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Il crollo dei mercati azionari e dei titoli obbligazionari registrato nella sola seduta di ieri, lunedì 29 giugno, rappresenta numeri da capogiro con una perdita di valore di 287 mld di Euro per quanto riguarda le sole piazze azionarie europee, senza contabilizzare la riduzione delle quotazioni dei titoli di debito obbligazionari sia governativi che quelli emessi dalle società finanziarie e industriali.

Lo strappo del primo ministro greco Alexis Tsipras nei confronti della trattativa con la Commissione Europea presieduta da Junker e con il Fondo monetario internazionale rappresentato da Martine Lagarde, con la convocazione improvvisa del referendum di accettazione delle clausole proposte dai paesi creditori, ha provocato un tale crollo delle quotazioni e un danno all’economia europea da sollevare un quesito sulla fragilità del sistema finanziario europeo, che risente della decisione di un solo uomo in modo così distruggente. E’ una domanda che ci si poteva porre anche quando negli anni scorsi, con effetto contrario, interveniva Mario Draghi, che con poche parole faceva invertire la rotta ai mercati recuperando quello che avevano perso negli anni precedenti.

La domanda a questo punto è cruciale: l’Europa è appesa alle decisioni di singoli individui? Il suo destino è legato alle riflessioni di pochi? Se questo è vero il progetto europeo ponendo così tanto potere in un’unica persona non è completamente stravolto?

Non si riesce a immaginare quale sia stato lo stato d’animo di Tsipras prima di decidere la rottura delle trattative e la convocazione del parlamento greco per decidere il referendum. Potrebbe essere scaturito da un sentimento di aderenza ad un ideale molto simile a quello di Robespierre prima di sottoscrivere la condanna di Danton. L’interesse del popolo greco viene prima di quello politico come in Robespierre quello francese prima del proprio. Ma in quest’azione forse Tsipras ha visto anche il proprio fallimento nella trattativa, ma la possibilità di fare un passo indietro, di dimettersi è stata più debole di quella di decidere di andare avanti. Ma cosa aspetta al popolo greco di fronte a un no alle clausole proposte dalla Commissione Europea? La svalutazione argentina e venezuelana, o il salvataggio con accordi con le grandi potenze, dalla Russia di Putin, alla Cina o agli stessi Stati Uniti del presidente Obama che sono pronti a salvaguardare la fragile democrazia ateniese?

La domanda è retorica. Se da una parte il destino dell’Europa è stato di volta in volta nelle mani di Mario Draghi e ora in quelle decisive di Alexos Tsipras, la responsabilità diretta non è attribuibile a loro, ma a chi nelle istituzioni europee non percepisce questa fragilità a cui è stato affidato il destino non del popolo greco, ma dell’intera Europa. Nessuno degli ispiratori da Giuseppe Mazzini a Altiero Spinelli, nessuno dei padri fondatori da Konrad Adenauer a Robert Schuman, da Alcide De Gasperi, agli statisti che vararono la fusione con la Germania Est e firmarono il trattato di Maaschtricht come Helmut Kohl, avrebbero lasciato tanto potere nelle mani di un tecnico seppur prestigioso o di un politico intransigente rappresentante del più piccolo dei paesi della comunità europea.

Questo è il paradosso drammatico a cui è appeso il filo dell’Europa: fin dal 2010 non si doveva aprire nessuna trattativa con la Grecia, non andava inviata nessuno Troika, non si doveva alimentare nemmeno un secondo l’idea che quest’unità monetaria nata nel 1999 potesse essere messa in discussione. La responsabilità è quella di aver sempre tenuto aperto questo fronte di scontro interno, di non aver mai accolto fino in fondo l’esclamazione del 2012 di Mario Draghi sull’irreversibilità della moneta unica. E ogni volta i falchi e i corvi si sono riaffacciati al capezzale dell’Europa affidando a queste trattativa la logica di una disgregazione che non poteva far parte delle opzioni o dei famigerati “piani B”.

Se da una parte è quindi comprensibile il dramma umano e politico attraversato da Tsipras e nello stesso tempo quello vissuto dai membri della Commissione Europea chiamati a gestire una trattativa che non doveva, per la portata sociale che coinvolge trecento milioni di persone, essere una trattativa, dall’altra è scontato che l’Europa non ha alcun futuro, se superata questa crisi, continuasse ad affidarsi a questa logica innaturale dello scontro interno aperto a ogni soluzione. Di fatto si continuerebbe a vivere in uno stato di “guerra” continuo che la nascita dell’Europa doveva una volta per tutte superare.

Direttore Responsabile Matteo Ciaghi Per contattare la redazione scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E’ necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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