peuterey outlet online Le parole della discriminazione

peuterey shop online Le parole della discriminazione

Di mestiere faccio il linguista. Un amico mi chiede: meglio dire o di handicap o persona con disabilit O abile Le stesse domande si posta, non molto tempo fa, la rivista dell che ha promosso un intitolata il modo migliore per definire la disabilit Non esiste una risposta valida per tutti e in tutte le circostanze, accade cos quando si trattano argomenti che toccano non soltanto questioni terminologiche, ma anche (e soprattutto) sensibilit individuali e collettive. Il problema non solo italiano, riguarda tutte le culture del mondo. L Classification of Functioning, approvato dalla Health Assembly raccomanda l di una terminologia troppo cruda, che enfatizza il deficit (handicappato ormai usato pochissimo in italiano), ricorrendo a parole pi neutre e a termini descrittivi dei contesti di vita. Personalmente sceglierei che descrive senza giudicare n tantomeno offendere, o anche abile che focalizza l sulle risorse e sulle abilit di un soggetto invece che sui suoi insuccessi (anche se a me pare a volte fintamente ottimista, un po accomodante). Lascerei perdere senza rimpianti l fortunato che a volte mi capitato di sentire. No, chi ha una disabilit non fortunato, questo non dobbiamo mai dimenticare; rispettiamo il disabile senza fingere che gli sia capitata una fortuna.

La questione non solo linguistica. Scegliendo una parola al posto di altre facciamo capire cosa pensiamo veramente, le nostre idee e i nostri sentimenti. Questo avviene spesso, ma si verifica sistematicamente quando parliamo di fatti che toccano la nostra sensibilit eventi che ci colpiscono perch ci riguardano direttamente. Nessuno ne esente, nessuno pu dire mi interessa, non mi riguarda la vita, la morte, la malattia, la condizione sociale, la razza, la devianza, il sesso e l sessuale fanno parte della quotidianit di tutti noi.

Siamo nel campo del corretto le parole vanno considerate valutando le connotazioni associate a ciascun termine e verificandone la funzionalit a seconda del contesto in cui vengono usate, dei valori che alle stesse attribuiamo, a volte anche senza esserne consapevoli. L all politicamente corretto della lingua nasce in America negli anni trenta del secolo scorso ad opera di due linguisti (Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf) e viene divulgata al vasto pubblico da un articolo di Richard Bernstein sul York Times del 28 ottobre 1990 (i giornali svolgono una funzione importante, se sono impostati bene trasmettono le idee dal mondo della ricerca alla generalit dei cittadini). Per la verit in Italia gi negli anni sessanta era uscito un libro di Nora Galli de Paratesi intitolato Le brutte parole, che trattava del modo in cui noi ci esprimiamo quando parliamo o scriviamo di argomenti che ci colpiscono, che in molti casi sono veri e propri tab (non osiamo pronunziare parole riferibili esplicitamente a eventi e concetti che ci colpiscono o ci feriscono).

Vediamo qualche esempio. Significano la stessa cosa le frasi ha lasciato passato a miglior vita scomparso deceduto che leggiamo negli annunzi mortuari e che, oltre a dare la notizia, variano a seconda delle intenzioni di chi redige l Quasi mai si usa il semplice morto certamente mai crepato o tirato le cuoia espressioni che pure esistono nella lingua italiana e che per suonerebbero irriverenti e offensive, non vorremmo mai che fossero applicate a un nostro congiunto o a una persona a noi cara. Certo fa sorridere l a rivolgersi con fiducia all del funerale che si legge nella metropolitana milanese.

La prudenza verbale si applica a molti campi. A seconda della nostra ideologia, noi possiamo fare riferimento in forme linguisticamente diverse alle persone (uomini, donne, bambini) che ogni giorno approdano sulle nostre coste e in Europa alla ricerca di una vita migliore. Queste persone sono definite, a seconda dei casi: rifugiato, richiedente asilo, migrante (nel linguaggio burocratico e formale. la parola della settimana scelta da Aldo Grasso per Io donna, supplemento del Corriere della sera dell giugno 2016); clandestino, profugo (nella lingua comune); cumpr (in forma irridente, anche se apparentemente bonaria); zingaro, rom (con allusioni offensive). Anni fa qualcuno proponeva di definire (evidentemente calcato su il cittadino di alcuni paesi, fondamentalmente dell europeo, entrati solo in anni recenti a far parte dell europea. Come dire: sei europeo, s ma di fresco arrivo; io ci sto dentro da pi tempo di te, valgo un po pi di te.

Oggi usiamo di norma parole come gay che non giudichiamo offensive; fino a qualche tempo fa un in una via leccese pubblicizzava abbigliamento femminile, gay Quasi nessuno pi si permette finocchio, frocio, checca che ancora potevamo ascoltare e addirittura leggere fino a non molti anni addietro. Cambiano i tempi, la societ muta i suoi riferimenti ideologici, la lingua (specchio della societ in movimento) riflette questi cambiamenti. ironico Checco Zalone quando in un suo film propone un farmaco per guarire dall il frociadil 600 forte, mentre cantando assicura che gli uomini sessuali gente tale e quale come noi / noi normali Mi permetto una parentesi: Zalone bravo e accorto, probabilmente merita il successo che riscuote ma, per favore, non esageriamo. Come fanno alcuni signori operanti in un comune salentino a indire un concorso per dedicare un busto a Zalone vivente, da collocare non so in quale luogo pubblico? A quanti neurochirurghi che nelle strutture pubbliche (non in costose cliniche private) strappano alla morte decine o centinaia di persone quegli stessi signori propongono di dedicare una statua? Non ricordo di quale comune si tratti, non ho cercato in rete i nomi delle persone coinvolte, non sono animato da risentimenti personali; mi indigno per lo spreco e per il messaggio volgare implicitamente veicolato da certe iniziative (anni fa in una diversa localit salentina ad una attrice sicuramente bella ma non bravissima fu dedicato un riconoscimento analogo). Basta, per favore!

Torniamo al tema principale. Non solo gli individui, anche le istituzioni, fino ai pi alti livelli, ricorrono a forme edulcorate per descrivere quello che succede. Si parla di lavoratori esubero non le tariffe sono non gli emolumenti dei politici vengono non una ditta o una squadra di calcio dice rientri nei nostri progetti non dichiara esplicitamente sei assunto Si arriva a definire collaterali le stragi di civili innocenti provocate in guerra, amico la pallottola mortale partita da un alleato.

Il discrimine tra forme accettabili e forme non condivisibili non sempre trasparente. Ricordiamo le polemiche nate dall ripetuto, quasi ossessivo, della parola nell versione americana di Diango di Quentin Tarantino. Alle critiche il regista ha replicato dicendo che lui si sentito obbligato a usare nel film quella parola, negli anni della schiavit era quella la parola corrente con cui si definivano gli schiavi. Quando una volta in classe ho provato a interrogare i miei studenti sulle loro abitudine linguistiche, la maggioranza ha detto che il termine razzisticamente connotato, pi neutro appare pochissimi hanno tirato in ballo nessuno ha proposto colore o altre espressioni. In America, dove il politicamente corretto nato, il presidente Obama ha firmato una legge che elimina dalla legislazione federale le parole (sostituita con e (sostituita con Oggi alcuni attaccano Obama: ci renderemo conto di quanto vale quando alla Casa Bianca ci sar un altro presidente.

Ci sono esagerazioni, lo sforzo di essere politicamente corretti e di non offendere a volte provoca effetti ridicoli. Non arriveremo mai al punto di definire svantaggiato un individuo basso, chiomato un uomo senza capelli o masticante chi abbia perso i denti! Dobbiamo accettare la realt per quella che senza insultare e senza irridere, ma anche senza buonismi dolciastri. Io credo che definire o anche una persona che si guadagna con dignit da vivere pulendo le strade non sia insultante, preferire ecologico non cambia la sostanza delle cose. Io credo che non sia una parola offensiva, definire una persona vedente non migliora la qualit della sua vita: perch la qualit della vita migliori dovremmo organizzare diversamente la viabilit e l agli edifici, rendere i marciapiedi percorribili e non ingombrarli con auto parcheggiate di traverso, istituire semafori sonori affinch il cieco possa accorgersi del passaggio dal rosso al verde, favorire anche economicamente l a libri in braille e a computer usabili con facilit da chi non ha il bene della vista, ecc.

Insomma: bisogna organizzare meglio la nostra societ a favore di chi si trova in condizioni di debolezza. Anche a queste operazioni meritorie e politicamente corrette (in senso amplissimo) induce la riflessione sulla lingua.

Inviato da Francesco il 2 settembre 2016 08:33.

Il tema di questo mese è molto interessante e rilevante e mi pare sia al centro di alcuni saggi: mi viene in mente ad esempio la Manomissione delle Parole di Gianrico Carofiglio. L’esempio fatto nell’articolo dal professor Coluccia sulla parola nigger mi pare davvero utile per introdurre il tema della discriminazione nel discorso pubblico e istituzionale. Malcolm X nella propria autobiografia (X, Malcolm, (con la collaborazione di Alex Haley), Autobiografia di Malcolm X, introduzione di A. Portelli, Milano, Rizzoli, 2004) racconta che il padre era dispregiativamente appellato come nigger ma anche come darkie, coon e rastus (pag. 10 nota 1) e che a loro volta gli afro americani solevano appellare in modo spregiativo tutti i bianchi in generale con il termine whitey, che poi, nell’uso corrente, divenne sostantivo astratto per designare tutta la società, le leggi, lo stato, i costumi dei bianchi (pagina 89 nota 1). Di recente con altri colleghi di ITTIG CNR abbiamo selezionato una lista di termini ritenuti a rischio “discriminazione” sulla base di indicazioni contenute in saggi di giornalisti, sociologi, linguisti, giuristi, antropologi e abbiamo poi verificato con mezzi informatici la presenza di tali termini in corpora di documenti giuridici. XXXIII, fasc. 1. Credo che l’invito finale del professor Coluccia a riflettere sulla lingua per organizzare meglio la nostra società vada accolto in modo urgente: sempre più spesso infatti vengono usati dei termini che se non sottoposti ad alcuna critica, risultano dei veri e propri preconcetti in grado di veicolare una visione del mondo spesso influenzata da gerarchie sociali.

Inviato da Davide Iandoli il 2 settembre 2016 07:04.

Quando mi sono trovato ad affrontare il tema il mio professore pose l’accento sul rispetto degli altri: To not hurt the other .

Condivido pienamente il brano in cui lei spiega che scegliere un’espressione piuttosto che un’altra rivela l’atteggiamento (ed i pregiudizi) di chi parla, così come quello in cui si sottolinea ancora la rilevanza del contesto in cui si adopera un determinato registro linguistico.

Un conto è per fare il suo esempio Checco Zalone in un suo film o spettacolo, un altro un parlamentare.

Personalmente mi preoccupa una tendenza piuttosto diffusa nell’ambito politico: denigrare ‘a priori’ queste forme di continenza linguistica e bollarle di ipocrisia. Almeno un paio di leaders politici di una certa rilevanza lanciano spesso invettive contro questo costume.

Il punto per me problematico è che tali figure, per il ruolo e nei contesti in cui operano, hanno una funzione pedagogica. Mi chiedo, quindi, se assisteremo ad un imbarbarimento tale da arrivare ad un appiattimento (verso il basso) delle nostre abitudini, oppure riusciremo lavorando con la cultura e lo studio a ‘indossare un abito linguistico adatto alla situazione’.

in passato ho lavorato a due tesi (triennale e magistrale in Linguistica) sull’argomento: la prima nasceva dall’opera da lei citata di Nora Galli de’ Paratesi mentre la seconda, partendo dalle stesse basi, andava a ricercare nella Lingua dei Segni Italiana tale comportamento.

Trovo sempre molto interessante questo tema e vorrei per questo aggiungere una piccola nota.

Durante la stesura della seconda tesi ho potuto conoscere molto da vicino la comunità sorda, anche per gli studi in LIS che parallelamente stavo svolgendo, e ho più volte incontrato quello che può definirsi “orgoglio sordo”.

Le persone sorde amano, se non addirittura pretendono, essere definiti “sordi” non accettando la terminologia in uso “non udente” o “sordomuto”.

Per quanto riguarda il termine “sordomuto”, la replica che se ne può fare è che tali persone presentano solo un deficit uditivo che non colpisce in alcun modo, almeno fisicamente, l’apparato fonatorio che quindi, salvo in taluni casi eccezionali, resta intatto.

Quanto al termine “non udente”, la questione diventa più insidiosa.

Senza dilungarmi troppo, la litote attenuativa, figura retorica molto usata in italiano la de’ Paratesi stessa ne attesta un largo uso nella creazione di artifici di copertura per le varie parole tabù, nelle Lingue dei Segni è ampiamente evitata. Il principio per cui la maggioranza è udente perciò voi siete non udenti non solo non è accettato ma è anche diffusamente condannato: si rifiuta infatti il confronto con una società udente che sottolinea continuamente il loro essere deficitari.

Bisognerebbe distinguere l’errore semantico dalla sconvenienza pragmatica. Dire “persona handicappata” non è troppo crudo, è errato. Infatti la parola “handicap” non è sinonimo di “deficit” o “disabilità”, piuttosto designa la svantaggio derivato dal fatto che la società non è progettata a misura di chi ha caratteristiche fisiche, cognitive e sensoriali minoritarie. Si potrebbero citare altri esempi, come l’uso improprio della parola “sordomuto”, atta a designare una persona che muta non è. Prima di affrontare il problema del politicamente corretto, nel campo semantico della disabilità, occorrerebbe dirimere altre questioni, legate piuttosto alla validità delle etichette lessicali attribuite spesso impropriamente ai referenti.
peuterey outlet online Le parole della discriminazione