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Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, è una cittadina calabrese di meno di sedicimila abitanti. Come hanno ampiamente riportato i resoconti giornalistici, in questo piccolo centro, famoso per i suoi agrumeti e per lo spadroneggiare della ‘ndrangheta, si sono vissuti tre o quattro giorni di vera guerra civile.

Due giovani balordi del luogo, la notte del 6 gennaio, si sono divertiti a tirare con un fucile ad aria compressa su tre immigrati ferendone uno in modo grave. Non era la prima volta. Le centinaia di immigrati che lavorano negli agrumeti che si estendono a perdita d’occhio attorno al paese, sono stati fatti oggetto molte volte di questo tipo di aggressioni, oltre che di provocazioni di ogni tipo. Questa volta i braccianti non erano nello stato d’animo adatto a chinare la testa e hanno reagito. Si sono diretti a centinaia verso Rosarno, partendo dai campi dove lavoravano e dai rifugi dove trovano abitualmente un riparo indegno di un essere umano. avvenuto quello che avviene in circostanze simili. La collera dei lavoratori dei campi, quasi tutti africani, si è indirizzata in modo cieco sulle vetrine dei negozi, sulle automobili dei rosarnesi, su qualche cittadino. Stufi di essere trattati come bestie, stufi della miseria in cui li tiene chi sfrutta il loro lavoro, resi disperati dall’aggravarsi della crisi, hanno risposto in modo istintivo.

Quello che è successo il giorno dopo e i due ancora successivi lo si capisce leggendo le prime pagine dei maggiori quotidiani del 9 gennaio: “Rosarno, caccia agli immigrati”, titolava, ad esempio, il Corriere della sera. Ed è stata davvero una caccia. Drappelli di cittadini indignati contro le “bestie” che sgobbano nei campi dalla mattina alla sera, hanno organizzato veri linciaggi. Hanno sparato, bastonato a sangue, incendiato baracche, automobili, ripari di fortuna.

Alla fine, la pulizia etnica, come qualche cronista l’ha definita, ha raggiunto lo scopo. Accompagnati da polizia e carabinieri che li imbarcano sui pullman, un migliaio di braccianti africani se ne va, tra gli insulti di una folla di imbecilli. Molti devono ancora avere i pochi euro con cui sono retribuiti di solito. Il giorno prima, mentre i bastoni delle squadracce si abbattevano ancora sui lavoratori africani, il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, dichiarava: “C’è stata troppa tolleranza con i clandestini”.

Nei giorni successivi le ruspe hanno distrutto le costruzioni, per lo più fabbriche abbandonate, in cui vivevano gli immigrati. Per anni questi lavoratori, nella stagione della raccolta delle arance e dei mandarini, hanno dormito in “alloggi” senza acqua, senza elettricità, senza servizi igienici. Lo sapevano tutti: istituzioni, magistratura, polizia, presidi sanitari. La cosa era talmente nota che erano usciti reportage di giornalisti coraggiosi, erano stati girati servizi televisivi, ecc. . Nessuno ha fatto niente.

I disordini di Rosarno hanno a che fare con la ‘ndrangheta? C’entrano con il controllo che questa associazione mafiosa esercita su tutto il territorio? C’entrano con i nuovi criteri fissati dall’Unione europea per finanziare la coltura degli agrumi, non più sulla base del prodotto ma su quella degli ettari coltivati? C’entrano con l’abbassamento del prezzo delle arance, dovuto alla concorrenza internazionale? Probabilmente sì, probabilmente tutto questo c’entra. Tra i facinorosi bastonatori, tra i “liberatori” di Rosarno c’era, non per caso, il figlio di uno dei capi famiglia più potenti della ‘ndrangheta locale. Il fatto poi che i soldi alle aziende agricole arrivino a forfait, 1500 euro a ettaro a prescindere dalla quantità di prodotto, unito al crollo del prezzo di vendita degli agrumi, rende spesso più conveniente lasciare marcire i frutti sulle piante che raccoglierli. Questo rende evidentemente “inutili” una quantità di braccia. E scatenare una specie di pogrom può essere stato utile per togliersi dai dintorni della cittadina una massa di schiavi divenuta troppo grande e socialmente “pericolosa”.

Tutto vero o almeno plausibile, d’accordo. Ma quale sarà il destino dei braccianti? Inviati in altri centri del Sud, senza un lavoro, senza niente, saranno di nuovo vittime di altre mafie, di altre camorre, di altri padroni senza scrupoli.

Il governo si dice deciso ad affrontare il problema del lavoro illegale nelle campagne. Sacconi promette “tolleranza zero” per gli sfruttatori. Chiacchiere già sentite migliaia di volte.

Nel frattempo circola in rete la proposta di un gran sciopero nazionale dei lavoratori immigrati. Dovrebbe essere fatto il primo marzo. Sembra che i promotori si siano ispirati ad una analoga iniziativa organizzata in Francia per lo stesso giorno.

Il responsabile della Cgil per le “politiche migratorie”, Piero Soldini, ha messo in dubbio la praticabilità di questo sciopero in una intervista rilasciata all’Unità del 7 gennaio. “Che gli immigrati un giorno si fermino tutti e facciano pesare la loro utilità è una bella suggestione, ma difficilmente realizzabile”a causa della ricattabilità di gran parte di loro che vivono, dice Soldini, “in condizioni di assoggettamento, soggezione, neo schiavismo in alcuni casi”. Questo, prosegue, rende molto difficile che possano accordarsi “e anche per un giorno possano alzare la testa”. Il dirigente confederale prosegue il suo ragionamento sostenendo che lo sciopero dei soli immigrati è una forma di auto segregazione strategicamente sbagliata e che sarebbe meglio uno sciopero generale, anche di un’ora sola, ma di tutti contro il razzismo.

Ma il problema è: se la confederazione sindacale più forte d’Italia, la Cgil, appunto, con i suoi più di cinque milioni di iscritti, non è stata spinta allo sciopero generale nemmeno dagli episodi vergognosi di linciaggio, di caccia al nero, se dei braccianti presi a fucilate o a colpi di bastone non sono stati un motivo sufficiente per dichiarare subito uno sciopero generale o almeno per far sentire in qualche modo, forte e autorevole, la solidarietà con gli operai africani, come si può pretendere che gli immigrati non cerchino una propria via, magari correndo veramente il rischio dell’auto segregazione?

Del resto sia la Cgil che gli altri sindacati sono ancora in tempo ad unire le loro forze e chiamare tutti i lavoratori, italiani e stranieri, ad una mobilitazione non solo simbolica contro il supersfruttamento che colpisce, certo con forme e modalità diverse, tutto il mondo del lavoro. Contro il razzismo, che è il veleno sparso da quanti, a nord come a sud, temono che il malcontento e la collera degli operai immigrati si saldi con quello degli operai italiani.

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