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Ha vissuto a mille all Adesso in quale stagione si trova?

“L spero. Me la sono goduta. Se non avessi fatto il calciatore sarei diventato un cazzaro, come dicono qui. Per un lungo periodo lo sono stato: sport, soldi, donne. Avevo cinque anni quando mio nonno mi port all Nacque una passione travolgente per le corse. Ho scommesso, ho vinto, perso. Sono stato anche proprietario di cavalli. Mai puntato un soldo per sul calcio, mai indirizzato un risultato. Nel 2001 mi beccai un anno di squalifica per un presunto illecito che non avevo commesso. Prosciolto qualche mese dopo. Ma la ferita ancora mi offende. Questo un paese bigotto, puritano e feroce. Il passaggio da Milano a Torino mi ha fatto bene. Milano pericolosa e tentatrice: attrae, coinvolge, pu affondarti. Torino misteriosa e austera, ti mette in soggezione. Sono diventato pantofolaio. La sera vado al cinema o a cena con amici, la mattina mi sveglio presto”.

“Con la spontaneit e la generosit Non ho mai tradito i genitori, i figli e l Tre quelli veri: Giovanni Galeone, Ubaldo Righetti e Corrado Ottanelli che giocava con me nel Livorno”.

Il suo legame con Galeone un romanzo. Che cosa resta da raccontare?

“Giovanni mi ha reso una persona migliore, nei sei anni trascorsi con lui ho imparato a stare alla tavola del calcio e sono diventato persino pi intelligente. Nel 2006, quando fui esonerato dal Grosseto, mi chiam all Vieni, mi dice, farai l Non capisco, gli rispondo, che cosa significa? E lui: spiegherai ai giocatori che se sono capaci di fare la cosa pi semplice in realt in quel momento stanno facen do quella pi difficile. Ho guardato Zidane, poi Messi e mi sono reso conto che Galeone aveva ragione. I campioni non fanno mai nulla di complicato, solo che lo fanno in maniera differente dagli altri. Il passaggio di un calciatore normale va a trenta all quello di Messi a settanta. Il divario tutto l Galeone mi ha introdotto ai segreti e ai piaceri del buon vino, i rossi toscani, i piemontesi di Gaja, i bianchi del Sud”.

A quando risale l rivoluzione del calcio?

“Al 1992, con l del retropassaggio al portiere. Venne levato il fermo. Tutto divent pi veloce. Un tempo a un quarto d dalla fine le partite morivano, Boniperti lasciava lo stadio, oggi negli ultimi dieci minuti le gare si rovesciano. La tecnica diventata fondamentale, i terreni di allenamento sono stati accorciati per affinare il gioco nello stretto. I match si vincono in due modi, con l militare dello spazio e con la qualit degli interpreti. Il tempo per pensare con il pallone tra i piedi si riduce, alla fine la palla va per forza a quello pi bravo”.

I moduli, gli schemi. Quanto valgono?

“Poco, nulla. Devo ancora trovare quello che mi spiega l di uno schema. Lo sa che durante gli allenamenti spesso non riusciamo a far gol nemmeno nel cosiddetto undici contro zero, giocando cio contro sagome di plastica? La media di realizzazione oscilla appena tra il trenta e il cinquanta per cento”.

Avverto nelle sue parole la nostalgia del numero 10. Ne cerca uno per la sua Juventus. un bisogno tattico o il desiderio di specchiarsi nel suo narcisismo?

“Entrambe le cose. Senza Tevez e Pirlo la Juve dovr cambiare, sperimentare nuove soluzioni. Vorrei un inventore di gioco mai banale, la variabile impazzita all di un piano tattico equilibrato. Il narcisismo in modica quantit non dannoso alla salute. Mi piacciono Isco del Real Madrid e il brasiliano Oscar, tra gli italiani due giovani: Berardi e Bernardeschi”.

Antonio Conte, suo predecessore alla Juve, un massimalista radicale incapace di mediazioni. Lei sembra invece un uomo di piccoli gesti, un buffetto, la mano sulla spalla, di sguardi e non di urla, uno che tra l non si porta i compiti a casa, che distingue la professione dalla vita, che preferisce la seconda alla prima.

“Sul piano dell credo che nulla mi distingua da Conte. Lui ha vinto tre scudetti di fila, io voglio il quinto consecutivo. Ho accettato la Juventus anche per una rivincita, ho gente a cui far rivedere certi giudizi. Se passassi le notti a studiare partite in tv perderei la lucidit Mi bastano cinque minuti, al resto ci pensa lo staff, loro sono pagati per essere pi bravi di me. Amo molto il mare e sa perch Perch non si riesce a vederne la fine, il mare l della libert perfetta”.

Come si gestisce uno spogliatoio di giovani milionari?

“Il dialogo complicato. Entri nello stanzone e trovi quasi tutti con le cuffie alle orecchie, la musica ad alto volume. Nessuno parla con nessuno. Servono autorevolezza, rispetto e pazienza. Non mio costume sottolineare ogni giorno che sono io quello che comanda, gli spiego che sono costretti ad ascoltarmi non perch sono pi bravo, ma semplicemente perch sono pi vecchio. Ci sono talenti che sono come le onde, penso a Morata e a Coman per esempio. La loro parabola si alza e si abbassa, bisogna dosarli, aspettare il tempo giusto. Alcuni vanno presi per mano ed educati come bambini, da altri trovo collaborazione, esperienza, personalit L quella preferisco di no”.

Ha litigato con molti. Riassumo per difetto: Pirlo, Seedorf, Ibrahimovic, Zambrotta, Sacchi. Perch

“Carattere, divergenze, ma anche esagerazioni. Seedorf voleva discutere ogni dettaglio, parlare, parlare, parlare, mi cedevano i nervi. Gli dicevo: Clarence, se si comportassero tutti come te mi servirebbero giorni di settecento ore l Mai avuto contrasti con Pirlo, il trasferimento alla Juve lo ha rivitalizzato anche sul piano psicologico, i cambiamenti spesso rappresentano una catarsi. In quella stagione, la mia terza sulla panchina rossonera, il Milan non aveva pi Nesta, Gattuso, Ibra e Thiago Silva. Sarebbe stata dura anche per Andrea. In tv divento antipatico, lo ammetto. Sono a disagio, farei volentieri a meno di tv e moviole”.

Ha mai consigliato a un giocatore di smettere?

“Mai, ma a tutti dico: uscite da vincitori e sarete rimpianti”.

Quando giocava lo chiamavano Acciuga per quanto era magro. Non si mosso dai suoi settanta chili eppure per il piccolo Giorgio quel fisico di fil di ferro un riparo sufficiente. Il bambino sudato, reclama il suo pap gli si aggrappa a una gamba, arriva dal campetto con l sintetica, gli dice che ha fatto quattro gol e che adesso ha “sete di acqua gassa”. Ci sono sere in cui lo costringe a rivedere su internet qualche spezzone della partita con il Barcellona. Lui non ha mai voluto riguardarla per intero. Avremmo avuto bisogno di una finale in pi dice, giocata, che so, un paio di anni prima, e allora a Berlino avremmo vinto: “Dopo l avremmo segnato noi, loro erano storditi, avevano paura. Invece arrivavamo dal nulla e ci hanno fregati”. Si guarda bene dal confessarlo, ma se avesse centrato il Triplete forse avrebbe salutato. Esci da vincitore e sarai rimpianto. Il suo tempo in Italia quasi finito, non combatte con l per nulla. Si fida dell e della provvidenza. Crede in Dio, ogni sera rivolge un pensiero a chi ha perduto, a quelli che ci sono ancora e a se stesso.
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