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. Nacque a Roma il 4 febbr. 1911, di famiglia cattolica, da Luigi e Lina Catalini. Nel 1931 si iscrisse alla facoltà di economia, ma, arrestato a motivo delle sue frequentazioni politiche antifasciste, non poté laurearsi. Costretto a lasciare l’Italia, dal 1934 si stabilì in Argentina, a Buenos Aires, spostando i suoi interessi scientifici dall’economia alla , di cui, a partire dagli anni Quaranta, divenne uno dei più noti e stimati studiosi, grazie a una copiosa produzione scientifica. Pern, nel periodo della dittatura svolse, tuttavia, in centri e istituzioni privati quali il Colegio libre de estudios superiores di Buenos Aires, dove, nel 1946, ottenne una cattedra di la sua attività di insegnamento e di ricerca.

In particolare, condusse numerose ricerche empiriche sulla società argentina, analizzando con attenzione i processi di urbanizzazione e di mobilità sociale. Nello stesso arco di tempo, pubblicò saggi di teoria sociologica e di metodologia delle scienze sociali, raccolti in seguito nel volume La sociologa cientfica (Ciudad de México 1956).

Fondò il dipartimento di dell’Università di Buenos Aires e l’Istituto Torcuato Di Tella, che ben presto divenne il più autorevole centro di comparata dell’America Latina; promosse una serie di iniziative tese a realizzare l’internazionalizzazione degli studi sociologici che sfociarono nella creazione della International sociological association, di cui assunse la presidenza; infine, diede alle stampe vari volumi, fra i quali Estructura social de la Argentina (Buenos Aires 1955), Estudios de psicologa social (Ciudad de México 1956), La sociologa en América Latina (Buenos Aires 1964) e soprattutto Poltica y sociedad en una época de transicin (ibid. 1965), che contribuì non poco ad attirare l’attenzione dei sociologi statunitensi sulla sua produzione scientifica. Ongania costrinse il G. a prendere ancora una volta la via dell’esilio. Chiamato dalla prestigiosa Harvard University, iniziò quella che sarebbe stata la fase più feconda della sua vita di studioso e di docente, pur non integrandosi del tutto nel mondo accademico statunitense. Con la collaborazione di K. Organsky, promosse lo studio comparato dei sistemi politici, senza comunque abbandonare le sue ricerche sul mondo latino americano.

Agli inizi degli anni Settanta il G. rientrò in Italia, vincendo un concorso universitario, e dal 1974 insegnò presso l’Università di Napoli, pubblicando, tra l’altro, Autoritarismo, fascismo e classi sociali (Bologna 1975) e Urbanizzazione e modernizzazione (ibid. 1975).

Morì a Roma il 2 ott. 1979.

Dopo la sua morte, furono dati alle stampe i suoi ultimi lavori sui processi di modernizzazione e di secolarizzazione, raccolti in due volumi: The sociology of modernization (London 1981) e Saggi sociologici (Napoli 1991).

Il G. fu un sociologo di vasti interessi che seppe brillantemente coniugare l’approfondimento di temi di teoria generale e di metodologia delle scienze sociali con le ricerche empiriche, molte delle quali costituiscono a tutt’oggi punti di riferimento obbligati. Tuttavia il suo contributo più significativo alla crescita del sapere sociologico è senz’altro la teoria della modernizzazione, che gli permise di dare un’originale interpretazione della “grande transizione” nella quale sono stati coinvolti i paesi dell’area culturale occidentale a partire dalla rivoluzione industriale.

Il suo punto di partenza fu la messa a punto della categoria tipico ideale della società industriale moderna, concepita come un genere comprendente differenti specie di società, diverse fra loro per molti aspetti, ma ciò non di meno dotate di un nucleo comune. Tale nucleo comune viene definito come l’insieme delle condizioni necessarie ma non sufficienti affinché possa sorgere, consolidarsi e svilupparsi quello specifico complesso storico culturale che viene indicato con il nome di “modernità”. Esso comprende tre variabili fondamentali: l’azione elettiva, la differenziazione funzionale dei ruoli e delle strutture sociali e l’istituzionalizzazione del mutamento.

Nella società premoderna prevale un tipo di azione sociale dominato dalla rigida cogenza normativa della tradizione, che limita in maniera drastica i margini di scelta dell’attore; per contro, nella società moderna il sistema normativo, pur continuando a regolare sia i fini, sia i mezzi, si distingue per il fatto che, anziché obbligare l’attore a un corso d’azione predeterminato, gli permette di compiere scelte personali. Accade così che, mentre nelle società tradizionali lo status è, di regola, ascritto, nelle società moderne esso è acquisito e l’attore gode di ampi margini di scelta. Pertanto, uno dei tratti essenziali della modernità è l’azione elettiva, vale a dire l’azione che l’attore pone in essere per realizzare un piano di vita da lui stesso liberamente elaborato. Il che fa della modernità una civiltà individualistica, che privilegia il momento della scelta e della vocazione, laddove le civiltà tradizionali sono caratterizzate dal primato del tutto sulle parti e dalla subordinazione delle esigenze degli individui agli imperativi funzionali della comunità.

La seconda dimensione essenziale della modernizzazione è costituita dalla transizione da un sistema sociale relativamente indifferenziato a un sistema nel quale le istituzioni, attraverso un crescente processo di specializzazione funzionale, acquisiscono un certo grado di autonomia normativa. Nascono in tal modo strutture sempre più specializzate, deputate a svolgere compiti chiaramente fissati e ben delimitati, i quali richiedono una elevata competenza professionale e un know how tecnico scientifico particolarmente sofisticato. Naturalmente, anche nelle società storiche preindustriali sono riscontrabili processi di differenziazione e di specializzazione funzionale, ma è solo con l’emergenza della società industriale che tali processi assumono un carattere continuo e autosostenuto. Ciò rende legittimo dire che, con la modernità, si è affermato in modo prepotente il principio della crescente autonomia dei sottosistemi, il quale ha trovato la sua espressione più vistosa e significativa nella formazione di un’economia centrata sul mercato autoregolato.

Infine, la terza dimensione della modernità è costituita dalla istituzionalizzazione del mutamento. La società tradizionale è, per definizione, radicata nel passato, tendendo a respingere tutto ciò che è nuovo e a riaffermare la ripetizione di modelli prestabiliti. In questo tipo di società, ogni cambiamento è vissuto come una deviazione quasi blasfema, dal momento che l’ordine è rivestito di sacertà e le norme vigenti sono percepite come l’emanazione della volontà divina; donde il profondo misoneismo che le caratterizza. Nella società industriale moderna, invece, il mutamento diventa un fenomeno normale, previsto e persino incoraggiato. Ciò è particolarmente palese nel campo dell’economia, della tecnologia e della ricerca scientifica, in cui la regola è, per l’appunto, la ricerca di nuove soluzioni guidata dall’imperativo della razionalità strumentale.

Queste variabili, intrecciandosi, hanno generato una vera e propria metamorfosi espansiva che ha fatto entrare i paesi coinvolti nella “grande transizione” in un ciclo di rapidi cambiamenti non sempre adeguatamente controllabili a causa della loro asincronia. Di qui il fatto che la moderna società industriale, a motivo del suo sregolato dinamismo interno, tende a disintegrare gli equilibri tradizionali e a generare cambiamenti tali da scompaginare, in determinate congiunture storiche, il sistema normativo vigente. Ciò avviene soprattutto quando emerge il fenomeno della mobilitazione sociale, durante il quale si verifica una rottura più o meno radicale dell’assetto tradizionale, accompagnata dalla traumatica dislocazione di gruppi di individui, i quali, avendo perso i loro ancestrali gruppi di riferimento, si rendono disponibili per nuovi modelli di socializzazione e di affiliazione politica. Quando il fenomeno della mobilitazione sociale assume vaste proporzioni, si assiste all’insorgenza di movimenti di protesta a carattere più o meno eversivo e la lotta politica assume le forme di uno scontro frontale sulla legittimità dell’ordine esistente, che può precipitare in una crisi rivoluzionaria.

Se nella prima fase della rivoluzione industriale la scena è stata occupata dalla mobilitazione primaria delle classi inferiori, che è sfociata nella nascita del movimento operaio e socialista, nella seconda fase si è verificata la mobilitazione secondaria delle classi medie, che in alcuni paesi (Italia, Germania, Spagna) ha fornito ai fascismi la sua base di massa. Il fascismo, a giudizio del G., è stato la più vistosa manifestazione della crisi di legittimità connessa alla crescita tumultuosa dell’industrialismo; una crisi che ebbe come protagonisti gli “spostati” della piccola borghesia intellettuale, vale a dire coloro che, essendo stati coinvolti nel ciclo della mobilitazione sociale, vennero a trovarsi nella società capitalistica in un tipica condizione di incongruenza di status. Donde la loro reazione violenta contro il movimento operaio e il loro rifiuto dei valori della civiltà liberale che portò al collasso dello Stato parlamentare e alla nascita di quel nuovo tipo di autoritarismo a base ideologica che è stato chiamato totalitarismo.

La rinascita dell’autoritarismo sotto le sembianze dei movimenti e dei regimi totalitari sia di destra (fascismo), sia di sinistra (comunismo) portò il G. a una pessimistica visione del futuro della democrazia liberale. Nel suo ultimo saggio, Democrazia e autoritarismo nella società moderna (pubblicato postumo, nel 1981), egli, dopo aver ripercorso le tappe essenziali del processo di modernizzazione che aveva così profondamente cambiato le forme di vita e le condizioni di esistenza dei popoli d’Occidente, sottolineò con particolare enfasi la vulnerabilità fisica e sociale della società industriale derivante dall’alto grado di interdipendenza delle sue componenti essenziali, dalla natura particolarmente sofisticata delle tecnologie impiegate e dal fenomeno delle aspettative crescenti connesso allo sviluppo economico. Tale vulnerabilità era accentuata dalla diffusa presenza di ideologie rivoluzionarie, le quali, contestando frontalmente i valori centrali della civiltà liberale, tendevano a generare una miriade di gruppi eversivi, pronti a tutto osare pur di abbattere l’ordine esistente. Per di più, nelle moderne società industriali erano in atto processi tendenti a frammentare il potere e quindi a paralizzare i centri di decisione, generando governi strutturalmente deboli, costretti dalla loro impotenza a praticare il rinvio indefinito della soluzione dei problemi. A tutto ciò si aggiungevano processi disgregativi, quali l’anomia endemica causata dall’impatto di cambiamenti vorticosi, l’atomizzazione del tessuto sociale, l’erosione dei vincoli comunitari connessa alla distruzione dei gruppi primari e, infine, il disorientamento psicologico causato dall’anarchia dei valori.

Ma, a giudizio del G., il fenomeno più inquietante e gravido di conseguenze negative era il carattere espansivo della secolarizzazione. Una società secolarizzata è una società nella quale tutto, in punto di principio, può essere messo in discussione, ivi compresi i valori centrali della società medesima. Se tale fenomeno coinvolge le masse oltre alle élites, il risultato non può non essere l’erosione del sistema di credenze e dei valori comuni. Ora, dal momento che nessuna società può prescindere da un nucleo centrale prescrittivo capace di assicurare una base morale all’integrazione comunitaria, allora la modernità contiene nel suo seno un elemento dissolvente, che tende a erodere progressivamente l’accordo sui fondamenti assiologici. Di qui la critica permanente contro il progetto moderno, che, pretendendo di fondare l’ordine sociale sulla discussione e sulla libera scelta dei valori, presenta una forte spinta all’anarchia intellettuale e morale. Una critica che ciclicamente prende le forme della letteratura della catastrofe e della nostalgia della comunità tradizionale, concepita come una forma di vita associata nella quale il tutto abbia un primato assoluto sulle parti. Essendo proprio la nostalgia della comunità la spinta profonda che aveva alimentato le ideologie e i movimenti totalitari del XX secolo, il G. concludeva la sua prognosi sul destino storico della modernità con accenti quasi apocalittici, appena temperati dalla sua fedeltà ai valori della tradizione illuministica.

Delle opere del G., oltre a quelle già citate in precedenza, ricordiamo: Estudios sobre sociologa y psicologa social, Buenos Aires 1966; Sociologa de la modernizacin, ibid. 1971; El concepto de marginalidad, ibid. 1973; Ideologie autoritarie e crisi di transizione, in Sociologia delle rivoluzioni, a cura di L. Pellicani, Napoli 1976; Aspetti teorici e radici storiche del concetto di marginalità, in Marginalità e classi sociali, a cura di G. Turnaturi, Roma 1976; Democrazia e autoritarismo nella società moderna, in I limiti della democrazia, a cura di R. Scartezzini L. Germani R. Gritti, Napoli 1981.

Fonti e Bibl.: R. Treves, G. G. sociologo antifascista, in Quaderni di , XXIX (1980 81), 2, pp. 360 364; G. Bechelloni, Il programma di ricerca di G. G.: segrete simmetrie tra biografia e opera, in Rassegna italiana di , XXII (1981), 1, pp. Kahl, Three Latin American sociologists: G. G., P. Cardoso, New Brunswick, NJ, 1987; Enc. Filosofo e sociologo (Berlino 1898 Starnberg, Baviera, 1979); insieme a Horkheimer e Adorno fu uno dei maggiori rappresentanti della cosiddetta teoria critica della società elaborata dalla Scuola di Francoforte. Studiò a Berlino e a Friburgo, subendo profondamente l’influenza .
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