peuterey uomo prezzi Gli scalatori solitari l dove la bellezza pu essere spietata

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Verona. Mite, parco, astemio, occhi marrone che raramente s in un bel sorriso leale, spesso mutanghero ma sempre attento, spalle da culturista (mai stato in palestra), sempre disponibile però, mai sopra le righe, sempre in alto. Nel senso che di mestiere fa l e lo trovi su alberi secolari che salva da fulmini, funghi, schianti, malattie e, per passione, è sempre (sempre) in montagna, appena può. Bruno Bettio, veronese di Valdonega, 50 anni, era caposquadra scout da ragazzino, istruttore della scuola di alpinismo Priarolo del Cai a 16 anni, uomo di punta del Gasv dopo, alpinista sempre, da solo talvolta su vie celebri di ghiaccio del monte Bianco e della Presanella e di roccia delle Dolomiti, su trekking straordinari (Selvaggio Blu in Sardegna). Ha guidato esplorazioni a montagne pressoché sconosciute, senza sentieri, acqua ed appoggi logistici come ha appena fatto con nove compagni in Albania al selvaggio Maia Arapit (2200). Il suo curriculum è nutritissimo, per grandi alberi e per scalate, anche di salite solitarie. Si legge subito la pienezza di uno che si trova bene, molto bene, con sé medesimo. Lo abbiamo incontrato per capire lo spirito, le motivazioni di un arrampicatore che affronta da solo una montagna su itinerari durissimi, ricchi di incognite, con i rischi oggettivi e soggettivi di frane, crolli di seracchi, slavine, maltempo, crisi di energia, sete, fame, perdita dell e dell sfinimento. stato esauriente. un alpinismo di ricerca. Alla base occorre una preparazione leale della mente e del corpo. Il resto viene da sé. La sua sintesi. Cambiamento climatico dovuto all la terra si riscalda, si cancellano (o cambiano in peggio) le grandi vie dei 4000 delle Alpi, si disfanno i ghiacciai, la vostra via del Seracco sulla parete Nord della Presanella (mt. 3556) non c più. crollato con un fragore da bomba il 13 luglio 2006 (alto 100 metri, largo il doppio, 80 di spessore) dietro il rifugio Denza, dalla parete verticale alta 450 metri gelata (allora) dove, con Stefano Tedeschi (57 anni, un esteta esperto di cascate di ghiaccio) il 29 giugno 1980, avete tracciato questa classica della neonata piolet traction. Avevate 20 anni. Superaste sulla via, spesso quasi verticale, il castone diamantato di ghiaccio che aggettava a strapiombo di 50 metri, a 120 gradi. Una perdita irreparabile. Le montagne si muovono, ci segnalano che siamo andati ben oltre il limite. Certi itinerari che ho salito penserei due volte a ripeterli, sono cambiati e sono cresciute le imponderabili, e sono anche meno belli. Salite dure ne ha fatte almeno 150 Bettio, come pochi di Verona: con Bepo Zanini il Pilone Centrale dei Freney,
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la Bonatti al Grand Capucin, la Mariacher sulla Marmolada con Gino Seneci ad esempio, ha scoperto la val Orsa sul Baldo di torrentismo (canyoning) con Franco Zardini, Giorgio Tarolli, Guerrino Musola, Franco Bonato ed altri due e poi l attrezzata anche Beppe Pighi (quando si sono presentati in muta sul piazzale del santuario della Corona i bambini gridavano:”Mamma, mamma, i palombari”). Bettio ha tracciato da solo un Alta Via della Presanella lunga una settimana, durissima e bellissima, tutta fuori sentiero con anche dei tratti da scendere in corda doppia, marcandola solo con degli ometti di pietra. Sempre con Tedeschi ha aperto in due anni di esplorazioni (2010 11) la tosta e articolata cengia di 5 chilometri sulla Val d delle Seghe di Ala, il margine ovest della Lessinia, ed ora sta aprendo con l di Elena Sartor e Fausto Toninelli quella inferiore, ancora più dura e lunga, sei chilometri, altrettanto e più selvaggia, esposta, mai fatta da nessuno, una natura rigogliosa, intatta. E le solitarie? Parecchie. Il capolavoro? La cresta sud dell Noire di Peuterey ( mt. 3772) sul versante italiano del monte Bianco, fra i ghiacciai della Brenva e del Freney, a 24 anni nel 1985, una grande classica, un solo bivacco in parete, ritenuta una via “dolomitica” nel cuore del Bianco, fatta tutta in libera; si è assicurato solo per 15 metri. Sono 1200 metri di dislivello con uno sviluppo, interamente su granito, di 4400, difficoltà fino al quinto grado superiore. Ma anche la Castiglioni De Tassis sulle Pale di San Martino, la cima val di Roda, la Stegher del Catinaccio Centrale. determinante la componente psicologica, l fisico è secondario ma non meno importante. Bisogna rendersi conto di cosa si va ad affrontare: l la solitudine, la difficoltà costante, dice Bettio e: essenziale saper gestire la tensione perché tutte le sensazioni sono amplificate: la paura, gli imprevisti, il clima, il meteo. C il piacere dell fatta ed in corso. Un grande concentrato di emozioni. Lo ritengo il massimo dell ma, indispensabile, è una giusta motivazione, soprattutto l con sé medesimi. E la paura? Occorre. Ti dice cosa stai facendo, è un costante campanellino d Un valido monito. Ma ognuno vive le solitarie alla sua maniera ed ha un suo limite. La cosa più bella è abbandonare le proprie certezze, lasciarsi coinvolgere dall contrariamente alle nostre abitudini, come fanno gli abitanti delle montagne più remote, adattandosi all E continua: La paura va gestita, se prevale è la fine. Bisogna essere sempre lucidi. Non è e non deve essere esibizionismo: pena letali stupidi incidenti. successo purtroppo. Lei non la mitizza la scalata solitaria, consiglia l anche al singolo escursionista che si addentra in un bosco, la ritiene solo un rapporto corretto tra risorse umane, tecniche e l camminare od arrampicare per giorni che sia, nel più totale isolamento, autonomi in tutto e preparati al tutto? Sulla Noire stavo bene, valutavo ogni evento e passaggio, c nebbia, la schiarita venne solo alla fine, ma dopo quei due giorni mi sentivo un persona,
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arricchito e pago. La Noire ho voluto poi ripeterla con Stefano Tedeschi e Davide Masotto.