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“Nell’anno 1456, oltre a innumerevoli eventi che, seppure poco contassero, non lasciarono il mondo tale e quale, accadde a Prato il fatto che vogliamo raccontare”.

Filippo Lippi (Firenze 1406 Spoleto 1469), nato dal beccaio Tommaso, appartenente all dei Carmelitani era sì frate ma non più di “bianchissima fama, avendo sfogliato più sottogonne e colletti di donne che tomi di scolastica”. Il religioso “pittore apprezzato e voluto” era stato chiamato al monastero di Santa Margherita di Prato per dipingere sopra l maggiore una Madonna e Angeli, “e in altre chiese e case per altri lavori”. Allora Filippo aveva compiuto la “tonda età di cinquant ma nonostante indossasse la tonaca, da sempre si era mostrato galante nei confronti del gentil sesso. Filippo sapeva di possedere un ingegno celeste, ingegno manifestatosi fin da quando era novizio presso il fiorentino convento del Carmine. “Come Vasari dice, e Bandello ricopia”, il giovane Filippo invece di studiare non faceva altro che “imbrattare con disegni di fantocci i libri suoi e altrui”. Figure che con lamenti chiedevano “di venire al mondo degli occhi”, quindi il Priore del convento, avendo intuito il “bel dono” del novizio lo lasciava lavorare con “sguardo e pennello” giacché “al mondo c bisogno di ogni arte, e ben si vede qual è la tua”. Ma è “tempo di avviarsi a narrare la storia, senza la quale il racconto non sarebbe cominciato”. Giungeva Filippo da Firenze a Prato in compagnia di fra Diamante, come lui entrato, con assai meno valore, “nello studio e nella pratica della pittura”. Anche a Prato non mancavano donne da guardare e da desiderare, alle quali lanciare con sguardi complimenti, elogi e “promesse di piacere” che presto diventavano realtà perché spesso Filippo trascurava santi e angeli da affrescare su pale ed altari. Adesso la nomea del frate malandrino si era sparsa per Prato non nuocendo alla sua fama, “anzi qualcosa aggiungeva al nome del nostro pittore”. Curiosamente Filippo continuava a rimandare l al monastero di Santa Margherita fino al giorno nel quale durante un furioso temporale i due frati erano corsi a ripararsi “a tonache alzate” sotto uno “sporto di bottega” proprio nel momento in cui erano arrivate dalla parte opposta tre monache di corsa anche loro in cerca di riparo. Filippo “pittore d era rimasto colpito dalla novizia, dal volto di quella giovane donna, già immaginando di cogliere col pennello il colore, la forma e “l figura”. Ciò che Filippo aveva visto nel viso della novizia

In questo piccolo ma raffinato libro,
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Roberto Piumini, autore poliedrico e traduttore, racconta l fatale tra Filippo Lippi e Margherita Buti, dallo “spirito intenso”, appartenente a una ricca famiglia di Firenze, “grande famiglia, grandi averi”. Fatta monacare con il nome di Suor Marta dal fratello mercante Francesco, Suor Marta aveva accettato il proprio destino e lo viveva in condizione di “remissiva e quotidiana, quasi elaborata pazienza”. Considerato che la vita della monaca è precisa, guidata da regole ferme e severe, alla giovane era proibito vedere il ritratto che fra Filippo le stava facendo, essendo stata scelta dal pittore come modella per “Nostra Madre Vergine”. Ma Suor Marta aveva rotto la regola che le imponeva modestia assoluta e una volta lontana la sua guardiana, l Suor Caterina “provvista di baffi”, si era avvicinata al dipinto.

“Fra veste e capelli, fra collana e fiori di serto, Lucrezia vide il proprio volto malconosciuto: mobile, splendente, arrossato, sorpreso e ridente volto di sposa”.

Con finezza e sottile ironia, tra sacro e profano, l delinea la personalità di un uomo nato e vissuto secoli fa che amò l e la pittura più di se stesso. Si può comprendere la fuga di Filippo e Lucrezia persi nella contemplazione del ciclo di affreschi nella Cappella Carafa della Basilica romana di Santa Maria sopra Minerva ad opera del sommo pittore Filippino Lippi (Prato 1557 Firenze 1504), frutto di una grande passione.

“. l come la pittura, si dedica assai più all dell al suo segno eterno e inconsumabile, che alla visibile superficie: e in qualche modo altrettanto fa la pittura. Essa prende si, e fissa, il volto: ma lo fa nel momento eterno del suo mutare”.
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