peuterey le cuir Enciclopedia dell

giubbotti invernali online Enciclopedia dell

PREISTORICA, Arte. Gli argomenti trattati in questa voce riguardano principalmente le manifestazioni artistiche nelle aree dell’Europa occidentale ed orientale e dell’Africa settentrionale, nei periodi che vanno dal Paleolitico Superiore all’Età del Bronzo. La voce quindi non esaurisce in sé tutta la materia, ma ha piuttosto funzione di coordinamento tra una numerosa serie di argomenti svolti singolarmente nella Enciclopedia (o facenti parte di voci più ampie) e che nell’insieme completano il quadro dell’arte preistorica. Lo stesso dicasi per quanto concerne la bibliografia. Nella prima parte (cronologia) è presentato uno schema di successione delle culture preistoriche, mettendo in rilievo la portata dei metodi per la determinazione cronologica sulla quale è basato lo studio dell’arte come manifestazione connessa allo svolgimento storico culturale. Nella seconda parte è trattata l’arte paleolitica propriamente detta. Nella terza parte, dopo alcune manifestazioni anche più tarde che però strettamente si legano al mondo dei cacciatori viene trattata l’arte dal Mesolitico all’età dei metalli; è aggiunto un breve riferimento all’architettura megalitica a completamento di alcune voci specifiche (cromlech; dolmen; menhir), ponendo in rilievo i nessi con l’arte figurativa. Per le voci relative alle singole regioni e località, v. gli Indici.

1. Cronologia. L’archeologia preistorica si propone di ricostruire, in base a dati archeologici, il comportamento di società umane ed inoltre si pone il compito di determinarne la datazione; cerca cioè di riconoscere, con i var mezzi a sua disposizione, la sequenza delle varie culture, tenta di stabilirne la durata e possibilmente la cronologia assoluta. A questo riguardo è possibile distinguere due campi di ricerca: uno interessante le civiltà svoltesi durante il Pleistocene, il primo grande periodo dell’èra geologica quaternaria, denominate, con termine generale, paleolitiche e da studiarsi sempre in relazione all’alternarsi dei periodi glaciali e interglaciali; l’altro, più limitato, che abbraccia gli aspetti culturali dell’Olocene, ossia approssimativamente degli ultimi 10 millenn, i quali appaiono definiti archeologicamente, ma che non sono inquadrabili in sostanziali eventi geologici.

Agli iniz dello sviluppo dell’archeologia preistorica, una prima sistemazione dei fatti culturali si ottenne suddividendoli in età le quali furono considerate come stad generali nell’evoluzione della civiltà. In base a criter tipologici e stratigrafici si stabilì infatti una sequenza di aspetti della cultura materiale, ognuno considerato distintivo di periodi ai quali fu riconosciuta validità universale. Tale sistema, dipendente dal concetto di un’evoluzione utilineare, fu poi superato dall’idea che un insieme tipologico poteva caratterizzare non solo periodi distinti, ma anche società differenti entro un medesimo periodo. Attualmente si tende a svincolare il concetto di cultura dallo schematismo implicito nella suddivisione in “epoche” od “età”, intendendola non necessariamente come una concezione cronologica, ma piuttosto come civiltà in un’area particolare. Secondo la nuova interpretazione del fenomeno culturale, questo si configura più come processo di formazione ed elaborazione che come unità statica, esattamente delimitabile nello spazio e nel tempo; si deve tenere presente che a tale concetto vanno quindi rapportati gli elementi forniti dalla stratigrafia e dalla determinazione della cronologia assoluta. Lo studio tipologico dei prodotti dell’attività umana, connesso con la loro posizione stratigrafica, permette di conoscere la cronologia relativa delle culture preistoriche che si susseguono in una specifica località. Quando in un giacimento paleolitico entro grotta oppure in depositi fluviali, lacustri, ecc., si rinviene una sovrapposizione di industrie tipologicamente differenti, le quali possono anche essere separate da strati sterili, cioè privi di resti archeologici, è evidente che quelle situate più in basso sono più antiche, se il deposito non ha subìto sconvolgimenti; questa datazione relativa è valida però solamente nell’ambito del singolo giacimento e lo spessore dei var strati non può indicare la durata della loro formazione, perché intervengono diverse condizioni naturali, che variano nel tempo. Se assieme agli strumenti esistono anche determinate specie di animali ed indicazioni di carattere climatico, si ha la possibilità di riferire questi strumenti ad una cultura che compare nella zona in un periodo glaciale o in uno interglaciale; cioè le variazioni dell’ambiente geografico, climatico, geologico e paleontologico, offrono i dati di riferimento per la datazione relativa. Il confronto di serie stratigrafiche di varie regioni, anche distanti fra di loro, ha permesso, in base all’identità tipologica, ambientale e climatica, di suddividere convenzionalmente il Paleolitico in Paleolitico Inferiore (Prechelleano, Chelleano o Abbevilliano, Acheuleano), Paleolitico Medio (Levalloisiano Musteriano) e Paleolitico Superiore (Aurignaciano Perigordiano, Solutreano e Maddaleniano). evidente che si può parlare di contemporaneità, entro amp limiti di tempo, di due culture paleolitiche tipologicamente identiche, solamente quando sussistono analogie geologiche e climatiche; altrimenti, per le culture del Paleolitico Inferiore, durate molto a lungo, un giacimento può appartenere all’interglaciale, mentre l’altro con tipologia analoga, al successivo periodo glaciale. Per i giacimenti di superficie, dove può sussistere un’associazione di strumenti appartenenti a varie culture, oltre al criterio tipologico, si tengono presenti le caratteristiche dell’alterazione superficiale degli oggetti, cioè della patina; essa può essere più o meno frusta o lucente a seconda delle condizioni di giacitura dell’oggetto e del tempo trascorso. Il metodo della patina viene anche utilizzato, insieme alla determinazione dello stile, dei soggetti ed alla sovrapposizione di figure, per la datazione relativa delle produzioni artistiche sulle pareti rocciose, qualora queste non presentino alcun riferimento con un deposito archeologico. Per la cronologia relativa delle culture più recenti, del periodo attuale, olocenico, vengono meno molti dati utilizzabili per il Paleolitico, perché lo sviluppo di queste culture si è prodotto con un ritmo molto più rapido, mentre non si verificano i grandi sconvolgimenti climatici, propr del Pleistocene; da ciò deriva che mentre è facile riconoscere la successione delle culture presenti in un giacimento (e talvolta si riesce con elementi forniti dalla fauna e dalla flora a riconoscere anche il periodo stagionale dell’insediamento), è molto difficile sincronizzare due giacimenti con analoga cultura, distanti fra di loro, perché in alcune regioni si può avere un susseguirsi di differenti culture in breve tempo, mentre in altre può esistere una più ampia continuità culturale. Nella successione olocenica si sono distinti stad culturali che sono stati convenzionalmente denominati Mesolitico, Neolitico, Eneolitico (Calcolitico, Bronzo I), Civiltà del Bronzo e del Ferro. Riguardo a queste civiltà l’orientamento cronologico è fornito anche dai caratteri della fauna in dipendenza dell’economia nelle singole culture, sempre nel ristretto ambito di una regione. Un altro metodo utilizzato per la cronologia relativa consiste nel computo del contenuto in fluoro delle ossa che si rinvengono nei giacimenti preistorici. Per la cronologia assoluta si hanno oggi molte possibilità, offerte da metodi esclusivamente naturalistici per le culture paleolitiche e da documenti storici per le culture più recenti. Una cronologia assoluta è stata costruita da A. E. Douglas studiando gli anelli annuali di crescita delle piante legnose di alto fusto, i quali risentono, nel loro sviluppo, delle condizioni ambientali e si presentano più stretti in condizioni di clima sfavorevole. Ponendo in relazione gli anelli annuali interni degli alberi più giovani con quelli esterni degli alberi vecchi, il Douglas riuscì a fondare la cronologia assoluta degli ultimi due millenni, che è stata applicata per la datazione dei villaggi indiani, poiché questo metodo consente di datare anche il legname utilizzato dall’uomo nelle sue costruzioni. Questo risultato si deve ad un ingegnoso sistema di correlazioni dei banchi argillosi di località diverse, accompagnanti verso il N il ritiro della fronte glaciale, che hanno formato una serie continuativa di strati argillosi, corrispondenti allo scioglimento annuale dei ghiacciai. Per la datazione assoluta degli eventi climatici del Pleistocene, esiste il calendario (o curva) di M. Milankovitch. Questi, prendendo in esame var dati astronomici, è riuscito ad impostare una teoria matematica dell’insolazione dei pianeti e dell’effetto termico di questo fenomeno ed ha definito con una curva le variazioni della radiazione solare estiva sulla terra, dalla quale dipende in gran parte l’estensione dei ghiacciai continentali. In questa curva del Milankovitch, misurata in anni, i punti minimi di radiazioni coincidono con le glaciazioni denominate wrmiana, rissiana, mindeliana e gonziana e le oscillazioni della curva riferibili ai periodi freddi e a quelli interposti, trovano conferma nei dati offerti dalla geomorfologia e stratigrafia quaternarie. La datazione assoluta degli eventi climatici è estensibile quindi alle culture paleolitiche ad essi corrispondenti; vale a dire una cultura abbevilliana trovata in un deposito interglaciale (Minde Riss), secondo la curva, può essere datata da 400 a 280 mila anni, una cultura acheuleana del glaciale rissiano da 240 a 180 mila anni,
peuterey le cuir Enciclopedia dell
una cultura levalloisiana, situata in un deposito dell’ultimo interglaciale (Riss Wrm) da 180 a 120 mila anni e così di seguito. Queste cifre rappresentano la datazione assoluta di una cultura entro vastissimi limiti di tempo ed alcuni studiosi mettono delle riserve al metodo del Milankovitch, proprio perché sembrano iperboliche le durate delle diverse fasi assunte dalle primitive culture umane. Queste riserve sembrano trovare conferma nella datazione con il metodo del radiocarbonio, che data fino a 40.000 anni or sono e finora ha dato valori inferiori a quelli ricavati con il metodo Milankovitch. La datazione con il radiocarbonio si basa su un calcolo della disintegrazione progressiva del carbonio radioattivo presente negli organismi dopo la loro morte; l’applicazione pratica consiste nel prelevare da uno scavo, con opportuni accorgimenti, i residui di materiali organici contenenti carbonio, cioè carboni, ossa combuste, conchiglie, ecc. Queste sostanze, con un procedimento chimico, vengono trasformate in carbonio puro, il quale viene introdotto in un contatore di Geiger, che misura la radioattività residuale del carbonio che diminuisce con il trascorrere del tempo, secondo una ben individuata progressività. Questo metodo ha fondamentale importanza per la datazione delle culture dal Neolitico in poi; per queste culture la datazione assoluta può essere ottenuta anche basandosi sui dati della cronologia storica delle grandi civiltà onentali. A questo fine si ricorre al metodo denominato cross dating dagli autori inglesi e consistente nel datare i giacimenti di una cultura in base alla presenza in questi di elementi di altre culture di cui si ha una migliore determinazione cronologica. Nelle civiltà litterate orientali i fatti archeologici si possono datare in relazione a documenti scritti ed a volte è possibile estendere da tali province una rete di sincronismi che giunga ad abbracciare culture fuori di tali aree.

(A. M. Radmilli )

2. Arte paleolitica ed epipaleolitica. Le prime manifestazioni d’arte dell’umanità compaiono, almeno a quanto ci dice la documentazione fino ad oggi venuta in luce, in una fase già avanzata dello sviluppo culturale, pur risalendo a quell’epoca preistorica notevolmente lontana da noi chiamata Paleolitico Superiore che si concluse alla fine dell’età geologica detta Pleistocene.

Siamo ancora in quella fase di civiltà durante la quale l’uomo viveva esclusivamente di caccia, non conosceva né l’agricoltura né la pastorizia e usava come materie prime per la fabbricazione delle armi e degli strumenti, la pietra e l’osso, essendo ancora del tutto ignota la lavorazione dei metalli. Tuttavia già abitavano le nostre regioni tipi umani ad uno stadio d’evoluzione somatica identico a quello dell’umanità attuale, e nessuna traccia ormai più esisteva dell’antica razza detta di Neanderthal, così primitiva sia dal punto di vista somatico che da quello culturale. Prima della comparsa dell’uomo del Paleolitico Superiore, e durante un periodo infinitamente più lungo di quest’ultimo, che si calcola in qualche centinaio di migliaia di anni, l’umanità aveva compiuto una lenta trasformazione nella struttura fisica e nelle sue culture, senza però lasciarci, insieme alla molteplice e copiosissima documentazione della sua attività, alcuna testimonianza di aver prodotto opere d’arte, sia pure attribuendo a questa espressione il significato di semplice, rudimentale manifestazione grafica o plastica. Se assumiamo in senso piuttosto lato le moderne determinazioni di cronologia assoluta, basate, come è noto, su metodi d’indagine che si avvalgono di molteplici elementi tratti dal campo delle scienze naturali, noi potremo all’incirca far risalire le prime manifestazioni d’arte dell’umanità fino ad oggi note, ad una trentina di migliaia d’anni fa. Da questo momento, e durante tutto il Paleolitico Superiore, l’arte compie in varie regioni d’Europa una continua trasformazione che la porta, in quel periodo detto Maddaleniano col quale si chiude l’età paleolitica, a produrre opere di un’importanza e di una perfezione tecnica che mai più verrà raggiunta in età preistorica e neppure presso popoli primitivi moderni. Con la fine del Paleolitico si assiste, nel Mesolitico, nel Neolitico e nelle civiltà dei metalli, alla scomparsa quasi improvvisa di queste eccellenti produzioni artistiche: i popoli agricoltori e pastori, che sostituirono in età olocenica, in Europa, le popolazioni ad economia venatoria del precedente periodo, ci hanno lasciato in generale, una documentazione che ci parla di un mondo artistico del tutto diverso da quello Paleolitico.

Durante il Paleolitico Superiore, in quella grande provincia artistica cosiddetta franco cantabrica, che si estende dalla Francia alla Spagna e che ha dato le più importanti opere d’arte, tutte le tecniche sono state usate e cioè la scultura a tutto tondo, la scultura a basso e ad alto rilievo, il graffito, la pittura. Però si constata che, in generale, ognuna di queste tecniche, benché presente in tutti i periodi e le fasi culturali del Paleolitico Superiore, sembra prevalere o per quantità o per eccellenza di opere in uno o nell’altro dei periodi suddetti.

Il primo periodo del Paleolitico Superiore (Aurignaco Perigordiano della Francia) è caratterizzato in particolar modo da una grande produzione di statuette antropomorfe a tutto tondo, la cui area di diffusione si estende in tutta l’Europa e giunge fino alla Siberia. Non mancano però le incisioni e le pitture, che assumono notevole sviluppo alla fine di quest’epoca. Il secondo periodo del Paleolitico Superiore (Solutreano) ci ha lasciato alcuni bassorilievi di una grandiosità e di una singolarità tutta particolare. Il Maddaleniano, l’ultimo periodo del Paleolitico Superiore, eccelle per la meravigliosa produzione di opere pittoriche e di graffiti. Sono anche numerose le sculture, ma tutte, ad eccezione dei bassorilievi, di piccole dimensioni e rivolte quasi sempre all’ornamentazione di strumenti e di armi d’osso e di avorio.

Il primo documento d’arte paleolitica venuto in luce in un giacimento chiaramente datato (quello della Madeleine in Francia) fu trovato in pieno deposito maddaleniano, nel 1874; si trattava di un frammento di zanna di mammuth fossile, il grande elefante villoso vissuto durante il Pleistocene, portante incisa la figura di quello stesso pachiderma. Da quel giorno le scoperte andarono moltiplicandosi e i musei di Francia e di altri paesi d’Europa si arricchirono d’opere d’arte preistorica. Nel 1879 furono scoperte le prime pitture parietali paleolitiche, quelle della celebre grotta di Altamira (v. altamira). Oggi le grotte dipinte e graffite di età paleolitica si conoscono in gran numero in Francia e in Spagna ed anche in altri paesi d’Europa e si continua a scoprirne di nuove. Per merito specialmente delle accurate, costanti ricerche del Breuil, l’arte parietale paleolitica franco cantabrica può oggi essere seguita nei suoi sviluppi e suddivisa in distinte fasi stilistiche e cronologiche. La documentazione sino ad ora venuta in luce non ci permette ancora di dire una parola definitiva circa la genesi di quest’arte. Si ha infatti l’impressione che buona parte delle più antiche opere conosciute siano da riferirsi ad uno stadio artistico già notevolmente sviluppato e costituiscano nel loro genere manifestazioni d’arte già mature e complete: questo vale precisamente per la scultura, mentre graffito e pittura ci appaiono, nelle loro espressioni più remote, ad un grado di sviluppo assai primitivo. Questa differenza di maturità tra scultura e disegno, se verrà con sicurezza confermata attraverso un’ulteriore documentazione, potrebbe spiegarsi come uno sfasamento iniziale nell’evoluzione delle due tecniche, più rapida nei riguardi della scultura.

La scultura a tutto tondo è rivolta, durante la prima parte del Paleolitico Superiore, alla rappresentazione quasi esclusiva del corpo umano e, più esattamente, del corpo femminile. La scultura antropomorfa paleolitica prende il suo maggior sviluppo in questo periodo, perché in quelli successivi si avranno, salvo rare eccezioni, rappresentazioni di animali. Si tratta di statuette in pietra o in avorio di mammuth, che stupiscono per la sapiente tecnica e per il profondo realismo che talvolta le pervade, come nelle statuette di Willendorf e di Brassempouy. Talvolta, però si nota in talune una particolare stilizzazione (per esempio nella statuetta francese di Lespugue) ma nonostante ciò, tutti più o meno gli esemplari finora noti possono inquadrarsi perfettamente in una concezione unitaria: essi appaiono infatti legati tra di loro da un medesimo gusto, che si manifesta in una ben definita formula estetica. Rappresentano un tipo di donna con singolari caratteristiche somatiche: masse adipose abbondanti, seni sviluppatissimi e, in alcuni esemplari, un accumulo eccezionale di adipe nella regione dei glutei. I particolari del viso non sono quasi mai rappresentati e la testa assume, talvolta, forma più o meno allungata e appuntita, o è addirittura sostituita da un’appendice conica. Le estremità inferiori, prive di piedi, terminano a punta e spesso le braccia, sottili e appena delineate, si ripiegano sui seni. Queste statuette aurignaziane vengono comunemente indicate col termine di “Veneri”, perché furono considerate, dai vecchi paletnologi, come rappresentazione dell’ideale della bellezza femminile del tempo. Tutto fa supporre che queste statuette fossero legate al culto della fecondità e della maternità, ed abbiano costituito, durante l’Aurignaziano, dei veri e propr idoli, simboli della forza creatrice della natura, sorta di “Dea mater” paleolitica, il cui culto sarebbe stato diffuso su di un immenso territorio, dall’estremo O d’Europa alle pianure della Siberia. Tra le più note ricorderemo: in Francia le statuette frammentarie in avorio di Brassempouy, tra cui un bel frammento di un sapiente e morbido modellato ed una testina provvista di una curiosa pettinatura a piccole trecce, testina che, caso eccezionale, presenta indicati i particolari del viso. La Venere di Lespugue (Alta Garonna), già ricordata, statuetta in avorio di forma curiosissima, dalle sottili braccia appoggiate sui seni sviluppatissimi che ricadono sull’ampio ventre in forma di otri. Le spalle esili, la testa
peuterey le cuir Enciclopedia dell