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Come una profetessa del nuovo lusso, Francesca Lusini, patron del gruppo toscano Peuterey, invoca un cambiamento nel segno del realismo che metta il fashion design al servizio delle persone, non il contrario. Lancia in resta, ha dato il titolo di telling a una sorta di manifesto che propugna uno stile di abbigliamento nella forma pi utile e democratica. Giacche, cappotti, piumini mettono in primo piano chi li indossa. “Ci impegniamo a creare abiti con un e senza tempo proclama la manager . Peuterey vicina a quanti vivono e lavorano e non sono interessati a esibirsi”.

E con queste idee che Francesca Lusini, dal 2011 presidente del gruppo che riunisce i marchi Peuterey, Aiguille Noire, Geospirit e Post Card, porta il suo brand in tutto il mondo. L che prende il nome da una cresta del Monte Bianco, ha il quartier generale ad Altopascio, in provincia di Lucca, produce un milione di capi all conta 500 dipendenti e nel 2015 ha chiuso i bilanci con un fatturato di 70 milioni di euro. “La saggezza e la rilassatezza della campagna toscana riprodotte all delle citt spiega la presidente : questo che la nostra impresa vuole rappresentare. N anti fashion n in controtendenza ma una cosa diversa, fuori dalla moda, per esprimere come siamo fatti noi in modo molto contemporaneo, perch la gente anche un po delle cose vuote”.

Lusini, 43 anni, mamma di un bimbo, si laureata in Giurisprudenza a Pisa nel 1996. Durante gli studi collabora come giornalista freelance con il quotidiano La Nazione, poi lavora come assistente di Diritto privato all ma punta a fare l e per questo dopo qualche tempo apre uno studio specializzato in diritto commerciale e industriale. Nel gruppo familiare nato nel 2000 con il marchio Geospirit di abbigliamento per lo sci, da tre soci con una grande esperienza nel settore dei capispalla, ci mette piede per occuparsi prima che della moda, di affari legali e societari. “Era un momento di forte crescita racconta la manager dovevamo costruire e strutturare una prima linea di manager e nel 2009 mi stata affidata la delega di responsabile delle risorse umane”. Tempo due anni, la svolta decisiva: Francesca diventa presidente del gruppo, mentre suo fratello Giovanni dalla sede di Milano cura la comunicazione.

Nella fabbrica di Altopascio si disegnano e si creano i prototipi, in Italia e presso una consociata in Bulgaria nasce la produzione. L toscana si alimenta di tradizione e di tecnologia. “Acquistiamo materiali tutti italiani puntualizza l eccetto per alcuni tessuti tecnici coreani e giapponesi, superleggeri in nylon con un forte know how che adoperiamo per i piumini. Fibre e trame originali, spesso create per noi in esclusiva, sulle quali abbiamo dei brevetti”. Per guidare l stile stato chiamato di recente Federico Curradi fiorentino, “un abbastanza artistica e una rara sensibilit per il colore”, direttore creativo di lungo corso che ha lavorato in Iceberg, Ermanno Scervino e Cavalli.

La maglieria con top e t shirt e top in prima linea ma il punto di forza di Peuterey l invernale. Giacche e piumini bordati da colli e cappucci di pelliccia. Materia scivolosa in tempi di politicamente corretto. “Siamo davvero attenti a questo tema ci tiene a chiarire Francesca . Le dico la verit il mio sogno sarebbe di arrivare a bandire le pellicce, ma oggi il business non lo permette. Controlliamo certi standard di allevamento, c trattamento e trattamento. E stiamo anche registrando un cambio di mentalit Ora iniziamo a utilizzare anche pellicce fake, ecologiche, perch ne fanno davvero di belle. I grandi distributori come la Rinascente ce le chiedono e noi gliele forniamo, ma il mercato in generale pi orientato verso quelle vere”.

Innovare e non fermarsi mai il suo imperativo. Il mercato di Peuterey italiano per il 72 per cento, il resto nel mondo. L gi da un po l primario: “Siamo in tutta Europa (in particolare in Germania, Francia e Svizzera), Cina, Giappone, Corea e Stati Uniti. Dobbiamo focalizzarci in questi paesi e rafforzare la presenza. Ci stiamo concentrando su programmi interessanti che vanno anche un po al di l della moda”. recente la collaborazione con il film il thriller di Ron Howard che per il brand Peuterey stata una speciale occasione di visibilit perch l mondiale si tenuta a Firenze. A questo si legato il destino di una giacca che stata chiamata Felicity, dal nome dell protagonista Felicity Jones, che ora viene venduta negli store diretti: tre in Italia, due in Germania, uno in Belgio ad Anversa, otto in Cina.

Segno zodiacale Ariete, “sono una grandissima testarda”, riconosce Francesca, “il che un bene e un male, tanta determinazione fino a raggiungere il risultato. Ottimista per natura, tendo sempre a non lamentarmi, a vedere sempre la bottiglia mezza piena”. Da grande amante dell qual per averci viaggiato con suo marito non da turista mordi e fuggi prima che nascesse il loro bambino, dice che “in quei contesti ci si rende conto che sentirsi insoddisfatti fuori luogo e di come il poco pu essere tanto”.

E lei cosa ha portato nel business? “Sicuramente una cultura e una struttura pi manageriale, pi adeguata a quelle che stavano diventando le dimensioni aziendali. In quanto donna, non amo parlare di parit ma di opportunit e di meritocrazia. Quindi in un che aveva un nettamente maschile, anche culturalmente, ho applicato il principio che chi bravo va avanti, a prescindere dal genere”.

a buon punto il progetto di portare un asilo nido in fabbrica, per poter dare un aiuto alle mamme e ai pap gi attuato il criterio di flessibilit per genitori di bambini da zero a sei anni. “Il nostro un mondo di glamour sospeso tra leggerezza e ironia sottolinea Lusini e io mi muovo senza prendere troppo sul serio il contorno. Quello che non considero un gioco la responsabilit verso le centinaia di famiglie che vivono con l

In via di sviluppo le vendite on line. La societ toscana ha un sito gestito da un partner esterno dedicato a Europa e Stati uniti. La Cina un discorso a parte. ” stata un grande bacino di utenza per i brand del fashion ragiona Francesca Lusini , si parla di crisi del luxury, ma il nostro un brand premium rivolto alla classe emergente. Vado e vengo da laggi dal 2011 e verifico ogni volta di pi quanto il consumatore cinese sia tra i pi ricettivi, affamato di informazioni e di cultura che assorbe attraverso un uso esasperato dal web e dai social. L commerce come viene utilizzato in Cina, con quella velocit di reazione, apprendimento e cambiamento, non ha uguali in Europa”.
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Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, è una cittadina calabrese di meno di sedicimila abitanti. Come hanno ampiamente riportato i resoconti giornalistici, in questo piccolo centro, famoso per i suoi agrumeti e per lo spadroneggiare della ‘ndrangheta, si sono vissuti tre o quattro giorni di vera guerra civile.

Due giovani balordi del luogo, la notte del 6 gennaio, si sono divertiti a tirare con un fucile ad aria compressa su tre immigrati ferendone uno in modo grave. Non era la prima volta. Le centinaia di immigrati che lavorano negli agrumeti che si estendono a perdita d’occhio attorno al paese, sono stati fatti oggetto molte volte di questo tipo di aggressioni, oltre che di provocazioni di ogni tipo. Questa volta i braccianti non erano nello stato d’animo adatto a chinare la testa e hanno reagito. Si sono diretti a centinaia verso Rosarno, partendo dai campi dove lavoravano e dai rifugi dove trovano abitualmente un riparo indegno di un essere umano. avvenuto quello che avviene in circostanze simili. La collera dei lavoratori dei campi, quasi tutti africani, si è indirizzata in modo cieco sulle vetrine dei negozi, sulle automobili dei rosarnesi, su qualche cittadino. Stufi di essere trattati come bestie, stufi della miseria in cui li tiene chi sfrutta il loro lavoro, resi disperati dall’aggravarsi della crisi, hanno risposto in modo istintivo.

Quello che è successo il giorno dopo e i due ancora successivi lo si capisce leggendo le prime pagine dei maggiori quotidiani del 9 gennaio: “Rosarno, caccia agli immigrati”, titolava, ad esempio, il Corriere della sera. Ed è stata davvero una caccia. Drappelli di cittadini indignati contro le “bestie” che sgobbano nei campi dalla mattina alla sera, hanno organizzato veri linciaggi. Hanno sparato, bastonato a sangue, incendiato baracche, automobili, ripari di fortuna.

Alla fine, la pulizia etnica, come qualche cronista l’ha definita, ha raggiunto lo scopo. Accompagnati da polizia e carabinieri che li imbarcano sui pullman, un migliaio di braccianti africani se ne va, tra gli insulti di una folla di imbecilli. Molti devono ancora avere i pochi euro con cui sono retribuiti di solito. Il giorno prima, mentre i bastoni delle squadracce si abbattevano ancora sui lavoratori africani, il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, dichiarava: “C’è stata troppa tolleranza con i clandestini”.

Nei giorni successivi le ruspe hanno distrutto le costruzioni, per lo più fabbriche abbandonate, in cui vivevano gli immigrati. Per anni questi lavoratori, nella stagione della raccolta delle arance e dei mandarini, hanno dormito in “alloggi” senza acqua, senza elettricità, senza servizi igienici. Lo sapevano tutti: istituzioni, magistratura, polizia, presidi sanitari. La cosa era talmente nota che erano usciti reportage di giornalisti coraggiosi, erano stati girati servizi televisivi, ecc. . Nessuno ha fatto niente.

I disordini di Rosarno hanno a che fare con la ‘ndrangheta? C’entrano con il controllo che questa associazione mafiosa esercita su tutto il territorio? C’entrano con i nuovi criteri fissati dall’Unione europea per finanziare la coltura degli agrumi, non più sulla base del prodotto ma su quella degli ettari coltivati? C’entrano con l’abbassamento del prezzo delle arance, dovuto alla concorrenza internazionale? Probabilmente sì, probabilmente tutto questo c’entra. Tra i facinorosi bastonatori, tra i “liberatori” di Rosarno c’era, non per caso, il figlio di uno dei capi famiglia più potenti della ‘ndrangheta locale. Il fatto poi che i soldi alle aziende agricole arrivino a forfait, 1500 euro a ettaro a prescindere dalla quantità di prodotto, unito al crollo del prezzo di vendita degli agrumi, rende spesso più conveniente lasciare marcire i frutti sulle piante che raccoglierli. Questo rende evidentemente “inutili” una quantità di braccia. E scatenare una specie di pogrom può essere stato utile per togliersi dai dintorni della cittadina una massa di schiavi divenuta troppo grande e socialmente “pericolosa”.

Tutto vero o almeno plausibile, d’accordo. Ma quale sarà il destino dei braccianti? Inviati in altri centri del Sud, senza un lavoro, senza niente, saranno di nuovo vittime di altre mafie, di altre camorre, di altri padroni senza scrupoli.

Il governo si dice deciso ad affrontare il problema del lavoro illegale nelle campagne. Sacconi promette “tolleranza zero” per gli sfruttatori. Chiacchiere già sentite migliaia di volte.

Nel frattempo circola in rete la proposta di un gran sciopero nazionale dei lavoratori immigrati. Dovrebbe essere fatto il primo marzo. Sembra che i promotori si siano ispirati ad una analoga iniziativa organizzata in Francia per lo stesso giorno.

Il responsabile della Cgil per le “politiche migratorie”, Piero Soldini, ha messo in dubbio la praticabilità di questo sciopero in una intervista rilasciata all’Unità del 7 gennaio. “Che gli immigrati un giorno si fermino tutti e facciano pesare la loro utilità è una bella suggestione, ma difficilmente realizzabile”a causa della ricattabilità di gran parte di loro che vivono, dice Soldini, “in condizioni di assoggettamento, soggezione, neo schiavismo in alcuni casi”. Questo, prosegue, rende molto difficile che possano accordarsi “e anche per un giorno possano alzare la testa”. Il dirigente confederale prosegue il suo ragionamento sostenendo che lo sciopero dei soli immigrati è una forma di auto segregazione strategicamente sbagliata e che sarebbe meglio uno sciopero generale, anche di un’ora sola, ma di tutti contro il razzismo.

Ma il problema è: se la confederazione sindacale più forte d’Italia, la Cgil, appunto, con i suoi più di cinque milioni di iscritti, non è stata spinta allo sciopero generale nemmeno dagli episodi vergognosi di linciaggio, di caccia al nero, se dei braccianti presi a fucilate o a colpi di bastone non sono stati un motivo sufficiente per dichiarare subito uno sciopero generale o almeno per far sentire in qualche modo, forte e autorevole, la solidarietà con gli operai africani, come si può pretendere che gli immigrati non cerchino una propria via, magari correndo veramente il rischio dell’auto segregazione?

Del resto sia la Cgil che gli altri sindacati sono ancora in tempo ad unire le loro forze e chiamare tutti i lavoratori, italiani e stranieri, ad una mobilitazione non solo simbolica contro il supersfruttamento che colpisce, certo con forme e modalità diverse, tutto il mondo del lavoro. Contro il razzismo, che è il veleno sparso da quanti, a nord come a sud, temono che il malcontento e la collera degli operai immigrati si saldi con quello degli operai italiani.

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peuterey herrenjacke la più grande festa possibile

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Già da anni rilevo che la Pasqua, pur essendo la solennità più importante del cristianesimo, pur essendo il trionfo della vita, non è abbastanza sentita. E’ la cultura nichilista che inibisce la gioia della Risurrezione, impedendo ai credenti di affermare a viso aperto la vittoria sulla morte, proprio perché la cultura dominante non è in grado di confrontarsi con l’enigma della morte e tenta di sfuggirle nascondendola.

Adesso ci si mette anche l’organizzazione del lavoro: ai dipendenti dell’outlet di Serravalle Scrivia (AL) è stato richiesto di lavorare anche la prossima domenica di Pasqua. Si sono ovviamente ribellati, hanno minacciato lo sciopero. “E’ stato sollevato il velo sulle condizioni di lavoro del più grande centro commerciale d’Europa è scritto in un comunicato Pressioni, condizionamenti, nessun dialogo con i sindacati”. Evidentemente, l’imposizione del lavoro festivo si accompagna ad una generale carenza di rispetto per la dignità dell’uomo. “Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro”, sentenziava Giovanni Paolo II. Il Vescovo di Tortona commenta: “La questione non può preoccupare soltanto i credenti. Il tempo che non conosce la festa, non è più un tempo per l’uomo ma un tempo che divora l’uomo”. Ecco dunque che la Pasqua rivendica inopinatamente la propria importanza, anche in ambito civile. Lo Stato, proprio perché laico, riconosce e rispetta la libertà religiosa dei cittadini. La libertà religiosa è la prima forma e la base di tutte le libertà: per questo, neanche l’organizzazione del lavoro può impunemente ignorarla.

Ma da dove proviene la centralità delle festività pasquali? Dal carattere risolutivo dell’evento della Risurrezione, dal suo essere la vittoria finale non della Vita in astratto ma di quel Gesù che da uomo ha affrontato la morte, l’ha sofferta come ogni altro uomo passato sulla faccia della terra, per tornare vivo al terzo giorno, per non più morire. Non si è trasformato in una sorta di fantasma etereo, pur entrando a porte chiuse dove erano riuniti i suoi amici; ha mangiato in presenza di parecchie persone, ha mostrato i segni dei chiodi della crocefissione, si è lasciato toccare. La meraviglia suscitata da questi fatti è la base di un itinerario che, se giunge a conclusione, rende gli esseri umani partecipi della condizione nuova, “ultramortale” del “Primogenito dai morti”. Ce n’è abbastanza per fare festa insieme, la più grande festa possibile. Tutti siamo invitati.
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giubbino peuterey uomo La pantera morde e bacia il suo salvatore

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/CorriereTv

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Nella Jaguar White Tiger Foundation Eduardo e il suo staff accolgono i cosiddetti cats i grandi felini strappati ai lavori forzati (circhi, zoo, allevatori o qualche villa a Los Angeles) per reintrodurli poi nel loro habitat naturale. Oggi, oltre 6 milioni di persone seguono il suo lavoro tramite i social network. In questo dolcissimo video gioca e si fa dalla pantera nera Kal El (anche il nome di nascita di Superman). Sempre in compagnia dello stesso felino lo avevamo visto qualche tempo fa anche in questo video (Instagram/Black Jaguar White Tiger Foundation)

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woolrich outlet milano La nuova scuola media

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Comincio con un ricordo personale. Ho studiato nella “vecchia” scuola media De Amicis di Reggio Emilia, dal 1947 al 1949, quand’era in vigore la legge Bottai (1.7.1940, n.899), perché mia madre voleva indirizzarmi al liceo. Ho anche insegnato nella scuola media dello stesso tipo, nell’anno 1958 59, nel Collegio pareggiato di Cantù, pure intitolato a De Amicis. Ne conservo un ottimo ricordo. Drammatizzavo coi ragazzini la lettura dell’Iliade e premiavo con un cioccolatino i ragazzi che vincevano le gare per imparare i verbi di latino. Il pomeriggio facevo l’arbitro nelle partite di calcio fra le due squadre della mia classe o giocavo con loro alle piastre. Ho un ricordo quasi bucolico di quella scuola e di quella classe. Non sospettavo che si trattasse anche di una scuola “di classe”, come si sarebbe detto negli anni ’60 e ’70.

E non avevo alcun sentore dell’arrivo di un’imminente “rivoluzione” scolastica. Rientrato a Reggio Emilia, nel 1961, papà di una bimba e marito di un’insegnante di scuola media, mi sono trovato nel mezzo di un acceso dibattito, che si svolgeva soprattutto all’interno della sezione UCIIM, il cui presidente era il preside Ermanno Dossetti. Pur insegnando nelle secondarie superiori, ho avvertito allora che il fronte dell’impegno associativo, sindacale, sociale, politico, giuridico, pedagogico e didattico era la scuola del preadolescente, quella che va dagli 11 ai 14 anni. Tutti questi aggettivi indicano altrettanti punti di vista da coltivare, con lo studio, con la riflessione, con l’iniziativa dei corsi di aggiornamento, del dibattito, della sperimentazione, in ambito scolastico, associativo, sindacale, civile, ecclesiale, politico. Cominciavano a delinearsi i caratteri di una nuova professionalità docente.

Il varo della scuola media unica o unitaria, come si disse per evidenziarne l’articolazione interna, ha qualcosa d’incredibile, sia per le condizioni favorevoli, sia per quelle sfavorevoli, dovute ai conflitti di tipo culturale, ideologico e politico, agli interessi e alle difficoltà oggettive che s’incontravano, alle attese da un lato e alle paure dall’altro di un cambiamento profondo della scuola e della società. Fra le condizioni favorevoli ricordo che quelli erano gli anni della maturazione del Centro sinistra, della nazionalizzazione dell’energia elettrica, della fine del colonialismo in Algeria, della tensione politico militare fra USA e URSS, dovuta all’installazione dei missili sovietici a Cuba e dell’inizio del dialogo tra Kennedy e Kruscev; e soprattutto erano gli anni di papa Roncalli, delle encicliche Mater et magistra (1961) Pacem in terris (1963) e del Concilio Vaticano II (1962 1965).

Negli anni ’50 era ancora abbastanza diffusa, sia fra gli studiosi sia fra i politici, di destra e di sinistra, l’idea che in Italia ci fossero “due popoli”, a cui avrebbero dovuto corrispondere due percorsi scolastici: uno conclusivo e professionalizzante per la maggior parte dei ragazzi, quelli destinati a ruoli subordinati ed esecutivi, attraverso corsi di avviamento professionale o corsi di completamento dell’obbligo, e uno aperto agli studi superiori, per i ragazzi “capaci e meritevoli”, destinati a entrare nel mondo delle professioni e a ricoprire ruoli direttivi.

Del resto i Programmi Ermini per la scuola elementare, varati nel 1955, avevano identificato tre cicli per la “scuola di base”: i primi due riguardavano la scuola elementare (2+3), il terzo una “postelementare”, dedicata ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni.

A questa postelementare, tenacemente voluta dai maestri dell’AIMC, avrebbe dovuto affiancarsi una scuola media articolata in indirizzi. Del resto la proposta avanzata dal ministro Guido Gonella nel 1951, poi non approvata, prevedeva una tripartizione: una secondaria classica, col latino, per l’accesso a tutti gli studi superiori, una secondaria tecnica, per l’accesso agli istituti tecnici e professionali, e una secondaria normale, ossia terminale, per l’immissione diretta nel mondo del lavoro.

A questa soluzione “realistica e ragionevole” si contrappose un’altra ambiziosa visione, che con qualche fatica e malumore avrebbe poi ottenuto la maggioranza in Parlamento: quella di una scuola unica per tutti i preadolescenti, in vista della piena educazione di ciascuno, in quanto degno di ricevere il massimo individualmente possibile sul piano culturale e sul piano della crescita umana, sociale, civica e politica della propria personalità.

La nuova media doveva non concludere gli studi, ma aprire a tutti i ragazzi la via per continuarli. Carlo Perucci, che a Roma nell’ambito del Centro didattico nazionale per la scuola media aveva sperimentato la nuova scuola negli anni ’50, con le “classi di osservazione” e che poi ha insegnato Pedagogia nell’Università Cattolica di Brescia, sosteneva, in particolare in un suo scritto incompiuto, uscito postumo a cura di Fausta Monelli (Struttura scolastica e società educante, La Scuola, Brescia 1977) di liberazione progressiva degli stadi di vita, piuttosto che di progressivo innalzamento dell’obbligo scolastico.

Rifiutò anzi, come Aldo Agazzi, il concetto di “scuola dell’obbligo”, in nome di una corretta lettura della Costituzione, che all’art. 34 parla di obbligo della “istruzione inferiore”, non di scuola obbligatoria. L’innalzamento dell’obbligo non comporta l’esistenza di una sola scuola.

Sintetizzando il suo giudizio sul primo ventennio della scuola repubblicana, Perucci ha scritto che “l’operazione storica realizzata dal popolo italiano tra gli anni ’50 e gli anni ’70è stata la liberazione dei propri preadolescenti dal lavoro (o pseudo lavoro) prematuro”. Agazzi aveva parlato di una scuola media che fosse “la scuola del balzo in avanti di tutto il popolo italiano”, sul piano della cultura e delle conoscenze.

L’ipotesi sperimentale di una media “unitaria opzionale”

Il fine era il costituzionale “pieno sviluppo della persona umana” (art.3). La scuola perciò doveva essere disegnata e progressivamente modificata come un abito, intorno al ragazzo in età evolutiva: e quindi, nella fase della scuola media, doveva essere “su misura” del preadolescente, che nel triennio 11 14 anni viene maturando la propria crescita verso l’adolescenza e conquistando progressivamente la propria identità personale. Si trattava di favorirne da un lato lo sviluppo verticale e diacronico, attraversando successivi stadi evolutivi, che Perucci chiamava stadi pedagogici, per non restare troppo dipendente dagli stadi psicologici di Piaget; dall’altro lo sviluppo orizzontale, per consentire a ciascuno di differenziarsi progressivamente dagli altri coetanei.

Per questo occorreva non tanto obbligare, omogeneizzare e amalgamare i preadolescenti, ma concepire per tutti e per ciascuno una scuola piena (e non solo un “tempo pieno”, prefigurato dal doposcuola facoltativo), caratterizzata da materie necessarie o fondamentali, materie opzionali e facoltative o libere attività creative, articolata in diversi livelli operativi, con un tempo per l’assimilazione cognitiva e un tempo per la risposta creativa. Un certo grado di flessibilità era necessario dunque sul piano dell’ordinamento come sul piano della didattica.

Secondo la concezione pedagogica personalistica che stava all’origine di queste scelte, sviluppo verticale e sviluppo orizzontale dovevano essere le direzioni di una crescita evolutiva che passa attraverso gli stadi pedagogici dell’infanzia, della fanciullezza, della preadolescenza, della giovinezza, a cui dovevano corrispondere altrettante scuole, secondo un’idea che Perucci condivideva con Sergei Hessen e con Aldo Agazzi.

Ricordo anzi, a questo proposito, un paio di lettere scritte da Agazzi alla moglie Emma il 13.12.1949 e mostrate a un mio laureando negli anni ’80: “In tante chiacchiere mai una sola voce (tranne la mia, sempre ferma ed esplicita e insistente in questo) che veda la vastità e la responsabilità del problema di elevazione del popolo: nessun sentimento di vera giustizia sociale e di umanità”. Più precisamente nella seconda lettera dell’11.1.1950: “Valitutti (era allora segretario della Commissione Gonella e sarebbe poi diventato ministro della PI, ndr) ha dichiarato che scriverà una stroncatura dell’ultimo libro dello Hessen: sarà la sua auto stroncatura. Quel libro è superbo: e in esso, dopo tanto spolmonarmi in commissioni ministeriali, ho trovato tutte le mie impostazioni e le mie argomentazioni”.

Il libro a cui si riferiva è Struttura e contenuto della scuola moderna, allora appena tradotto da Luigi Volpicelli (1950), portatogli al Ministero, ancora in bozze, dall’amico editore Armando Armando. Vi si distingueva fra teoria della scuola e politica della scuola. Otto anni dopo Agazzi avrebbe scritto il saggio Teoria e pedagogia nella scuola nel mondo moderno, che fissava le linee che era venuto elaborando nelle aule ministeriali, nel Consiglio Superiore e nelle Commissioni.

Questa concezione di scuola “unitaria opzionale” fu messa a punto nell’ambito dell’ esperimento delle “classi di osservazione”, secondo l’ipotesi formulata dalla Commissione insediata dal ministro Paolo Rossi, nel 1956. La relazione finale di questa Commissione, presieduta dal pedagogista Giovanni Calò, contiene in nuce tutto lo sviluppo di una scuola disegnata secondo le esigenze del preadolescente. Ovviamente non fu facile trasformare tutte queste istanze in legge, ma di fatto ci si avvicinò ad esse più di quanto i fautori di questa soluzione osassero sperare.

Questa ipotesi fu illustrata e verificata nell’ambito di un “corso di perfezionamento didattico” di 80 ore che, in collaborazione col Centro didattico nazionale per la scuola media, allora diretto da Camillo Tamborlini e presieduto da Aldo Agazzi, tenemmo a Reggio Emilia, a metà degli anni ’60.

Si trattò di un corso che per la prima volta era stato messo a punto da Perucci con Padre Mario Reguzzoni, fondatore dell’OPPI di Milano. Ne uscì un volume dal titolo Linee di didattica generale, edito dall’UCIIM di Reggio, che fu probabilmente all’origine dell’inserimento della didattica generale fra le discipline universitarie dell’area pedagogica. Individualizzazione, socializzazione, valutazione, orientamento, istruzione, educazione sono le parole guida della nuova didattica.

E’ da elaborazioni di questo tipo che prese poi le mosse anche la sperimentazione del biennio e successivamente del triennio della scuola secondaria superiore.

Un sogno che diventa legge, dopo un lungo incubo

Torniamo all’origine della “rivoluzione” portata dalla legge istitutiva della nuova scuola media, cogliendola per così dire allo stato nascente, in una commossa pagina di diario di Gesualdo Nosengo, scritta il 21 dicembre 1962:

“Alle ore 20 di oggi, in cui si inizia la ripresa del sole, in cui nella novena si canta “O Oriens”, la Camera dei deputati con circa 250 voti favorevoli ha approvato la legge sull’ordinamento della Scuola Media. Ha qualche difetto, non v’è dubbio, ma è ugualmente una grande, molto grande conquista per la democrazia italiana.

“Sarà uno strumento di differenziazione dal passato e d’impostazione di un mondo scolastico culturale nuovo. Anche didatticamente servirà a portare una ventata nuova nella scuola e nelle cristallizzate abitudini di molta parte del corpo docente italiano.

“Suona oggi l’ora della scuola media e del grande compito assegnato a coloro che l’hanno voluta, la comprendono, sanno come fare a realizzarla bene a servizio dei giovani. Io ne ringrazio Dio provvido. Qualche tempo fa tutto sembrava compromesso e perduto. Dio che guida la storia si è servito di alcuni dei più forti oppositori per far realizzare in breve, con energia e oltre le mete da noi sperate, ciò che noi attendevamo. Gui e Scaglia sono stati questi strumenti. Est mirabilia in oculis nostrisDopo 15 anni di fatiche, di studi, di polemiche, di amarezza, la meta è conquistata. Deo gratias”.

Il 9 gennaio 1963 precisò: “La mia vera soddisfazione la proverò il 1ottobre prossimo, quando avrà inizio effettivo quanto deliberato nella legge e quanto, prima, era sogno, visione, attesa.”

Questo slancio lirico si spiega proprio in rapporto alle vicende che Nosengo aveva vissuto, annotando sull’agenda quasi ogni giorno la lotta, le sconfitte e le vittorie relative alla scuola media.

Si trattava per lui di uscire dall’incubo di un fallimento personale, oltre che da quello della linea riformistica. Nel triste 1novembre 1961, avendo ricevuto lettere di accusa e di minaccia di scissioni di sezioni UCIIM, scriveva: “Siamo nell’ora delle passioni, dell’irrazionalità, dell’epidemia insurrezionale e oppositoria. Si sentono tanti, sono eccitati, si eccitano a vicenda e oltrepassano i limiti dell’obiettività. Il calice è sempre più amaro e io non ho ancora forza di trangugiarlo tutto. Penso alla fuga, alle dimissioni, al ritiro più astratto dalle beghe di questo genere () Ormai il mio nome è oggetto di accuse, di calunnie, di opposizione, suscita rumorosità e grida, sono discusso e condannato. Certo ora non sono più tentato di lavorare nell’UCIIM per godere del favore della categoria!”.
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Dal 13 giugno l’offerta regionale di Trenitalia si arricchisce di nuovi treni. Per raggiungere più agevolmente le numerose località turistiche, balneari e di svago del territorio pugliese, e trascorrere giornate all’insegna della serenità e dell’attenzione all’ambiente lasciando l’auto a casa. La nuova offerta è stata presentata oggi a Bari dall’Assessore Regionale alla Mobilità, Guglielmo Minervini e dal Direttore del Trasporto Regionale di Trenitalia, Sabrina De Filippis. Lo scopo è incentivare l’utilizzo del treno durante l’estate anche per gli spostamenti verso le mete marine, culturali, di shopping e svago del territorio.

Dal 27 giugno al 29 agosto ogni domenica, partirà da Bari Centrale il Treno del mare, dedicato alle famiglie e ai giovani amanti delle spiagge. Il servizio collegherà in poco più di mezz’ora il capoluogo regionale a Fasano. La partenza è prevista alle 8.25 con arrivo alle 9.03. Il treno fermerà a Bari Torre a Mare (8.34), Polignano (8.46) e Monopoli (8.52). Il rientro è previsto alle 17.10 con fermate intermedie a Monopoli (17.19), Polignano (17.26), Torre a Mare (17.38) e Bari Centrale (17.50). Sempre la domenica, ventiquattro treni collegheranno Foggia alle spiagge di Siponto e Manfredonia in soli venticinque minuti.

Per gli amanti dello shopping e del divertimento, Trenitalia metterà a disposizione da giugno a fine agosto, tutte le domeniche, una coppia di treni da Foggia a Molfetta e una da Bari a Molfetta per vistare il Centro commerciale Outlet Fashion District e il Parco divertimenti Miragica. Dopo il successo registrato lo scorso anno, sarà rinnovato l’accordo commerciale che consentirà spostamenti su gomma dalla stazione al Parco dei Divertimenti e all’Outlet nonché iniziative promozionali per chi viaggia in treno. La partenza dal capoluogo dauno è alle 9.45 con arrivo a Molfetta alle 10.50. Il ritorno è alle 18.40 con arrivo a Foggia alle 19.50. Da Bari Centrale si partirà alle 9.59 con arrivo a Molfetta alle 10.20; il ritorno è alle 17.28 con arrivo a Bari Centrale dopo mezz’ora.

I treni estivi esistenti offrono inoltre un’ampia gamma di possibilità per spostarsi velocemente da una spiaggia a un’altra e da un luogo d’arte a un altro lungo tutta la Puglia. Sulla linea Bari Lecce, 36 treni collegheranno nei giorni feriali Bari a Brindisi e Lecce con fermate intermedie a Monopoli, Fasano, Ostuni mentre nei giorni festivi i collegamenti tra i capoluoghi salentini saranno garantiti da sei coppie di treni. Sulla Bari Foggia, dal lunedì al sabato, circoleranno 55 treni al giorno mentre nei giorni festivi saranno garantiti 18 collegamenti tra i due capoluoghi. I treni regionali fermeranno nelle località turistiche di Giovinazzo, Trani, Andria e Barletta.

Per gli appassionati di storia l’offerta estiva riserva viaggi suggestivi a bordo dei treni storici lungo itinerari di interesse artistico culturale. Dopo il successo del 6 giugno scorso, il Treno dell’Archeologia replicherà domenica 11 luglio e domenica 12 settembre, con partenza da Taranto e da Bari e visita al parco archeologico di Canne della Battaglia con sosta a Minervino Murge e Spinazzola. Il programma delle iniziative è frutto del Protocollo d’Intesa sottoscritto da Trenitalia con l’Assessorato alla Mobilità della Regione Puglia e l’Associazione Treni Storici Puglia Onlus. L’accordo prevede, nell’ambito del Contratto di Servizio con la Regione, di destinare parte delle detrazioni a carico di Trenitalia alla realizzazione di iniziative di promozione turistica, storica e culturale in territorio pugliese a bordo dei treni storici, offrendo alla clientela tariffe vantaggiose.

Anche quest’estate, infine, su oltre la metà dei treni regionali in circolazione si potrà viaggiare con bici al seguito. Il trasporto delle due ruote è gratuito. Sarà sufficiente presentarsi al capotreno ed esibire il titolo di viaggio per ottenere l’emissione manuale del supplemento gratuito per la bicicletta. Ad oggi il 70% dei treni pugliesi è nuovo o ristrutturato con idonea climatizzazione. Entro il 2011, il programma di rinnovo del materiale rotabile, inserito nel nuovo Contratto di Servizio, prevede la ristrutturazione di 63 carrozze “piano ribassato” e di 13 “semipilota piano ribassato”.
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La musica un linguaggio universale. Lo si sente ripetere spesso, perch i successi musicali travalicano le frontiere spesso senza bisogno di tradurre il testo e soprattutto perch in molte occasioni capita di verificare che le emozioni suscitate da un brano non dipendono dalla cultura in cui stato prodotto.

L stata verificata in modo pi preciso da un nuovo studio sperimentale pubblicato su “Current Biology” da Samuel Mehr della Harvard University e colleghi di una collaborazione internazionale. I risultati della ricerca infatti dimostrano che esistono alcune strutture musicali intrinsecamente correlate alle emozioni che possono essere percepite da persone di culture molto diverse tra loro dopo aver ascoltato soltanto un brano molto breve.

Nel primo esperimento, gli autori hanno chiesto a 750 utenti di Internet di 60 paesi di ascoltare alcuni brani, ciascuno della durata di 14 secondi, tratti da diverse canzoni, scelte modo pressoch casuale nella produzione di 86 societ di umane di piccole dimensioni e con un arcaica, tra cui trib di cacciatori raccoglitori, di pastori o di agricoltori. Le canzoni provenivano da un variet di regioni geografiche, in modo da rappresentare una vasta gamma di culture umane.

Pascal Saez / VWPics/AGFDopo l i partecipanti hanno risposto a sei domande su come percepivano la funzione di ciascun brano musicale secondo una scala di sei punti. In particolare, dovevano valutare se i brani fossero adatti per ballare, tranquillizzare un beb guarire una ferita, esprimere amore, piangere un morto o raccontare una storia.

L statistica dei circa 150.000 punteggi assegnati ha dimostrato che, in media, l delle canzoni che si erano fatti i partecipanti corrispondeva alla sua funzione originale,

anche se i soggetti non erano familiari con il tipo di musica, il campionamento di ogni canzone era casuale e i brani fossero molto brevi. Ci dimostrerebbe secondo i ricercatori che esistono strutture musicali, non immediatamente individuabili, che non dipendono dalla cultura di riferimento, ma sono in gran parte universali. “Non solo i volontari sono riusciti a identificare le canzoni usate per queste funzioni meglio delle altre, ma le loro caratteristiche musicali sembrano opposte per molti aspetti”, ha spiegato Mehr. “Le canzoni ballabili generalmente avevano un ritmo pi rapido, erano pi complesse dal punto di vista ritmico e melodico, ed erano percepite come pi gioiose e pi eccitanti, mentre le ninne nanne erano percepite come pi tristi e meno eccitanti”.
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Dal 19 al 23 giugno Milano mostra al mondo della moda maschile quale sar lo stile che segner l’abbigliamento per la primavera/estate 2016. Colori, tagli, accessori, tendenze. ICON segue passo passo le sfilate per raccontarvi da vicino come la MIlano Fashion Week, anche questa volta, stata in grado di stupire.

QUI PER GUARDARE TUTTE LE SFILATE GUARDA ANCHE LO SPECIALE PITTI UOMO 88

FUSION. Sulle note di Non succeder pi di Adriano Celentano si alza il sipario della fashion week di Armani che con Emporio Armani ha voluto ricordare un monito ai lui caro: “uomini vestitevi da uomini”. E cos dall’incontro di mondi sfila una collezione che vede nella fusione tra Oriente e Occidente la sua peculiarit Il rigore di re Giorgio si vede anche nella palette che non d adito ad eccessi: grigio, blu, sabbia, fango. Cromie totali e polverose mosse solo da una nota di petrolio. Ampi pantaloni con pince profonde e baschi sulla testa che danno un sapore tutto metropolitano alla collezione. Sempre a Oriente guardano anche Stefano Gabbana e Domenico Dolce che rendono omaggio alle sete stampate di una Cina perduta ma anche ai giardini segreti e fioriti della Sicilia decadente cari alla maison Dolce Naviga in altri mari invece Donatella Versace che vuole l’uomo un po’ pirata, un po’ manager. Dai completi dai toni grey spuntano T shirt lunghe tono su tono per un gioco di sovrapposizioni leggere nelle sfumature naturali della terra. Un nuovo tribal, rivoluzionario, invece da MSGM: ricami e dettagli d’ispirazione tribale si fondono in maglie oversize, pantaloni con grandi pince e tute workwear dal gusto minimalista. L’abito sartoriale? Blazer e bermuda. Cos si affaccia sulla nuova stagione Corneliani che rilancia un rigore anticonformista dove lunghi trench scorrono fluidi fino alle caviglie e T shirt in pelle di ampio volume si portano con pantaloni con stringi vita che disegnano la silhouette. Vive di contrasti anche l’uomo di Jil Sander che trasforma il tessuto pi tecnico in abito sartoriale. L’antivento prende co la foggia del blazer pi classico mentre il coat si fa ampio e rigido disegnando mantelle con cappuccio in vernice color ghiaccio o total black. Da Marni invece predominano i toni intensi del blu, del verde bosco, del bordeaux per abiti dalle linee essenziali che riprendono per field jacket di gusto casual su pantaloni ampi ma corti alla caviglia o bermuda oversize. Uno sguardo al passato nei dettagli delle camicie con le punte del colletto allungate Anni 70 a contrasto con le sneaker in nylon e neoprene indossate sotto il completo pi sofisticato. Alessandro Dell’Acqua invece da N 21 gioca con le sovrapposizioni e la fusione di generi. Genderless pare essere la nuova parola d’ordine dell’uomo anticonformista, che non disprezza tuniche lunghe,praticamente delle gonne, maglie oversize su bermuda e una certa attitudine rilassata che dallo sportswear si fonde con i dettagli bespoke.

NEO CLASSICO. Stefano Pilati rilancia un concetto di neo classicismo che porta Zegna Couture su un gradino d’eccellenza sempre pi alto. Dai tessuti che sa mixare in modo unico alle linee che aderiscono al corpo pur rimanendo morbide e fluide, come nei suoi Broken Suit, non c’ dettaglio che sia sfuggito allo stilista nel creare un guardaroba contemporaneo ma con tutti i dettami della pi classica sartorialit Una sinfonia di colori: dai madras pastello alle tonalit neutre, intervallate da bianchi ottici e total black. Completano il look fluttuanti coat e trench chiusi fino al colletto, gilet multitasche, bomber e blouson drappeggiati. Da Salvatore Ferragamo invece si mescolano aspetti classici, sartoriali e quindi di tradizione, con il mondo dello sport. stile elegante, ma l pensato in disequilibrio. Ho pensato a un collezionista eclettico che ama contaminare tutto con con le sue diverse sensibilit politiche e culturali dice il designer Giornetti che ha giocato con le lettere che compongono il nome della maison per maglie dal gusto futurista e dai colori bruciati ma forti, quasi a rafforzare un mix tra arte e tailoring di nuova generazione.

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COM’ PROFONDO IL MARE. Gi un mare profondo e calmo. Sinuoso e docile, ma elegante nel movimento ondulatorio. Sinuoso e fluido come la colezione di Giorgio Armani che non ostenta anzi cerca nella riflessione coerente la sua strada maestra. Fatta di grigi sfumati, toni mauve, azzurri nuvola e glicine. Anche i tessuti seguono l’andamento ondulatorio del mare e cos sete lavate alternate a lane dai motivi check dal peso piuma si fondono in abiti morbidi, decostruiti, come solo Armani sa fare. E mentre Armani percorre rotte sicure, Dean e Dan da Dsquared2 mettono in scena surfisti californiani alla Point Break. Corpi tatuati da “mute” full body tattoo che come una seconda pelle scolpiscono la silhouette. Modelli pronti al punto di rottura, veri no limits men che dello sport estremo hanno fatto una divisa (glamour): pantaloncini da surfer incrostati di ricami multicolor, jeans oversize e poncho fuoriscala, portati come mantelli, o forse come coperte di emergenza per una notte di fal sulla spiaggia.

NATURAL WAY. collezione si ispira al fascino di un viaggio di ritorno alla natura, alla ricerca di un riposo spirituale svela Tomas Maier da Bottega Veneta che approccia Madre Natura scegliendo tutte le sfumature pi soft della palette della terra. I marroni bruciati, i verdi delle foglie, le nuance tenui del sabbia, fino ai blazer grigio scuro come l’ardesia tracciati da righe marroni e ai pull bianco glacier. Un tappeto di petali di rosa, invece, accoglie i modelli sulla passerella di Missoni che rinnova il motivo zig zag con nuace delicate come gli arancioni, i gialli, i verdi in tutte le sue sfumature cosi come i blu per bomber, maglie morbide. Tutto all’insegna di un lusso rilassato, molto sofisticato, per un viaggiatore cosmopolita in armonia con il mondo che lo circonda.

POST INDUSTRIALE. Prada non si omologa e anzi sembra rendere omaggio a una certo rigore workwear mixato alla freschezza giovanile di T shirt con i ricami ironici di coniglietti pop, razzi, macchinine da corsa. La sfilata di Miuccia Prada sovverte gli schemi a partire dalla location che pare un mondo post industriale capovolto:grandi lastre trasparenti scendono dal soffitto su un pavimento di cemento (progetto di OMA di Rem Koolhaas), sul quale afilano veloci uomini con shorts corti e soprabiti lunghi al ginocchio. Citazioni anche workwear con gli abiti che citano tute industriali, con le tasche posteriori chiuse da zip. Concetto workwear anche per Sunnei, uno dei nomi emergenti di questa Milano Fashion Week 2016 che dopo gli esordi al White ha presentato per la primavera 2016 una collezione che riecheggia le tute da meccanico, in tutte le sfumature di blu. Proponendo anche dei macro gessati oversize nelle proporzioni e dal taglio minimale. Zip, tasche grandi e tessuti effetto denim e lino per il duo di creativi Loris Messina e Simone Rizzo.

SPORT COUTURE. Italo Zucchelli per Calvin Klein trasforma il look con le fasce di velcro che regalano ai capi forme nuove. Sportswear sartoriale quasi che non dimentica le origii americane del brand, anzi le esalta nei capi icona come il giubbino denim in tonalit neutre come il beige e il classico jeans. Sempre sport oriented la sfilata di Moncler Gamme Bleu che questa volta si ispira al mondo del canottaggio per i suoi uomini in divisa. Rigore e colore le parole chiave per lo stilista Browne che sceglie shorts e bermuda seersucker a cui sovrappone blazer a righe di diverse dimensioni, bomber piumino di ampio volume e cravattini che infiocchettano il look a righe da club inglese. Bermuda in struzzo e parka con dettagli tailoring invece da Pal Zileri che si evolve e stupisce con una collezione che traghetta il casual wear nella dimesione luxury dell’artigianalit made in Italy.

INTO THE BLUE. Il colore della primavera 2016? Non ci sono dubbi: il blue. In tutte le sue sfumature, come le onde del mare, lo stesso mare messo in scena da Antonio Marras che dedica la sua sfilata agli uomini che amano le acque cristalline e allo stesso tempo impavide dell’Oceano, come il proagonista del monologo di Alessandro Baricco: Novecento. Cos i suoi modelli vestiti in giacche doppio petto bianche e blu attraversano una passerella fatta di pagine di libri dipinte di azzurro, e lo spettatore si tuffa in una collezione per marinai poeti. Anche Brioni ha scelto le nuance del blue. Ma nei toni pi polverosi del celeste. Abiti slim chiusi in vita da una cintura a evidenziarne la silhouette si alternano a spolverini leggeri come l’aria per una collezione che si appropria di tutte le tonalit del cielo per disegnare completi elegantissimi, disegnati da linee geometriche, da portare con sandali in pelle a doppia fascia. In suede ceruleo invece le varsity jacket di Canali con tasche oversize.

L’UOMO POETICO. D la parola chiave che Alessandro Michele ha scelto per la sua collezione. Ovvero quel gioco sottile capace di rimettere in circolo frammenti decontestualizzati. Un agire che distrugge e fa rinascere. Una pratica estetica che riannoda frammenti dispersi all’interno di un nuovo significante che in s ha una dimensione univoca. Dove maschile e femminile si fondono e lasciano spazio alla delicata poesia di abiti in seta raffinati come pigiami di lontana memoria, decorazioni floreali come giardini incantati e ricami preziosi come i pappagalli che si posano leggeri sulle maglie dai colori raggianti che Gucci fa sfilare con armonia infinita nonostante il gioco perenne di contrasti e accostamenti. Dall’unione di generi parte anche la sfilata di Etro che immagina la passerella come un uovo, simbolo della vita primordiale, che nelle sue curve ha in s la sintesi della perfezione e dell’essenzialit Cos la moda riflette la maestria della fluidit femminile con il rigore maschile. Camicie in georgette di chiffon si sposano ad abiti dal taglio sartoriale. E l’inconfondibile motivo paisley della maison si nasconde in una sorta di caccia al tesoro che lo vede a volte polverizzato, a volte pi geometrico, ma sempre presente nei completi che vanno dal rosa al tabacco, fino al pervinca e al rame.

NEO ARMY. Ufficiale gentiluomo: questo l’uomo di Ermanno Scervino che sceglie la divisa militare ma la decontestualizza in chiave sartoriale con inattese maglie tricot impreziosite da punti luce dati da fili di pailettes argentate e intarsi floreali.
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Il Novecento è stato il secolo dei couturiers e degli stilisti, dell’alta moda parigina e del prt à porter milanese: istituzioni che hanno diffuso la moda occidentale, i suoi modi di creazione, produzione, comunicazione, consumo, e hanno affermato il predominio europeo e occidentale in fatto di lusso e di gusto. Il nuovo secolo si è aperto all’insegna di un ampliamento di questa prospettiva, con l’emergere di una nuova moda globale, contaminata e pluralistica. L’intreccio di complesse traiettorie tra ideazione, creatività, manifattura è da tempo una delle caratteristiche dell’industria della moda. Il processo di internazionalizzazione, tuttavia, non è stato lineare e non è privo di ambivalenze. Se l’Asia, con l’espansione della moda, risulta per molti versi ‘colonizzata’ dai grandi marchi del lusso europei e americani (Louis Vuitton, Gucci, Ferragamo, Prada, per citarne solo alcuni), che esercitano in questi Paesi la massima attrattiva, essa è anche il luogo da cui provengono i fermenti più nuovi e vivaci e dove la sperimentazione è più accelerata. Se, da un lato, la costituzione di un nuovo consumatore da educare, coinvolgere, socializzare alla cultura della moda occidentale è un obiettivo centrale dell’agenda dei grandi marchi del lusso, dall’altro, i cosiddetti nuovi mercati non sono soltanto ricettori passivi, ma parte attiva nella delineazione di assetti inediti la cui fisionomia resta tuttavia ancora sfumata in quanto in rapida e incessante evoluzione. Oggi i Paesi di grande tradizione tessile come Cina, India e Turchia e i Paesi in cui lo sviluppo è più recente, come Brasile e Australia, sono pronti non solo a ricevere suggestioni e prodotti, ma anche a spiccare il grande balzo verso la global fashion, ognuno con una sua propria caratteristica.

La Cina (v. oltre) è l’attore principale di questo cambiamento. Risale al novembre 2001 il suo ingresso nella WTO (World Trade Organization), l’organizzazione del commercio mondiale, un evento che ha segnato il nuovo secolo ed è carico di conseguenze non solo economiche, ma anche intensamente simboliche. L’estetica asiatica o Asian chic, come è stato chiamato il fenomeno a partire dagli anni Novanta, non è esotismo nel senso tradizionale, cioè colonialista, del termine o, meglio, non si esaurisce in esso. I segni dell’interesse per la Cina sono numerosi. Nel 2007 è stata eletta per la prima volta una Miss mondo cinese, Zhang Zi Lin. Nel 2008 Shanghai è stata prescelta come set dal prestigioso calendario Pirelli e dal marchio Ferragamo per celebrare l’ottantesimo anniversario della fondazione dell’azienda. Nello stesso anno Ermenegildo Zegna ha scelto invece Pechino per ambientare la campagna istituzionale Great mind think alike, in cui un gruppo di manager viene fotografato in alcuni dei luoghi più celebri della Cina, come la Città proibita e la Grande muraglia. Si tratta quindi di un esotismo basato sia su un interesse crescente per i mercati da sfruttare, sia sulla fascinazione per gli stili di vita delle nuove metropoli.

Il nuovo secolo appare caratterizzato da un’intensità di contaminazioni che non ha precedenti nel Novecento. Per trovare qualcosa di simile si deve andare a ritroso nel tempo, con le chinoiseries e le cotonine indiane, con i banyan, e gli scialli di cashmere, ossia risalire agli orientalismi che caratterizzarono l’Europa settecentesca e ottocentesca. Il Museum at FIT di New York ha dedicato una mostra dal titolo Exoticism (novembre 2007 maggio 2008) proprio a questo argomento, cioè alla trasformazione dei concetti di esotico dall’epoca coloniale all’attuale global village multiculturale. Presenti le creazioni di couturiers, stilisti e designer che hanno incarnato nel loro lavoro queste trasformazioni, da Paul Poiret a Yves Saint Laurent, da Kenzo (Giappone), a Dries Van Noten (Belgio), da Yeohlee (Malaysia) a Vivienne Tam (Cina), Xuly Bt (Mali), Stoned Cherrie (Repubblica Sudafricana), Alexandre Herchcovitch (Brasile) e Manish Arora (India). In questo nuovo contesto vengono meno anche molte contrapposizioni che hanno contribuito a definire il significato della moda durante il secolo scorso, in particolare quelle tra moda e costume, moda e religione, moda ed etica, moda e modernità, mentre nuove rappresentazioni mentali e nuovi prodotti fanno il loro ingresso nella cultura vestimentaria e nelle idee che la rendono possibile.

Il costume diventa moda: vestiamo tutti etnico

Lo spostamento dell’asse dall’Europa verso l’Asia e l’emergere di potenze quali l’India e la Cina producono, tra l’altro, un diverso modo di pensare l’etnico, la creatività, le relazioni tra le varie regioni del mondo. Uno dei fenomeni più interessanti dell’apertura dei nuovi mercati è dunque una distinzione sempre più sfumata tra moda e costume. La moda è considerata cambiamento e innovazione, mentre il costume è ciò che resta immutato nel tempo. La visione eurocentrica vuole che la moda sia una prerogativa del vestire occidentale, mentre il costume etnico corrisponde al modo di vestire delle altre culture, delle altre etnie, degli ‘Altri’ in senso lato.

Con il nuovo secolo, tutta una serie di ‘costumi etnici’, compreso il folk che è un etnico europeo, sono entrati nel circuito della moda e nel vestire quotidiano. Etnico e moda dunque tendono a coincidere nel 21 sec. per diversi motivi: sia perché molti capi di abbigliamento della tradizione extraeuropea sono rinnovati e riproposti negli stessi Paesi in cui sono nati, per questioni legate all’identità, alla nazionalità, all’indipendenza, sia perché le migrazioni/diaspore li hanno introdotti in Occidente, sia ancora perché gli stilisti, occidentali e non, li utilizzano e li rilanciano. Capi come il sari indiano (v. oltre Bollywood fashion e moda indiana), il kimono giapponese, l’hanbok coreano, l’ao dai vietnamita, l’hijab islamico (v. oltre Moda e religione), il thobe arabo sono usciti dal limbo del costume (o della religione o del rituale oppure dell’occasione speciale o dell”immutato’ nel tempo) per entrare nel mondo cangiante della moda globale. Il salwar kameez, cioè la tunica portata sui pantaloni, tipico abito indiano e musulmano, non è solo l’abito portato dalle indiane e musulmane che vivono a Londra, ma in India e in Inghilterra è diventato anche un comodo abito delle nuove classi borghesi. Hanbok coreani e ao dai vietnamiti sono stati presentati sulle passarelle del prt à porter di Parigi nel settembre 2005 da designer coreani e vietnamiti e reinterpretati anche da stilisti come Giorgio Armani, Donna Karan, Calvin Klein, e Ralph Lauren. Il kimono giapponese, per esempio, è stato rilanciato nelle sfilate di Parigi del marzo 2008 dall’italiano Antonio Marras, designer del marchio Kenzo. Lo stilista propone un kimono ‘moderno’, alleggerito cioè dal suo peso, materico e culturale, trasformato in un’ampia cappa. Il qipao, l’abito cinese, già molto noto in Occidente negli anni Trenta del Novecento, è stato riadattato e rilanciato con successo da stilisti cinesi, come Sury Kay, dopo che il suo uso era stato proibito durante il periodo della Rivoluzione culturale, e anche da stilisti europei.

Il presupposto che per essere religiosi si debba essere indifferenti alla moda e che per seguire la moda non si possa essere davvero realmente religiosi, come se i due concetti fossero inconciliabili, è contraddetto dall’ampia diversità di stili adottati dalle donne musulmane contemporanee. In ogni parte del mondo le donne musulmane che si interessano di moda, ne modificano l’idea stessa, adattando e adottando mode locali e globali, e partecipano allo sviluppo di nuove tendenze. Un approfondimento sulle pratiche vestimentarie islamiche, estremamente variegate nei diversi Paesi di cultura e religione islamica, esula dagli obiettivi di questa breve rassegna, ma è opportuno sottolineare la presenza di una specifica moda. La moda islamica esiste e offre una diversa topografia, si dirige verso centri differenti e segue differenti circuiti rispetto a quelli convenzionalmente associati al concetto di moda. Per es., nonostante siano influenzati dalle tendenze di Londra, Parigi e Milano, i fashion designers contemporanei che vivono in Egitto e Irn si rivolgono come fonte di ispirazione estetica anche all’India, al Libano e al Marocco, mentre i designer che vivono in Mali si rivolgono all’Africa occidentale francofona, in particolare a Dakar e Abidjan. I musulmani che vivono a Londra creano un guardaroba cosmopolita che deriva dalla circolazione di diversi tipi di abito, come dalla possibilità stessa di viaggiare e dalla conoscenza dei Paesi musulmani. E il medesimo capo di abbigliamento può avere significati diversi in differenti contesti geografici e culturali. Alcune donne del Sud dell’India,
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dello Yemen, dell’Indonesia e del Mali guardano all’Arabia Saudita come punto di riferimento per i loro capi, e da ciò deriva la diffusione e la popolarità dell’abaya (la nera cappa avvolgente) in luoghi diversi. Mentre in Arabia Saudita l’abaya può essere considerata una forma di costume nazionale imposto dallo Stato, nello Yemen (come dimostra il documentario dell’antropologa svizzera Vanessa Langer The veil unveiled del 2004) e nel Sud dell’India assume differenti connotazioni ed è percepito da molte donne islamiche come un’alternativa sofisticata, metropolitana e di moda alle possibili varietà locali degli abiti che coprono interamente il corpo. Un fenomeno di questi ultimi anni è l’emergere e lo sviluppo del consumo islamico, che crea espliciti legami tra religiosità e moda, e incoraggia le donne musulmane a essere sia coperte sia alla moda, sia modeste sia attraenti. Sempre più spesso, vecchie forme severe e controllate di marketing vengono sostituite da tecniche più glamour. Questa dinamica è particolarmente evidente in Turchia dove capitalismo, consumismo e politica convergono nello sviluppo di una scena fashion islamica fiorente, ricca di sfilate, di pubblicità patinate e boutique specializzate. Sfilate di moda islamica hanno attirato un’ampia pubblicità in Indonesia e in Iran. Nel 2003 in Iran è uscita Lotus, la prima rivista femminile sulla moda dai tempi della rivoluzione islamica. Strategie di marketing globali spesso coesistono con forme più controllate, come le pubblicità in bianco e nero in cui i volti delle donne sono nascosti. A Rotterdam un gruppo di giovani donne musulmane, immigrate di seconda generazione, ha fondato una rivista e organizzato una mostra dal titolo MSLM che significa sia Medium, Small, Large, cioè le misure della moda, sia Muslim fashion. Queste ragazze, cresciute nei Paesi Bassi, hanno una visione del loro background culturale che fonde la silhouette islamica e quella non islamica in nuove forme. Molta eco ha avuto sui media la creazione di un jeans ‘da preghiera’, cioè più comodo per inginocchiarsi, Al Quds jeans, da parte di un’azienda italiana.

Un commento a sé merita il velo, l’elemento principale del vestire islamico, cioè del vestire modesto, per la quantità di siti web che ne commercializzano versioni moderne, colorate, fashion. Quello che è stato definito il triangolo di stoffa a più alta intensità simbolica è uscito dunque dai confini del puro connotato di indicazione religiosa per addentrarsi nei meandri della moda. sufficiente uno sguardo ai numerosi siti Internet specializzati in moda islamica che vendono on line il foulard o velo islamico o hijab, per comprendere che non siamo di fronte a una rinuncia alla moda, bensì all’applicazione della stessa ben al di là del suo originario significato occidentale, sartoriale. In Turchia, dove era stato abolito l’uso del velo dai tempi del laico fondatore e primo presidente della Repubblica Turca, Mustafa Kemal Atatrk (1881 1938), ne è stato nuovamente liberalizzato l’uso per le studentesse universitarie (febbr. 2008). Hayrunisa Gl, moglie del premier Abdullah Gl (eletto presidente il 28 agosto 2007), si presenta in pubblico a capo coperto (e Atil Kutoglu è lo stilista turco ufficialmente incaricato del look della first lady che deve essere islamico e moderno), mentre in Francia una legge (in vigore dal 15 marzo 2004) che impedisce l’uso del foulard nelle scuole pubbliche ha provocato vibranti proteste da parte delle donne islamiche che risiedono nel Paese.

Nel sito della stilista di moda islamica Bin Hejaila, è possibile leggere gli intenti che animano la sua missione, to serve God and Islam e to promove dignity through fashion, ovvero servire Dio e l’islam e promuovere la dignità attraverso la moda.

Cina: da fabbrica del mondo a shopping mall

In Cina è possibile trovare ogni tipo di produzione, in quanto nel Paese vengono prodotti gran parte dei grandi marchi multinazionali, gran parte del made in Italy ed enormi quantitativi di ogni genere di prodotto vestimentario (copie e imitazioni incluse). Basti dire che il 70% della produzione mondiale di calzature è made in China. Considerata fino a pochi anni fa solo come una forza lavoro a basso costo per produrre tessuti, semilavorati e indumenti da esportare, la Cina è invece divenuta uno dei luoghi privilegiati in cui vendere i propri prodotti. Il retail (ossia la distribuzione) è un’attività più remunerativa, data l’attrattiva esercitata dai marchi occidentali, rispetto alla sola produzione, tra l’altro destinata a diminuire percentualmente quando il costo del lavoro cinese si alzerà (secondo una tendenza già in atto) se non a livelli europei e americani, senz’altro a livelli non più competitivi rispetto a quello di altri Paesi in via di sviluppo. Le stesse aziende cinesi e alcune aziende straniere stanno già delocalizzando alcune fasi produttive dalle regioni costiere, più ricche e avanzate, a quelle situate all’interno del Paese, economicamente molto più arretrate, ma anche ad altri Paesi, per es. Tunisia, Vietnam, Corea. Aprire negozi in Cina è oggi l’attività che più di frequente viene effettuata dagli imprenditori della moda, nonostante le difficoltà che comporta per i marchi stranieri inserirsi in un mercato governato da logiche molto diverse rispetto a quelle europee e occidentali. Spesso coordinati da distributori di Hong Kong, i marchi occidentali si stanno imponendo non solo a Shanghai, Pechino e Hangzhou, ma anche nelle cosiddette città di seconda fascia, che hanno comunque dimensioni ragguardevoli, vere e proprie metropoli che contano sette, nove, dieci milioni di abitanti. Una delle prime aziende italiane ad aprire negozi di made in Italy in Cina è stata Ermenegildo Zegna, il cui punto vendita a Pechino risale al 1991. Un’altra attività più recente in cui si sono impegnati italiani e cinesi è quella delle joint ventures produttive e distributive, specificatamente dedicate al mercato cinese.

Fino a un passato recente la moda cinese poteva sembrare una contraddizione in termini, data la sua messa al bando come pratica borghese durante il periodo della Rivoluzione culturale (1966 1969) e sino alla metà degli anni Settanta. L’inizio dell’apertura della Cina all’Occidente risale al 1978, con le riforme di Deng Xiaoping, mentre il decennio più denso di cambiamenti riguardanti i media e la cultura popolare cinese è quello compreso tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del Novecento. Anche se i primi marchi cinesi risalgono al 1993 94, è solo con l’inizio del 21 sec. che le grandi trasformazioni sono confluite in un modello stilistico che comincia ad assumere un’identità specifica nel mondo della global fashion. In particolare Shanghai, per il fatto di trovarsi al centro della zona industriale più sviluppata e di costituire il luogo delle avanguardie artistiche di ogni tipo, è considerata la città ideale per lo sviluppo della moda, in quanto crocevia di sviluppo industriale, di esperienze artistiche e di consumo. Dai primi anni del nuovo secolo la moda cinese si sta affrancando dalle sudditanze più recenti, non solo da quella occidentale, ma anche da quella della stessa Hong Kong, di Taiwan e del Giappone che costituivano i principali punti di riferimento estetico. in effetti già possibile indicare un percorso dello stilismo cinese. Mentre gli stilisti della prima generazione (anni Ottanta e Novanta del Novecento), come Han Feng e ZucZug, si sono caratterizzati per un approccio strettamente legato al mondo dell’arte, secondo una pratica ben consolidata in Cina, quelli più recenti hanno scelto un approccio complessivamente più orientato al mercato e al crescente individualismo delle nuove generazioni. Diversamente da quanto hanno fatto i creatori di moda di Hong Kong (il cui esempio più noto è il marchio Shanghai Tang che si è imposto proponendo una moda che oggi ai cinesi appare stereotipata) i giovani designer cinesi propongono la loro personale ricerca e la loro applicazione industriale. Divertimento e decostruzionismo postmoderno sono la cifra estetica della generazione dei più giovani creatori cinesi di moda, come He Yan (che lavora su misura e che ancora non ha un marchio proprio), Alex Ying Jianxia (creatore del marchio Estune), Gao Xin di Evenpenniless, Along di DDR (con negozi aperti a Shanghai e a Pechino). L’International Herald Tribune ha dedicato a questo fenomeno un articolo intitolato Shanghai. The allure of individualism (A. Seno, 22 febbr. 2008) segnalando come individualismo e personalizzazione della Me Gen, cioè Me Generation, siano entrati in modo netto nella definizione dei valori e dei desideri dei giovani cinesi.

Ma il fenomeno non riguarda soltanto marchi di nicchia: la potenza produttiva cinese si accompagna oggi alla creazione di marchi locali della statura di Metersbonwe, colosso dell’abbigliamento casual cinese, con 1300 negozi, il cui imprenditore ha solo 35 anni. La compagnia di cosmetici di Yue Sai Kan, imprenditrice cinese naturalizzata statunitense, fondata nel 1990, e in continua crescita da allora, è stata acquistata dalla multinazionale francese L’Oréal nel 2004. Risale al 2006 la prima sfilata di stilisti cinesi a Milano, in occasione delle collezioni donna primavera estate 2007: tra i presenti Lily, Maryma (marchio della ex modella Mary Ma), Uma Wang, Ma Ke (designer di Exception de Mixmind), Xie Feng con il marchio Jefen. Nel gennaio 2008 è stato firmato un accordo tra Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda italiana, e Cesare Romiti, presidente della Fondazione Italia Cina, il cui primo esito è stata l’organizzazione del primo Annual luxury brands forum (18 19 aprile) a Shanghai. L’accordo tra le due istituzioni prevede l’organizzazione di eventi e manifestazioni per promuovere non solo la moda italiana in Cina, ma anche lo scambio di informazioni nonché il confronto tra stilisti cinesi e stilisti italiani.

Collegata alla crescita asiatica, ma dotata di una sua fisionomia (casual ma orientata al design e spesso realizzata con fibre d’eccezione, come la celebre lana) e pervasa da una diffusa sensibilità per i temi ambientali, la moda australiana mostra di possedere una propria identità culturalmente vicina a quella cinese con cui spesso si contamina. L’industria della moda australiana, relativamente piccola rispetto a quella europea e americana, comincia ad avere un suo profilo specifico, per quanto non privo di aspetti contrastanti. Se infatti vi sono marchi come Billabong, Rip Curl e Quiksilver, molto noti nel mondo del surf e dei costumi da bagno, altri marchi degli stilisti australiani stentano ancora ad affermarsi. La settimana della moda a Sydney è stata creata proprio allo scopo di favorire la diffusione e la notorietà dei marchi design australiani e non solo di quelli specifici per lo sport e il casual. Tra i più conosciuti vi sono Collette Dinnigan, Akira Isogawa (nato in Giappone e trasferitosi in Australia negli anni Ottanta), Easton Pearson, Willow e Ksubi. Di recente la produzione australiana è arrivata anche in Italia e alcuni tra i più noti stilisti, come il già menzionato Akira Isogawa, Nicola Finetti, Lidia Pearson e altri, sono già da qualche anno distribuiti in Italia da negozi di tendenza come Spazio L
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