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L’era dei ritorni non solo chiacchiere e distintivo. Non per Scott Walker, almeno. Dopo quegli undici anni d’assenza che lo hanno visto tornare in auge con uno dei dischi pi significativi del 2006, “The Drift”, il Walker c’ha preso gusto e sforna una nuova uscita discografica. Trattasi di un lavoro su commissione, in cui il cantautore riutilizza con sacrosanta libert enunciativa i panneggi espressionisti che cos bene caratterizzavano l’angustia del suo debutto su 4AD dell’anno scorso.

Interamente strumentale, la (breve) partitura utilizza quattro tempi secondo una scala di densit sonora crescente. All’inizio esistono solamente una vibrazione oscillante scurissima in subfrequenza, disturbata da puntelli gorgoglianti, aleatori e rarefatti (a cui si sostituiscono, verso la fine, note ancor pi sfuggenti e rarefatte di cello). Nella seconda parte si fanno avanti gli archi, che portano subito la tensione alle stelle (fiati, sonagli, grancassa) e quindi la modulano verso note tremolanti horror, duetti straniati di strumenti alla rinfusa,
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e nuove esplosioni in fortissimo. Walker qui fa la figura di un ibrido amatoriale tra Penderecki e l’Herrmann di “Psycho”.

La terza parte riparte dalle frequenze gravi (stavolta ricavate dalle note tenute degli archi all’unisono) per farle poi entrare in risonanza reciproca, lasciando spazio a innalzamenti dinamici e puntate liriche degli archi solisti. Nell’ultima parte si d spazio a staffette tra strappi e corse orrorifiche (acute e gravi), ad addensare progressivamente la tessitura fino a momenti di reale cacofonia violenta (tra folk noise e gli Oneida di “Up With People”), quindi a trasportarla a forza verso una nuova staffetta con concertina e dispositivi elettronici, una banda schizofrenica (a tratti orchestrale stravinskiana) e una conclusione stupefatta, quasi purificatrice.

Concepito originariamente come colonna sonora per un balletto della CanDoCo Dance Company (base a Londra, a cui prendono parte persone disabili), rappresentato il 26 aprile 2006 in esclusiva assoluta a Manchester, coreografato e scenografato dal marpione del jet set Rafael Bonachela, un piccolo banco di prova per il Walker in qualit d’ipotetico compositore spurio. Tra i movimenti che lo compongono (privi d’indicazioni metronomiche), il secondo gratuito, il terzo vagamente inconcludente, il quarto il pi urgente e il pi drammatico, il migliore. Il primo? Pura retorica. Il vero precedente la sonorizzazione di “Pola X” (1999).
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