una lunghezza di circa 3 millimetri e un peso a un dipresso di mezzo milligrammo. Nello spazio di un mese circa compie la sua vita larvale e si prepara a tessere il per trasformarvisi in crisalide. La larva, al suo massimo accrescimento, è di colore vario a seconda delle razze;
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è provvista di corti peli non appariscenti, raggiunge la lunghezza di 9 centimetri e pesa più di 4 grammi. La lunghezza è quindi cresciuta 30 volte e il peso 9.000 volte.

Questo straordinario sviluppo non avviene con una progressione continua, ma a tappe separate l’una dall’altra da una muta, detta dagli allevatori dormita. Gl’intervalli di tempo che passano tra la nascita e la prima muta, tra due mute successive, e infine tra l’ultima muta larvale, che di regola è la quarta, e la maturità del baco, si dicono età (fig. 2). Durante ogni muta il baco resta immobile, aggrappato al sostegno con le pseudozampe addominali, mentre il torace e il capo restano sollevati. Tra i fenomeni che avvengono durante la muta, quello che più attira l’attenzione è il cambiamento della pelle. Il rivestimento esterno del capo si distacca e cade, e dall’apertura che si forma esce fuori il baco col tegumento rinnovato, lasciando dietro di sé la vecchia spoglia. Con l’esame microscopico si può vedere che si è rinnovato in gran parte anche l’intestino; le cellule che hanno funzionato durante un’età si distruggono, si eliminano e vengono sostituite da altre di nuova formazione. In tal modo il baco non solo acquista la possibilità di aumentare il suo volume, ma riprende la capacità di assimilazione del nutrimento che si era andata affievolendo, così che restano giustificate le espressioni di prima giovinezza, seconda giovinezza, ecc., date dai Cinesi ad ogni singola età.

Quando si approssima il termine della vita larvale, il baco vuota l’intestino di tutti i residui di foglia non digeriti e si prepara a tessere il ; si dice allora che è maturo, perché il corpo è diventato traslucido, come un frutto maturo. All’immobilità, alla pigrizia, che avevano contrassegnato il suo periodo di vita larvale, succede un periodo di agitazione e di movimento. Il baco si sposta, rivolge il capo a destra e a sinistra e cerca di arrampicarsi per trovare un sostegno su cui fissare il filo di seta destinato a sostenere il . In questo periodo, si forniscono ai bachi dei fascetti di erica o di altri ramoscelli secchi, opportunamente disposti, che si dicono boschi (fig. 3).

A compiere la tessitura del il baco impiega da tre a quattro giorni, poi nell’interno del compie un’altra muta e si trasforma in crisalide. Lo stato di crisalide dura circa tre settimane. Compiuta la metamorfosi, dalla crisalide esce la farfalla (fig. 4), la quale si libera dalla prigione del allargando i fili, senza romperli, per mezzo di un liquido alcalino che secerne dalla parte anteriore dell’intestino. Le farfalle hanno solo il compito di provvedere alla conservazione della specie. Non si nutrono affatto; tutto il loro apparato digerente è fortemente ridotto. Gl’individui dei due sessi non differiscono molto tra di loro: le femmine, in complesso, sono più grandi, più pesanti, più tozze; i maschi più piccoli e più snelli (fig. 4). Non volano né le une né gli altri; ma, mentre le femmine restano immobili, o quasi, i maschi camminano alla ricerca delle femmine e agitano continuamente le ali; per questo loro comportamento si distinguono con grande facilità. Avvenuto l’accoppiamento, la femmina comincia la deposizione delle uova, che di regola è completa in una giornata o poco più.

Ogni femmina può deporre in media da 400 a 500 uova. Dopo la deposizione può vivere ancora una settimana circa, più o meno, a seconda delle sue condizioni di sanità, dell’ambiente, della temperatura, ecc.; altrettanto può dirsi dei maschi.

In pratica, per la filatura della seta, bisogna impedire il deterioramento del , prodotto dall’uscita delle farfalle, e perciò si fanno morire le crisalidi con var sistemi.

Il ciclo ora descritto è quello delle razze annuali. Nelle bivoltine, le uova che hanno passato l’inverno, si schiudono in primavera, contemporaneamente o un po’ prima di quelle annuali. La vita larvale si svolge in un intervallo di tempo un po’ più breve, e così pure è un po’ più breve il periodo della ninfosi, cioè quello della metamorfosi del baco in farfalla. Le farfalle fecondate depongono uova che, senza speciali cure, continuano il loro sviluppo, fino alla nascita del bacolino, nascita che avviene dopo dieci giorni circa. Comincia così una seconda generazione, annuale, che si compie nel mese di luglio e nella prima decade di agosto. Le uova deposte dalle farfalle di questa seconda generazione, si comportano come quelle annuali, vale a dire dopo i primi giorni passano allo stato di riposo e riprendono lo sviluppo solo nella primavera successiva. Nelle trivoltine, dopo due generazioni con sviluppo embrionale continuo, se ne ha una con lo stadio di riposo. Analogamente succede nelle tetravoltine e nelle altre polivoltine; si comprende che il periodo di diapausa diviene sempre più corto, quanto più aumenta il numero delle generazioni annuali.

Malattie del baco da seta. L’industria bacologica è spesso gravemente compromessa da varie malattie del baco, le quali, quando si manifestano in forma epidemica, possono decimare e anche annullare del tutto il prodotto. Fino al principio del secolo passato non si sapeva nulla di positivo sulla natura delle malattie contagiose e sulle cause dei contagi: e mentre i contadini, vedendo cadere in due o tre giorni, o deperire a poco a poco gli allevamenti pensavano al malocchio o al castigo divino, le persone più colte, e tra queste anche insigni bachicoltori, non volendo accogliere pregiudiz, s’illudevano che la buona stagione e il buon governo bastassero a scongiurare ogni malanno. Purtroppo sopraggiungevano i fatti a dimostrare che le rosee previsioni erano errate. Di mano in mano che le cognizioni generali sui microrganismi patogeni si sono estese, anche le malattie del baco da seta hanno cominciato a uscire dal mistero che le avvolgeva; ma il velo non è ancora del tutto sollevato. Alcune di esse continuano a essere oggetto di studio e le opinioni degli studiosi che vi si dedicano sono tuttora discordi; conviene dunque limitarsi a esporre solo quello che oggi è positivamente assodato.

Le malattie epidemiche del baco da seta si riducono essenzialmente a quattro: il calcino, la pebrina, il giallume e la flaccidezza. certo che sotto l’ultima denominazione sono comprese parecchie forme morbose, non ancora sicuramente identificate.

Il calcino o mal del segno (fr. muscardine; sp. muscardina; ted. Kreidesucht; ingl. muscardine), è un gravissimo morbo assai diffuso anche in ltalia, specialmente nelle regioni settentrionali. Prende il nome dal fatto che il baco infetto, dopo morto, assume l’aspetto bianco e rigido di un pezzetto di calce. Il merito di avere scoperto la causa della malattia spetta a un italiano, , di Lodi, il quale, dopo 25 anni di osservazioni ed esperimenti, nel 1835 riuscì a dimostrare che il calcino è dovuto a una crittogama vivente soltanto nel corpo del baco e che si trasmette da un baco all’altro. Per la prima volta veniva segnalato il fatto di un essere vivo che prospera esclusivamente alle spese di un altro essere vivo, fatto d’importanza fondamentale non solo per la bachicoltura, ma per la comprensione generale delle malattie infettive. Come succede sempre quando viene enunciata una verità in contrasto con le idee dominanti, le conclusioni del Bassi trovarono vive opposizioni. Fu ben riconosciuta l’esistenza della crittogama in tutti i bachi malati e morti di calcino, tanto che in onore dello scopritore essa fu denominata Botrytis bassiana, ma non si volle ammettere che soltanto questa muffa fosse la causa del morbo e che non si producesse, nel baco malato, per generazione spontanea. Il Bassi lottò lungamente per sostenere la sua tesi, ma negli ultimi anni, stanco e scoraggiato, finì col cedere. Dopo la sua morte, gli fu resa piena ragione. Quanto conosciamo oggi intorno al calcino, non è molto di più di quanto è stato dal Bassi osservato e descritto.

Il corpo di un baco morto di calcino si ricopre in breve tempo di una polvere bianca, costituita dalle spore del parassita Se queste, o per contatto diretto, o trasportate dal vento, o in altro modo qualsiasi, vengono a contatto di un baco sano, in condizioni opportune di temperatura e di umidità, germinano, e mandano fuori dei filamenti che penetrano nel corpo dell’insetto, vi si sviluppano, producendo un intreccio di fili (micelio) che invade tutti i tessuti e provoca la morte dell’animale; allora si producono altri filamenti che percorrono il cammino inverso; fuoriescono alla superficie, portando le spore che servono alla disseminazione. Il decorso della malattia è rapido, e perciò essa non può essere ereditaria. Difatti, se un baco s’infetta in giovane età, muore dopo pochi giorni; se s’infetta tardivamente, può anche arrivare a filare il e a trasformarsi in crisalide, ma muore sempre prima di giungere allo stato adulto. Tuttavia la malattla si conserva a lungo, perché le spore rimaste nell’ambiente possono mantenersi in vita per due anni e a volte anche di più. Non si hanno mezzi curativi; come mezzi preventivi, sono raccomandate le disinfezioni tanto dei locali, quanto di tutti gli strumenti necessari per l’allevamento. Attualmente la denuncia dei casi di calcino e la disinfezione sono obbligatorie per legge.

La pebrina o atrofia parassitaria o mal delle petecchie (fr. pebrine; sp. pebrina; ted. Flecksucht o Pebrine; ingl. pebrine) è stata un flagello della bachicoltura. Sviluppatasi in forma epidemica nella seconda metà del secolo passato, prima in Francia, subito dopo in Italia e negli altri paesi sericicoli, ha prodotto in pochi anni danni tanto grandi da minacciare seriamente le sorti dell’industria. L’entità del disastro ha impressionato non solo i privati, ma anche i governi e ha indotto i più valorosi scienziati a ricercare le cause di questo m
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