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Società di massa

sommario: 1. Massa, uomo massa, società di massa. 2. L’avvento delle masse. 3. Dalla società di massa al totalitarismo. 4. La società di massa come trionfo della razionalità strumentale. 5. Società di massa e società pluralista. 6. Cultura di massa e democrazia liberale. Bibliografia.

Le ricerche sui gruppi i cui membri agiscono in modo simile pur non essendo i gruppi medesimi strutturati hanno fatto emergere una sottodisciplina denominata, in contrapposizione alla psicologia dell’individuo, ‘psicologia della massa’. Tale sottodisciplina, sviluppatasi a partire dagli studi pionieristici di Gustave Le Bon, Gabriel Tarde e Scipio Sighele, si basa sull’ipotesi euristica che quando l’individuo si trova coinvolto emotivamente in una folla, la sua psiche e la sua condotta subiscono profonde modificazioni e persino alterazioni patologiche. Diverso il significato del termine ‘massa’ nelle teorie elitistiche, dove esso sta a indicare tutti coloro che non svolgono funzioni direttive e che costituiscono il materiale umano su cui si esercita l’influenza delle minoranze creative, protagoniste del processo storico. Si entra, invece, nella specifica problematica delle teorie della società di massa quando con il termine massa si intende la totalità dei cosiddetti ‘uomini massa’, che sono individui senza radici, esclusi da qualsiasi tipo di comunità e, come tali, condannati all’. In questa accezione, la massa si contrappone alla classe in quanto risulta priva di omogeneità culturale, di solidarietà interna e di autocoscienza. ‘Massa’ è anche detta la moltitudine indifferenziata degli anonimi destinatari dei messaggi elaborati e diffusi dai mezzi di comunicazione di massa (stampa, radio, televisione) o l’insieme dei non qualificati a fronte dei gruppi formati da individui selezionati e qualificati. Infine, ‘società di massa’ è un’espressione adoperata per indicare una società iperorganizzata, dove, in nome degli imperativi impersonali della razionalità funzionale, la vita quotidiana è stata pianificata in tutte le sue espressioni fino ad assumere le forme di una gigantesca macchina.

Di fronte a una tale polisemia, non pochi studiosi hanno proposto la soppressione dell’espressione ‘società di massa’; tanto più che essa è così pregna di pregiudizi ideologici e di connotazioni negative da risultare inutilizzabile per una descrizione wertfrei del mondo contemporaneo. E tuttavia il concetto di società di massa continua a essere presente con notevole frequenza nella letteratura sociologica per indicare tachigraficamente i tratti diacritici della moderna civiltà industriale. D’altra parte, sembra difficile espungere completamente la categoria della società di massa, poiché essa è strettamente legata ad alcune delle più penetranti analisi della dirompente irruzione dei movimenti totalitari (bolscevismo, fascismo, nazismo) che fra le due guerre ha dato inizio all'”era delle tirannidi” (E. Halévy). Sicché, anche coloro che hanno duramente criticato le teorie della società di massa, hanno dovuto convenire che ad esse va riconosciuto il merito di aver cercato di individuare le cause profonde, strutturali e culturali del subitaneo collasso di quello che Stefan Zweig chiamò il “mondo della sicurezza”, animato dalla fede in un progresso ininterrotto e dalla convinzione che la vittoria della ragione illuministica avrebbe reso ormai impossibile ogni forma di estremismo politico.

Se le prime teorie della società di massa sono state elaborate per dare ragione dell’insorgenza, improvvisa quanto sconvolgente, dei movimenti totalitari, successivamente esse sono state utilizzate per mettere sotto accusa il capitalismo opulento e le sue caratteristiche forme di vita. Alla ‘nostalgia del mondo della sicurezza’ ha fatto seguito la ‘nostalgia del totalmente altro’, tipica degli intellettuali a vocazione profetico rivoluzionaria, che è sfociata in un rifiuto globale della civiltà moderna, percepita come il trionfo della meccanizzazione, della razionalità strumentale, della manipolazione universale e della tecnologia scientifica. Tale, soprattutto, l’immagine della moderna società industriale che è stata proposta dalla Scuola di Francoforte, i cui più influenti rappresentanti Theodor W. Adorno, Max Horkheimer e Herbert Marcuse hanno rimproverato alla democrazia liberale di essere esattamente il contrario di quello che pretende di essere, opponendole un modello di organizzazione sociale concepito come piena realizzazione della razionalità sostanziale e dei valori del socialismo. In tal modo, la categoria della società di massa ha subito una trasformazione radicale: da arma spirituale della critica reazionaria della democrazia si è convertita in arma spirituale della critica progressista del capitalismo. Tuttavia, anche nella sua versione di sinistra essa ha mantenuto inalterato il suo significato di condanna della Zivilization (civiltà materiale) in nome della Kultur (civiltà spirituale). Ciò ha indotto Daniel Bell a negare ogni valore scientifico alla teoria della società di massa e a vedervi nient’altro che una ideologia di protesta romantica contro la civiltà industriale. Lo stesso Bell, peraltro, ha riconosciuto che il concetto di società di massa è in qualche modo indispensabile per descrivere il fenomeno dell’inserimento delle classi lavoratrici in strutture sociali dalle quali in passato erano escluse e per analizzare le strategie adottate dalle democrazie occidentali al fine di garantire alla maggioranza della popolazione un elevato tasso di partecipazione nel quadro delle istituzioni della civiltà liberale.

2. L’avvento delle masse

L’ingresso delle masse quali protagoniste della scena sociale è stato il fenomeno più rilevante degli ultimi due secoli. A una civiltà rigorosamente aristocratica, basata sull’esclusione istituzionalizzata delle classi lavoratrici, è subentrata, per tappe successive e grazie soprattutto alle conseguenze di lungo periodo della rivoluzione industriale, una civiltà caratterizzata dalla fruizione, da parte di categorie sociali sempre più ampie, di quei beni merci, servizi, conoscenze, diritti, ecc. che nelle società preindustriali erano patrimonio esclusivo di esigue minoranze. Tale processo di integrazione progressiva degli esclusi, che Karl Mannheim ha proposto di chiamare “democratizzazione fondamentale”, è stato percepito dalle classi privilegiate come un fenomeno che avrebbe portato inevitabilmente alla degradazione delle forme di vita della civiltà occidentale.

Già agli inizi dell’Ottocento Benjamin Constant teorizzava la necessità di escludere i non proprietari dalla fruizione dei diritti politici per impedire la distruzione dello Stato costituzionale e il trionfo della tirannide. Non diversa la preoccupazione che assillò Jacob Burckhardt, e che lo portò a pronosticare l’avvento dei “terribili semplificatori”, i quali, con la loro politica iperdemagogica tesa ad abbattere le istituzioni liberali, avrebbero raso al suolo tutto ciò che per secoli aveva rappresentato l’orgoglio dell’Europa: la libertà, la razionalità, la Kultur. Qualche anno dopo gli faceva eco Friedrich Nietzsche, descrivendo il movimento democratico socialista come una gigantesca “sollevazione della plebe e degli schiavi” che sarebbe sfociata, se non fosse stata energicamente contrastata, in un perverso ribaltamento della gerarchia naturale dei valori. Con il suffragio universale, la “morale degli inferiori” avrebbe trionfato sulla “morale dei signori” e ciò avrebbe portato non solo all'”universale abbrutimento dell’Europa”, ma anche alla “degenerazione complessiva dell’umanità”. Contro una siffatta prospettiva, Nietzsche auspicò la creazione di una “razza di dominatori, i futuri signori della terra: una nuova, enorme aristocrazia edificata sulla più dura autolegislazione”, in cui sarebbe stata “conferita una durata di millenni alla volontà di violenti uomini filosofici e di tiranni artisti; una specie superiore di uomini che, grazie alla loro sovrabbondanza di volontà, sapere, ricchezza e influsso”, si sarebbero serviti “dell’Europa democratica per prendere in mano le sorti della terra, per plasmare, come artisti, l’uomo stesso” (cfr. La volontà di potenza, Milano 1992, p. 517). E auspicò altresì la costituzione di un nuovo partito il “partito della vita” che avrebbe realizzato la più grande di tutte le missioni: “l’allevamento dell’umanità al superamento di se stessa, includendovi l’inesorabile annientamento di tutto ciò che era degenere e parassitario” (cfr. Ecce homo, Milano 1997, p. 51).

Se Constant, Burckhardt e Nietzsche espressero le apprensioni tipiche delle classi privilegiate di fronte all’ascesa sociale delle masse lavoratrici, Le Bon le elaborò in modo sistematico in alcuni volumi, di cui il più noto è la Psicologia delle folle. Dopo aver analizzato con notevole acume psicologico l'”anima collettiva” della folla, concepita come una realtà riscontrabile in tutte le società e in tutti i tempi, Le Bon concentra la sua attenzione sul ruolo che essa ha nella civiltà occidentale. Questa, a suo dire, è entrata in una fase patologica poiché, a partire dalla Rivoluzione francese, le folle, che un tempo apparivano episodicamente sulla scena della storia, sono diventate le protagoniste assolute sotto forma di masse permanentemente mobilitate dai sindacati e dai partiti socialisti, con il risultato che la politica ha cessato di essere un’attività razionale e responsabile ed è diventata azione cieca e distruttiva. Ormai, non si stanca di reiterare Le Bon, si è aperta l'”era delle folle”, che altro non è che l’era dello strapotere delle classi lavoratrici, con le loro fantasie utopistiche, le loro ingenue idee di eguaglianza e di sovranità popolare e il loro peculiare modus operandi, tutto dominato da impulsi ciechi e irrazionali. E si è aperta altresì l'”era dei meneurs”, che sono i capi naturali delle masse rozze e incolte, coloro che ne esprimono le credenze, le passioni e gli interessi e che, precisamente per questo, sono destinati a sostituire le tradizionali élites, con conseguenze rovinose per la cultura.

Al di là degli indubbi meriti scientifici, sottolineati soprattutto da Sigmund Freud nel saggio Psicologia delle masse e analisi dell’Io, l’opera di Le Bon costituisce la più tipica espressione ideologica dell’orrore aristocratico di fronte alla democrazia, identificata con il dominio, tirannico e distruttivo al tempo stesso, delle masse. L’idea che sta alla base della sua visione apocalittica del futuro dell’Europa è che l’ingresso delle classi popolari nell’arena politica rappresenta una terrificante minaccia per la civiltà in quanto tale. Tutto ciò che è personale, qualificato, elevato, razionale è destinato a essere spazzato via dall’avanzata delle masse. Queste faranno precipitare l’Europa nella barbarie in quanto, guidate da capi improvvisati e demagogici, instaureranno, in luogo del governo dei migliori, quel reggimento politico che Aristotele aveva chiamato oclocrazia.

3. Dalla società di massa al totalitarismo

A partire dagli anni trenta si assiste a una proliferazione di teorie della società di massa il cui principale obiettivo è quello di fornire una eziologia della travolgente irruzione dei movimenti totalitari sulla scena europea. Spetta a José Ortega y Gasset il merito di aver aperto la strada che sarebbe stata successivamente esplorata da Wilhelm Reich, Erich Fromm, Emil Lederer, Sigmund Neumann, Hannah Arendt e William Kornhauser. Nella sua Ribellione delle masse, destinata ad avere uno straordinario successo di pubblico, troviamo non pochi motivi tipici della critica aristocratica della democrazia, percepita come il predominio della quantità sulla qualità, del collettivo sull’individuo, dell’irrazionalità sulla razionalità. Ma troviamo altresì un’interpretazione del fascismo quale logico approdo dell’ascesa al pieno potere sociale delle masse. L’idea chiave su cui Ortega fonda la sua diagnosi della crisi in cui era precipitata l’Europa all’indomani della grande guerra è che lo sviluppo economico ha fatto emergere un nuovo tipo antropologico: l’uomo massa. Presente in tutte le classi sociali, l’uomo massa è diventato l’anonimo dominatore della scena europea, e si tratta di un dominatore esiziale per le istituzioni e i valori della civiltà liberale in quanto il suo specifico modo d’essere è caratterizzato dall’ermetismo spirituale, dal rifiuto del dialogo, dalla propensione all’azione diretta e dalla pretesa di imporre i suoi gusti e le sue preferenze al di fuori di ogni disciplina e autodisciplina. Ciò fa dell’uomo massa una sorta di primitivo che si aggira in un mondo complesso la cui gestione richiede elevate qualità intellettuali e morali, mentre egli è un essere mediocre, volgare e privo di coscienza storica. In particolare, sfugge all’uomo massa la percezione che una civiltà è un’accumulazione di esperimenti, di istituzioni, di conoscenze, di valori, insomma una tradizione culturale preziosa quanto fragile. L’assenza di coscienza storica fa dell’uomo massa una sorta di “barbaro verticale”, generato spontaneamente dalla rivoluzione industriale, dalla tecnologia scientificamente orientata e dalla democrazia. Ma avverte Ortega la democrazia senza una cultura del dialogo e dei limiti della giurisdizione potestativa della sovranità popolare è destinata a degenerare in statalismo onnivoro e autodistruttivo, come è attestato dalla strategia adottata dal fascismo al potere.

Tipico movimento di uomini massa diretto da capi estemporanei e privi di coscienza storica, il fascismo, nella misura in cui intende instaurare il dominio totale dello Stato sulla società civile, è l’anti Europa. Ciò che per secoli ha caratterizzato l’esperimento di vita collettiva compiuto nel “laboratorio europeo” è stato il pluralismo, vale a dire la coesistenza, competitiva e perfino conflittuale, di una molteplicità di forze sociali e culturali; il che ha impedito la reductio ad unum della società europea. Per contro il fascismo, non diversamente dal bolscevismo, è dominato dal progetto di rendere onnipotente lo Stato, di modo che nulla al di fuori di esso possa nascere e crescere. Il che, a giudizio di Ortega, rivela il senso profondo della “ribellione delle masse”: il rifiuto dell’intera tradizione liberale in nome di un nazionalismo tribale e aggressivo che, qualora non venisse arginato da un vigoroso movimento europeista, farà precipitare i popoli d’Occidente in una insensata e autodistruttiva guerra fratricida.

Ancorché diversamente articolate e condotte con strumenti di analisi diversi da quelli utilizzati da Ortega, le teorie della società di massa elaborate da Reich, Fromm, Lederer, Neumann e Arendt nel ventennio successivo alla pubblicazione della Ribellione delle masse giungono tutte alla stessa conclusione; e cioè che i successi dei movimenti totalitari vanno spiegati tenendo costantemente presente il nuovo tipo antropologico apparso sulla scena europea fra le due guerre. In particolare, nelle Origini del totalitarismo della Arendt, che può essere considerata l’opera nella quale la problematica e le categorie ermeneutiche della letteratura sulla società di massa trovano la loro formulazione più organica e compiuta, si insiste sull’idea che il fenomeno del totalitarismo, sia nella versione comunista che in quella nazista, può essere compreso solo a partire dal processo di atomizzazione che ha trasformato le classi in masse. Essendo venute meno le pareti protettive delle classi, sono emerse le condizioni strutturali per la formazione dell’uomo massa: un essere privo di relazioni sociali normali, di vincoli comunitari, di valori interiorizzati e, proprio per questo, irresistibilmente attratto dai movimenti totalitari, i soli capaci di soddisfare in qualche modo il suo bisogno di appartenenza. In aggiunta, gli effetti atomizzanti e alienanti della massificazione spontanea, generata dal collasso delle tradizionali strutture comunitarie, vengono intensificati dalla massificazione programmata dagli stessi movimenti totalitari, determinati ad annientare tutte le associazioni intermedie onde poter manipolare a piacimento il materiale umano su cui si esercita la loro smisurata volontà di dominio. L’analisi del peculiare linguaggio profetico adoperato da Hitler durante le oceaniche adunate organizzate dagli attivisti nazisti induce la Arendt a sottolineare con particolare vigore il fatto che uno degli aspetti più inquietanti dei movimenti totalitari è che in essi il leader svolge il ruolo di “funzionario delle masse”. Egli può suggestionare e mobilitare le masse proprio in quanto ne incarna i desideri più profondi. Sicché il travolgente successo dei movimenti totalitari non è stato affatto un mero fenomeno congiunturale, bensì la manifestazione più spettacolare di un processo storico iniziato nell’Ottocento, il secolo in cui la rivoluzione industriale, trasformando le classi lavoratrici in plebe, ha preparato il terreno di coltura degli uomini massa e dei loro leaders naturali: i costruttori della società totalitaria, vero e proprio laboratorio in cui si compiono esperimenti tesi a realizzare la mutazione biologica dell’umanità in nome del nichilistico principio ‘tutto è possibile’.

4. La società di massa come trionfo della razionalità strumentale

Mentre a giudizio di Ortega y Gasset e di Hannah Arendt gli esiti totalitari della massificazione costituiscono una inversione della linea di sviluppo della civiltà occidentale, i ‘teorici critici’ della Scuola di Francoforte li interpretano come il naturale approdo della specifica logica che presiede al funzionamento della società capitalistico borghese. La loro tesi centrale, non dissimile da quella formulata dall’Internazionale comunista, è che, dal momento che il passaggio dallo Stato liberale allo Stato fascista si è compiuto sulla base dello stesso ordinamento economico centrato sul mercato e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, si può e si deve giungere alla conclusione che è il liberalismo stesso a generare il regime totalitario, il quale altro non è che l’organizzazione politica della società borghese corrispondente allo stadio monopolistico del capitalismo. L’instaurazione delle dittature fasciste, pertanto, non è affatto un incidente della storia, bensì un fenomeno iscritto nel codice genetico della moderna civiltà industriale. Ciò che, sin dalla nascita, ha caratterizzato quest’ultima è il progetto di estendere la logica della razionalità funzionale non solo alla natura, ma anche alla organizzazione sociale e agli esseri umani. Gli strumenti principali di questa smisurata volontà di dominio e di manipolazione della realtà sono la scienza, la tecnologia, la fabbrica, l’industria culturale e l’apparato statale. Grazie a essi, la modernità ha potuto materializzare il suo ideale: la società scientificamente amministrata, dove gli uomini stessi sono ridotti a cose fra le cose. Ed è appunto questo il totalitarismo: la reificazione universale.

Da questo punto di vista le differenze, se di differenze si può parlare, fra Stato liberale e Stato fascista sono minime. Entrambi perseguono un obiettivo: il dominio impersonale della razionalità strumentale su tutti i settori della vita. Inculcando, attraverso una intensa opera di indottrinamento, gli imperativi funzionali dell’organizzazione scientifico tecnologica della produzione e della riproduzione della vita materiale, la società industriale fa sì che gli uomini sentano il dovere di agire secondo i criteri della razionalità strumentale; e ciò li trasforma in esseri spersonalizzati, atomizzati, reificati. Sicché, in definitiva, la massificazione degli uomini, che è la nota dominante della civiltà moderna, va imputata alla scienza, alla tecnologia e all’industrialismo. Tutte cose che possono essere riassunte in una parola: illuminismo.

Nella Dialettica dell’illuminismo Adorno e Horkheimer riconoscono che ciò che ha caratterizzato la filosofia dei Lumi è stato il progetto di liberare gli uomini, di emancip
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