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C’era una volta una coppia di contadini della Val Trebbia che non avendo potuto avere figli per motivi di incompatibilità ovulospermatica, così diceva il certificato medico, riponevano tutto l’amore che sgorgava dal cuore nella loro unica vacca, Virginia.

Virginia era curata e coccolata dai padroni giorno e notte con mille e mille attenzioni, duemila quindi e talora forse più.

Non c’era preghiera serale o pensierino mattutino che i due non dedicassero all’adorato quadrupede ed i ritmi della vita nella piccola fattoria erano organizzati secondo le esigenze di Virginia.

Per farle fare il riposino pomeridiano Enzo , il padrone uomo, aveva fatto installare, qui inteso proprio come mettere su nella stalla, un’amaca gigante dove la vacca ogni giorno veniva caricata tramite piccola gru e quindi cullata avanti e indietro, a destra e a manca da Enzo stesso oppure da Paolina, la padrona donna. E la vacca veniva cullata talmente bene e a lungo che al risveglio,invece di fare del buon latte ,lei faceva direttamente della panna montata.

I due non si vergognavano di tutte le attenzioni riservate ad una bestia, anzi Enzo stesso non perdeva occasione per parlarne tutte le sere al bar del paese con amici e vicini che incuriositi e divertiti si informavano sempre sulle ultime novità.

Enzo una sera al bar del paese raccontò che alcune notti prima, mentre fuori era tutto gelato, il cielo era limpido e terso e nella fattoria c’era una calma strana , pareva quasi che nulla di particolare dovesse accadere fino al mattino successivo. E così fu.

La sera seguente la luna , sì proprio la luna, compiva il suo primo quarto e presto sarebbe arrivato il momento di seminare l’aglio; il tempo iniziò a cambiare con nuvole in arrivo ed altre in partenza distinguibili le une dalle altre per le forme affusolate ed i contorni netti o sfumati.

Ma anche quella notte lì non successe assolutamente niente eccetto un piccolo rumore, forse uno sbattere di porte, verso le tre. Fu la notte successiva ancora, continuò Enzo nel racconto mentre già i contadini attorno al tavolo avevano dato segni di impazienza chi sputandogli addosso chi sbattendo i pugni sul tavolo, che un vero e proprio temporale, repentino e violento, si abbattè nel circondario: e tutti se lo ricordavano bene.

Virginia aveva paura dei lampi, figuriamoci dei tuoni e saette, e così marito e moglie decisero di issarla su con la gru e portarsela a casa per farla dormire nel lettone con loro, in mezzo.

Da quella notte Virginia non ne volle più sapere di dormire nella stalla sopra l’umido e antigienico pagliericcio; pretese sempre di coricarsi con Enzo e Paolina i quali in tal modo non ebbero più occasione di avere un qualche momento di intimità fisica e scarsi furono anche quelli che intrattennero con la stessa Virginia, una vacca che certe cose non le faceva , almeno coi padroni.

E quello era il loro attuale tram tram, concluse Enzo attorniato dagli amici che trattenevano a stento il riso.

Passarono i mesi, le stagioni.

” Così non può andare avanti! ” esclamò una notte Paolina allorché Virginia, agitandosi nel sonno, aveva per l’ennesima volta acceso con le corna l’interruttore della luce in alto, ” qui dobbiamo prendere una decisione definitiva, costi quel che costi! ” ” Non possiamo continuare con questa vita!”, proseguì Paolina.

“Sì, hai ragione, facciamola finita una volta per tutte !” , aggiunse la stessa Paolina dandosi in tal modo la replica da sola giacchè Enzo, per lo sgomento, si era richiuso da tempo in un comprensibile mutismo.

” Qualcuno certo soffrirà ma non si può avere capra e cavoli o la botte piena e la moglie ubriaca, a scelta” concluse una delle due Paoline.

E così, pur rendendosi conto dell’inevitabile trauma psicologico cui sarebbe andata incontro la bestia ma concludendo che il lasciarla sola fosse l’unica soluzione possibile, i due padroni decisero di andare a dormire nella stalla.

Le prime notti furono difficili. A stento i due si trattenevano dal correre in casa per vedere se la bestia avesse bisogno di qualcosa o risentisse troppo della solitudine improvvisa.

Ebbero momenti di pentimento per un gesto forse troppo impulsivo e mal ponderato ed ognuno imputava all’altro il peso della decisione.

Virginia invece non parve risentirne più di tanto; anzi la mattina, appena sveglia, la si poteva udire mugicchiare allegramente tra le mura domestiche.

E per un po’ la vita nella fattoria proseguì apparentemente tranquilla.

Con l’andare del tempo però Virginia si fece sempre più esigente; faceva in tutti i modi capire ai padroni che in casa si annoiava.

E non fu sufficiente comprarle lo stereo e la tv color: la vacca iniziò ad uscire la sera.

Non si sapeva dove andasse e con chi andasse. E guai poi a farle delle domande la mattina: scattava su come una molla.

In ultimo cominciò a portare dei tori a casa, e sempre uno diverso ogni settimana.

Così i vicini cominciarono a mormorare, dapprima a bassa voce, poi a media, finchè non arrivarono a urlare quasi : per fortuna non si capiva quel che dicessero, dato anche il dialetto stretto.

Ma Enzo e Paolina annebbiati dall’amore paterno e materno non davano peso alle malelingue ed erano sempre pronti a giustificare i comportamenti di Virginia.

Presero anzi la decisione di farla studiare in modo che non facesse la fine che avevano fatto loro: passare la vita in campagna tra la stalla e i campi.

I due in passato, osservando attentamente la bestia ne avevano notato la naturale propensione verso le arti ed in particolare la musica e dopo mesi di insistenze convinsero il parroco del paese, don Torelli, amante instancabile delle belle arti, ad insegnare a Virginia uno strumento.

Don Torelli, che era sì a detta dei più un vecchio parroco tirchio, presuntuoso e per giunta un po’ sporco ma non uno stupido, iniziò subito col solfeggio e susseguentemente, notando una reale predisposizione dell’alunna, le attaccò al collo una serie graduata di campanacci di rame zincato a differente tonalità che Virginia poteva percuotere col semplice movimento del mento.
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