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Che l’economia mondiale non fosse in buona salute lo si vedeva già ogni giorno scorrendo le cronache di casa nostra, ma finora si aveva l’impressione che una parte del mondo, quella dell’Asia Pacifico che produce oltre il 50% del prodotto interno lordo globale, avesse superato la crisi. Adesso sappiamo che non è più così, e proprio nel cuore del motore asiatico: la Cina.

L’annuncio ieri della Banca centrale cinese di ridurre il tasso di interesse dello 0,5% ci dice infatti che nubi si cominciano ad addensare anche nel cuore del motore regionale, indicazione inquietante per tutto il resto del pianeta.

Dopo che nel 2009 e nel 2010 la Cina aveva superato di slancio la crisi veleggiando ad una crescita del Pil di oltre il 10%, alla fine del 2011 i dati che affluiscono a Pechino sono sconfortanti. Parlano di crisi profonda per le imprese private, vaporiera delle esportazioni nazionali. Nelle province costiere dello Zhejiang o del Guangdong centinaia di imprese sono in difficoltà, schiacciate in una molteplice morsa.

In questi ultimi due anni c’è stato l’aumento dei costi di produzioni (sono cresciuti i salari, è aumentato il costo dell’energia, dei suoli ect.), c’è stata una rivalutazione della divisa cinese, il renminbi, grazie a un aumento del suo valore su quasi tutte le monete mondiali e a una significativa anche se non incontrollata inflazione interna.

Inoltre, c’è stata una stretta del credito e una drastica riduzione delle esportazioni nei due mercati cinesi principali, Europa e America, per la crisi globale. Nei prossimi mesi Pechino si aspetta di dovere ulteriormente rivalutare il renminbi per le crescenti pressioni americane.

Questo rischierebbe di essere davvero troppo per le imprese private che potrebbero fallire una dopo l’altra seminando disoccupazione e panico nel Paese. Infatti, i dati del consumo interno stanno migliorando, ma non procedono in maniera tale da compensare le diminuzioni di esportazioni mentre la stretta finanziaria di questi ultimi mesi ha eliminato posti di lavoro nelle aree più dinamiche.

Da qui la decisione della Banca centrale, certamente sancita ai massimi livelli, che arriva poi appena una settimana prima dell’apertura dell’annuale conferenza finanziaria, che traccia le linee programmatiche dell’economia dell’anno prossimo. Quindi l’attesa cinese per il 2012 qui non è rosea. Pechino chiaramente teme che i problemi in Europa o in America non si risolveranno in poche settimane o mesi e che è bene prepararsi a un anno molto accidentato.

Questo allargamento del credito più la rivalutazione dovrebbe in qualche modo aumentare le importazioni cinese ed aiutare ad attenuare le difficoltà globali. Ma certo l’economia cinese non ha le dimensioni per sopperire a una crisi doppia che colpisce USA e Europa, patria di circa il 50% del Pil globale.

La misura mette di fatto fine alla polemica che durava da oltre un anno tra Pechino e Fed americana, accusata di esportare inflazione attraverso le sue politiche di allargametno monetario o quantitative easing. La Cina riconosce che è la crescita non l’inflazione il problema più grande al momento.

L’elemento più importante per l’Italia e l’Europa comunque resta quella della sfiducia di una ripresa economica nel 2012. Gli annunci di piani di austerità e tagli nel continente finora non sono accompagnati da forti annunci di programmi per fare ripartire la crescita economica, mentre i dati sono estremamente preoccupanti. Le esportazioni cinesi in Italia, oggi cuore e miccia della crisi in Europa, sono crollate a ottobre del 18%. Il contagio nei prossimi mesi potrebbe allargarsi ad altri Paesi, così pensa Pechino, mentre la possibilità prima molto remota di una spaccatura dell’euro e una seconda drammatica crisi negli Stati Uniti appaiono più reali.

L’abbassamento del tasso di credito potrebbe avere un impatto limitato sulla bolla immobiliare, controllata molto attraverso misure amministrative (per esempio limitazione del credito bancario solo a residenti e per la prima casa, taglio nelle aperture di nuovi suoli edificatori). Ma è destinato comunque a dare nuovo fiato all’inflazione e quindi colpire il nuovo proletariato urbano, aumentando le tensioni sociali.

Anche questo non dovrebbe avere un impatto catastrofico, visto che l’inflazione sugli alimenti porta denaro ai contadini delle campagne, ancora quasi metà della popolazione. Ma se arriva la crisi globale la Cina comunque non ne uscirà indenne, si deve pensare alla crescita. Ed è a questo che Pechino si sta preparando.
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