La montagna è femmina

La storia dell’ alpinismo è stata scritta anche dalle donne: da marie paradis, che in cima al peuterey roma bianco nel 1808 fu trascinata di peso, a lynn hill, che su una delle pareti più difficili del mondo ha fatto nel ‘ 94 quello che nessuno più ha saputo ripetere “noi non siamo quegli esseri pavidi e debolucci che i signori uomini vogliono far credere” mary varale “mi chiedo per quale motivo agli scalatori non si facciano giacche peuterey mai domande sulla paternità” alison hargreaves “non vorrei che si parlasse di me in montagna solo perché sono donna. sono un’ alpinista e basta” nives meroi

Ci hanno provato in molti. I numeri uno. Invano. Poi è arrivata lei. Armoniosa, agile. E ce l’ ha fatta in barba a tutti. L’ americana Lynn Hill è stata la prima a realizzare la salita in libera e in giornata della difficilissima via “The Nose” su El Capitan, il monolito di granito più imponente al mondo; tre Empire State Building uno sopra l’ altro, liscio e strapiombante. Non ha sbagliato un passaggio, non è mai caduta e da quel 20 settembre del 1994 nessuno ha saputo fare il bis. La Nord dell’ Eiger, la parete assassina, fu scalata per la prima volta al femminile nel 1964 dalla tedesca di origine estone Daisy Voog, ma c’ è chi 12 anni fa l’ ha salita in solitario, in inverno, in 17 ore. Ed era un’ altra donna: la francese Catherine Destivelle, occhi verdissimi, fisico da schiattare, veterana di ascensioni agghiaccianti sulle Alpi, spesso da sola e in prima femminile. Che dire poi del Cerro Torre ? Da buon patagonico non ha saputo dire di no alla grinta fascinosa di Rosanna Manfrini, campionessa italiana di arrampicata, prima donna in vetta nel 1987. Gli esempi possono continuare. Le donne in montagna sanno salire le cime più alte, le pareti di roccia più difficili. In arrampicata sportiva sono eccezionali. Sulle cascate di ghiaccio mettono nel sacco difficoltà da brivido. Altro che restarsene al caldo sotto le coperte. “Noi non siamo quegli esseri pavidi e debolucci che i signori uomini vogliono far credere”, aveva replicato Mary Varale a una delle tante obiezioni sull’ argomento donne montagna. Moglie del giornalista sportivo Vittorio Varale, negli Anni 30 fu tra le prime a superare il VI grado e a essere accettata dall’ élite alpinistica di quei tempi: dagli uomini insomma. Le donne già alla fine del XIX secolo si erano dimostrate forti, avevano toccato le cime peuterey outlet online delle più alte montagne delle Alpi, ma i tabù sono rimasti duri a cadere. Ancor più quando si è trattato di salire i colossi himalaiani. “Rifiuteremo sempre la richiesta di prendere parte a una spedizione su questa montagna a qualsiasi signora. Le difficoltà sarebbero troppo grandi”, scriveva il Comitato inglese per l’ Everest nel 1924. E non stupisce che la prima donna sul tetto del Mondo arrivò 22 anni dopo Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi salitori. E ciò non senza qualche problemino familiare: Junko Tabei aveva già salito i 7.577 metri dell’ Annapurna III. Ma la tradizione giapponese non contemplava che una donna lasciasse solo un uomo. “Non sta bene !”, aveva tuonato il marito di Junko. “Ti lascio il via libera solo se facciamo un bambino”. Junko accettò: anche lei voleva un figlio. E quattro anni dopo, nell’ Anno internazionale per la parità dei diritti tra uomini e donne (1975), la nipponica, salendo dal Nepal, divenne la donna più alta del nostro pianeta, precedendo di 11 giorni la tibetana Phantog, salita dal versante Nord con una spedizione cinese. La prima vetta di un Ottomila a essere calcata da piedi femminili era stata, l’ anno prima, quella del Manaslu, anche quella volta a opera di una spedizione femminile nipponica. In cordata con gli uomini o i propri compagni, da sole, con altre alpiniste, le donne hanno tenacemente conquistato nuovi spazi d’ azione verticale. Ma come in molti altri campi, si sono ritrovate i riflettori addosso quasi più degli uomini; nel bene e nel male. “La gente troverà sempre qualcosa per cui criticarti, indipendentemente da ciò che fai”, raccontava Alison Hargreaves, che a maggio del 1995 era stata la prima donna a raggiungere l’ Everest senza far uso di bombole con l’ ossigeno e portatori, e tre mesi dopo si apprestava a salire il K2, in barba al fatto d’ essere madre di due bambini. “Mi chiedo per quale motivo agli scalatori non si facciano mai domande sulla paternità, eppure anche loro lasciano a casa mogli e figli”. Giunse in cima, ma perse la vita in discesa con altri sei scalatori, spazzata via dal vento. E la querelle sulle mamme alpiniste soffiò ancora più forte. Il primato femminile sulla seconda montagna della Terra (ma la più temuta) era però di un’ alpinista dell’ Est, Wanda Rutkiewicz. “Wanda è la prova vivente che in alta quota le donne sono capaci di prestazioni incredibili”, aveva detto Reinhold Messner. La polacca era riuscita a sopravvivere alla tempesta che l’ aveva bloccata due notti di seguito nella zona della morte, oltre gli 8.000 metri. Quel 1986 fu l’ anno delle tragedie: 25 scalatori in cima al K2, 17 morti in discesa. Ma sei anni dopo anche la “signora degli Ottomila” scomparve, sul Kangchenjunga (8.598 m), che avrebbe dovuto essere il suo nono colosso. “Non vorrei si parlasse di me in montagna solo perché sono una donna. Un alpinista è un alpinista e basta. chiaro che non siamo uguali agli uomini, loro sono più forti fisicamente. Noi abbiamo più resistenza mentale”, dice Nives Meroi, l’ italiana più “alta”: sei Ottomila già saliti, senza ossigeno e portatori. Tre Ottomila in 20 giorni, la prima donna al mondo a realizzare questo exploit in così poco tempo. Nives fa coppia fissa con il marito Romano Bennet. E non ha dubbi: “Preferisco parlare di complementarietà giacche peuterey più che di differenze”. Anche Chantal Mauduit era di questa idea. “L’ importante è legarsi in cordata con chi ti è veramente amico, donna o uomo che sia”. La quarta donna sul K2, sei colossi himalaiani dal 1992 al 1997, viveva l’ alpinismo con spirito romantico. Amava cambiare orizzonti, mettersi alla prova. E non sopportava il razzismo. Scomparve sul Dhaulagiri (8.167 m) a poco più di 30 anni. “Donne/ tu tu tut / in cerca di guai.” qualcuno potrebbe canticchiarla di già. Ma forse tutto sta nel D4DR gene, il gene dell’ avventura, dell’ intraprendenza, della capacità di assumersi rischi e responsabilità. Pare che sia in tutti noi, uomini e donne senza distinzione; solo che in loro, negli intraprendenti e negli audaci, è un bel po’ più lungo. DONNE E ALPINISMO LE PIONIERE Marie Paradis Non è mai stata alpinista, ma fu la prima donna in cima al Monte Bianco. Inserviente in una locanda di Chamonix, nel 1808 fu coinvolta nell’ impresa da Jacques Balmat e Michel Paccard, primi salitori (1786) della vetta più alta delle Alpi. Alla sua salita però non fu mai data particolare importanza in quanto lei stessa raccontò a Henriette d’ Angeville, la seconda donna (e prima alpinista) in cima al Bianco (1838), di essere stata quasi trascinata su di peso. Lucy Walker Nata nel 1835 in Inghilterra, figlia del grande alpinista Francis Walker, fu la prima donna a salire il Cervino lungo la cresta Hrnli. Era il 22 luglio 1871. Per scalare più agevolmente, fece ciò che ogni donna non osava: si levò la lunga e ingombrante gonna per procedere in sottoveste. Sua anche la prima salita al Balmhorn nel 1864. Nelle sue ascensioni sulle Alpi, si dice che la sua dieta fosse a base di pan di spagna e champagne. Morì nel 1916. Mary Gennaro Varale Nata nel 1895 a Marsiglia, fu tra le pioniere dell’ alpinismo femminile italiano, una delle prime a superare il VI grado. Iniziò a scalare nel gruppo dell’ Ortles Cevedale per poi inanellare, tra il 1924 e il 1935, oltre duecento vie in cordata con i migliori alpinisti dell’ epoca. Quasi tutte le sue salite sono prime femminili. Tra le sue prime ascensioni assolute più strabilianti, lo Spigolo Giallo (Cima Piccola di Lavaredo, 1933) e la diretta alla Sud Ovest del Cimon della Pala, la parete Sud della Torre Orientale del Vajolet, la Cima dei Tre (Civetta Moiazza), Punta Angelina (Grigne). Morì nel 1963 a Bordighera. Era sposata al giornalista sportivo Vittorio Varale. Paula Wiesinger Nata nel 1907 a Bolzano, fu protagonista indiscussa dell’ era del VI grado. Alpinista fuoriclasse, con il forte Hans Steger aprì vie nuove di notevole difficoltà in Dolomiti con numerose prime femminili: la Solleder in Civetta, la Sud della Torre Winkler, la Est del Catinaccio, lo Spigolo Sud di Punta Emma. Suo il primo tentativo alla Nord della Cima Grande di Lavaredo. Fu campionessa del mondo di discesa libera a Cortina nel 1932 e collezionò 13 titoli di campionessa d’ Italia. scomparsa nel 2001. Loulou Boulaz Nata nel 1909 a Ginevra, fu tra le scalatrici di successo degli Anni 30 50, una tra le prime a praticare un alpinismo di notevole livello tecnico, spaziando dalle Alpi alle montagne extraeuropee (Himalaya, Caucaso, Groenlandia, Per). Fu la prima donna a tentare, nel 1937, la Nord dell’ Eiger. Tra le sue realizzazioni sulle Alpi: la prima ascensione femminile della Nord delle Grandes Jorasses (seconda assoluta), la seconda salita alla Nord dei Drus, la ripetizione della Cassin alla Nord Est del Pizzo Badile ela prima femminile allo Sperone Walker. Partecipò alla prima spedizione di sole donne al Cho Oyu nel 1959. Morì nel 1991. Claude Kogan Nata nel 1919 a Parigi. Il suo nome è soprattutto legato alle imprese sulle montagne extraeuropee, ma nelle Alpi realizzò diverse scalate (tra queste la Sud alla Noire de Peuterey come prima di cordata). Nei primi Anni 50 scalò nelle Ande peruviane: seconda ascensione del Quitaraju (6.040 m) con record mondiale d’ altitudine per una cordata femminile, e cima del Salcantay (6.300 m). Poi si concentrò sulle vette himalaiane: nel 1953 salì il Nun (7.135 m), nel ‘ 55 il Ganesh I (7.406 m), poi tentò il suo primo Ottomila, il Cho Oyu (8153 m), fermandosi a 7.700 m. Dopo una spedizione in Groenlandia ritornò all’ attacco del Cho Oyu nel ‘ 59, organizzando la prima spedizione di sole donne in Himalaya. Un’ impresa che si concluse con l’ insuccesso e la sua morte, quando era oltre il campo IV, prossima a coronare il suo sogno. Gwen Moffat Nata nel ‘ 24 in Inghilterra, fu certamente tra le più importanti scalatrici degli Anni 60. Ribelle (per scalare, disertò dall’ esercito a 21 anni) e determinata, riuscì ad aprirsi un varco tra i professionisti dell’ alpinismo diventando la prima donna guida alpina in Inghilterra. Ora è scrittrice di successo di racconti gialli.