peuterey milano outlet Rilettura teorica e politica del Manifesto del partito comunista

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Riprendere in mano, a centocinquant’anni dalla sua comparsa, il Manifesto del partito comunista pu essere fatto con metodi e obiettivi diversi 1 . E’ possibile, evidentemente, collocare l’opuscolo nella temperie politica e culturale degli anni in cui vide la luce; come possibile soggiacere alla tentazione di un confronto immediato tra il testo e la realt che abbiamo di fronte. Un approccio ‘storico’, il primo; un approccio ‘attualizzante’, il secondo. Esemplare, in un certo senso, del primo la riedizione della Einaudi, con la lunga e utile postfazione di Bruno Bongiovanni, mentre esemplare del secondo, l’introduzione che Eric Hobsbawm ha premesso alla ristampa inglese della Verso uscita anch’essa quest’anno. Entrambe, per mettono bene in rilievo i rischi di operazioni del genere. Da una parte, la riduzione del Manifesto a ‘classico’, quando non a documento di un’altra epoca, con una nascosta, ma non meno efficace, sterilizzazione dell’impatto presente di quelle pagine. Dall’altra parte, all’opposto, la rivendicazione al Manifesto di una dimensione profetica, sia pure dimezzata: dove la profezia sta nell’avere anticipato con la sola colpa di averlo fatto con troppo grande anticipo ?i caratteri del capitalismo mondializzato dei nostri giorni; e il suo essere dimezzata sta nella spiacevole circostanza che, giusto quando le previsioni ‘analitiche’ di Marx si sarebbero concretizzate, esse avrebbero al contempo distrutto il soggetto sociale che doveva farsi messaggero di una societ futura, meno disumana e portatrice di una libert pi autentica nell’eguaglianza 2 .

Vi qui, a me pare, un difetto dovuto a un eccesso di ‘empirismo’. Si ragiona quasi come se i ‘fatti’ fossero l neutri, a consentire di saggiare la validit del costrutto teorico; dal che consegue un ammirato stupore nel verificare quanto lo sviluppo delle forze produttive tratteggiato da Marx nel Manifesto assomigli al nostro presente. E’ evidente, peraltro, che, visto che i fatti neutri non lo sono mai, in questo modo ci si ritrova pressoch sempre a spacciare come non problematica la ricostruzione dominante della realt attuale, e ci si limita a rivestire l’interpretazione di senso comune di una retorica radicale ?tanto pi radicale, in effetti, quanto pi la descrizione prevalente di come stanno le cose nega qualsiasi possibilit di intervento alle classi dominate.

In queste pagine percorrer ?per mestiere, per cos dire; ma anche per convinzione una via diversa. Il criterio di valutazione cui sottoporr il Manifesto sar di natura eminentemente ‘logica’ e ‘categoriale’. Assumer lo scritto di Marx ed Engels come parte di un percorso teorico e ,sempre, implicitamente o esplicitamente, politico pi complessivo, che raggiunge la sua maturit soltanto nei lavori del Marx ‘critico dell’economia politica’, cio nei Grundrisse e nel Capitale. La domanda che mi porr sar insomma, in che misura una rilettura ‘all’indietro’ di Marx ?una rilettura, cio che interpreti alla luce delle successive conquiste concettuali del Marx delle opere maggiori le proclamazioni brillanti ed efficaci del Manifesto ?sia produttiva. Produttiva, innanzitutto, nel senso di mostrare la permanente attualit degli affondi che il Manifesto lancia per una interpretazione della dinamica di classe dell’ultimo secolo e mezzo, senza lasciarsi intralciare dalle parti pi datate e deboli di quel pamphlet. Produttiva, inoltre, nel senso di fornirci le armi per una diversa rappresentazione del capitalismo contemporaneo, ‘globalizzato’ e ‘postfordista’, che sfugga a quella visione senza conflitto e senza politica che va oggi per la maggiore tanto a destra quanto, purtroppo, anche a sinistra; e che discenda invece dal metodo, che a me sembra prettamente marxiano, di mettere sotto processo i ‘fatti’, rilevandone la natura contraddittoria. Produttiva, infine, per rimettere sul tappeto il nodo politico della teoria marxiana, cio da un lato, l’inseparabilit della dimensione analitica da quella politica nel Manifesto come nella critica dell’economia politica, e, dall’altro lato, la questione della natura e della costruzione del soggetto antagonista.

La struttura di questo contributo la seguente. Nella seconda sezione, ricapitoler brevemente le tesi portanti del Manifesto, mettendo in evidenza le questioni controverse e le critiche principali a cui esso ha dato origine. Nella terza sezione, presenter quello che a mio parere il nocciolo della ‘critica dell’economia politica’ sviluppata da Marx principalmente negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, e mostrer in che senso da questo punto di vista molte delle difficolt ad una interpretazione convincente del processo capitalistico che emergono dal Manifesto possano essere superate. Nella quarta sezione, accenner in modo sintetico alle conseguenze che una esegesi del lascito marxiano di questo tipo ha per una diagnosi del capitalismo contemporaneo. Nella quinta e ultima sezione, interverr sul tema del soggetto sociale e del soggetto politico come questione ‘aperta’, nel Manifesto cos come nel marxismo 3 .

Il Manifesto del partito comunista

Si dissolvono tutti i rapporti stabili ed irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ci che vi era di corporativo e di stabile, profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, p. 87

Apriamo dunque di nuovo il Manifesto La struttura della argomentazione chiara e lineare. Il punto di avvio il ruolo rivoluzionario della borghesia, che “non pu esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali” (p. 87). Della borghesia, nelle prime pagine dell’opuscolo, Marx ed Engels tratteggiano l’ascesa economica e politica: attraverso la fase mercantile, lo stadio manifatturiero, la grande industria moderna, infine lo sviluppo del mercato mondiale che retroagisce sul ritmo di espansione dell’industria; e passando da ceto oppresso, a contrappeso alla nobilt e fondamento primo delle grandi monarchie, al dominio politico esclusivo nello Stato rappresentativo moderno. A colpire oggi l’immaginazione sono, come naturale, le pagine dedicate all’ “impronta cosmopolitica” data “alla produzione e al consumo di tutti i paesi” dalla borghesia (ivi), al fatto che l’introduzione di industrie nuove che soppiantano le antichissime industrie nazionali “diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili” (p. 89), al subentrare di una interdipendenza universale al posto della antica autosufficienza e dell’antico isolamento. Alla ‘tesi’, costituita dall’inedito e veloce progresso delle forze produttive e del grado di civilt seguito all’ascesa della borghesia, fa per da subitaneo contraltare l’ ‘antitesi’, ovvero l’annuncio che le crisi commerciali ricorrenti e sempre pi acute segnalano che il capitalismo in un’era terminale della sua esistenza. La contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione oramai talmente profonda che questi secondi “sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta” (p. 92).

L’approssimarsi di una crisi ‘oggettiva’ trova corrispondenza nella costituzione, sul versante “soggettivo”, di una classe operaia in crescita quantitativa e potenzialmente organizzabile. In effetti, secondo il Marx e l’Engels del 1848, non soltanto la storia sempre stata storia di lotte di classe, ma la stessa struttura sociale si venuta, grazie al capitalismo, ‘semplificando’ in una polarizzazione duale radicale: “L’intera societ si va scindendo sempre pi in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato” (p. 83). Il quadro della condizione operaia che viene fornito dal Manifesto tutto meno che consolatorio. Il lavoratore divenuto un accessorio della macchina, poich “il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere indipendente”, e all’operaio “si richiede soltanto un’operazione manuale semplicissima, estremamente monotona e facilissima ad imparare” (p. 94). A questa degradazione della prestazione lavorativa corrisponde una riduzione del ‘prezzo’ del ‘lavoro’, per cui “il salario decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il tedio del lavoro” (ivi); come anche corrisponde un aumento della durata e dell’intensit del lavoro. Lo stesso lavoratore oramai equiparato a uno strumento di lavoro tra gli altri, e vede dipendere la propria vita dalle oscillazioni della domanda e dell’offerta della ‘merce’ che vende sul mercato del lavoro, dalla concorrenza di altri essere umani pi a buon mercato, e dal progresso tecnico. Ci non di meno, la stessa accumulazione capitalistica si incarica di addensare masse di operai nelle fabbriche, e di unificarne le condizioni di esistenza, consentendo cos coalizioni difensive contro il padronato, in grado di strappare vittorie temporanee: “Il vero e proprio risultato delle loro lotte non il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre di pi (p. 97). Unione che viene periodicamente infranta dalla dinamica capitalistica, ma che “risorge sempre di nuovo, pi forte, pi salda, pi potente”(p. 98). La “lotta delle classi si avvicina al momento decisivo” (p. 99).

Il nesso tra tendenza ‘oggettiva’ alla crisi e movimento ‘soggettivo’ rivoluzionario talmente stretto che, con espressione rimasta celebre, Marx ed Engels scrivono che “Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili” (p. 104). Mettendo le mani sulla leva statale ?che non altro “che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese” (p. 85) ?il proletariato, elevatosi a classe dominante, pu abolire la propriet privata, accentrare gli strumenti di produzione in mano pubblica, accelerare lo sviluppo delle forze produttive, e infine creare le condizioni affinch alla societ capitalistica subentri “una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno condizione del libero sviluppo di tutti” (p. 121).

La sintesi delle proposizioni del Manifesto che abbiamo presentato fa risaltare le difficolt a malapena celate dal fascino lucido e trascinante del discorso. Difficolt che hanno dato luogo, nel tempo, a insistenti critiche alla teoria marxiana. I problemi pi evidenti hanno a che vedere con, da un lato, il discutibile crollismo che traspare dalle pagine di Marx ed Engels. Tanto le leggi che regolano il decorso strettamente economico dell’accumulazione quanto la costituzione del soggetto antagonista, che in qualche modo ‘riflette’ quelle leggi, appaiono condurre all’ ‘inevitabile’ catastrofe della societ borghese e alla vittoria del proletariato, in una visione dove determinati processi ‘materiali’, indipendenti dalla volont degli essere umani, ne determinano la coscienza sociale, facendo del capitalismo “l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale” che “chiude dunque la preistoria della societ umana”, come recita la “Prefazione” del 1859 a Per la critica. Un interprete simpatetico a Marx ha osservato che “sembra qui che il capitalismo produca, per partenogenesi, le condizioni necessarie e sufficienti della sua dissoluzione 4 , mentre un interprete meno ben disposto, ma una volta di grande finezza, vi trova qui le tracce di una concezione della storia a ‘disegno’ 5 . Sia pure per ragioni diverse, il responsabile ultimo di questa deriva marx engelsiana sarebbe Hegel. Per Wal Suchting, il tentativo di rovesciare la dialettica hegeliana non riesce nel suo intento quando si limita a sostituire la materia allo Spirito Assoluto, facendo della realt economica una successione di stadi predefiniti e della coscienza degli agenti storici il riverbero del processo storico materiale. Per Lucio Colletti, la teleologia e il finalismo di Hegel trapassano in Marx quando la visione del rapporto capitalistico come rapporto ‘alienato’ comporta la ripresa dell’idea hegeliana secondo cui l’alienazione segna la rottura dell’Unit originaria che lo sviluppo storico si incarica di ricostituire.

E’ indubbio che il Manifesto si presta, in qualche misura, a tali rilievi critici. E’ noto, d’altronde, che la teoria del ‘crollo’ nelle forme pi sofisticate in cui essa viene ripresa nel Capitale, ovvero come teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto e come teoria della crisi da realizzo ?non convincente (e non lo per di pi per ragioni che lo stesso apparato categoriale di Marx aiuta a chiarire). Altrettanto dubbia la tesi della pauperizzazione che Marx ed Engels introducono nel corso della loro argomentazione sulla tendenza alla crisi, almeno nella forma che essa prende nel Manifesto. Tale tesi, infatti, afferma proprio l’abbassarsi assoluto della sussistenza del lavoratore, e vede in ci la premessa della rottura rivoluzionaria: “l’operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l’industria progredisce, scende sempre pi al di sotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche pi rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto ci appare manifesto che la borghesia non in grado di rimanere ancora pi a lungo la classe dominante della societ e di imporre alla societ le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non capace di dominare, perch non capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavit perch costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa costretta a nutrirlo. La societ non pu pi vivere sotto la classe borghese, vale a dire l’esistenza della classe borghese non pi compatibile con la societ (pp. 103 104). capitalismo ‘mondializzato’), ma perch essa viene avanzata nella forma di una predizione incondizionale; una predizione, per di pi che stata smentita per oltre un secolo dalla crescita contemporanea del capitale e del salario reale.

Una forma particolare di ‘pauperizzazione’, se si vuole, quella che colpisce il lavoratore in quanto tale, se si presta fede al quadro che Marx ed Engels nel 1848 forniscono della prestazione lavorativa, destinata a una ineluttabile e progressiva dequalificazione. Lasciamo per un attimo da parte la questione della conferma o meno dell’ipotesi secondo cui le macchine cancellerebbero le differenze del lavoro ?una questione che, come noto, non poco controversa. Il punto concettuale. Una lunga, e non ingloriosa, tradizione ha visto in questo spogliamento del lavoro concreto di ogni qualit in questa ?per dirla con Braverman ?’degradazione’ del lavoro all’interno della produzione, il fondamento della nozione cruciale della critica dell’economia politica, il lavoro ‘astratto’, che sarebbe tale in quanto, appunto, nel processo lavorativo lo stesso lavoro concreto diverrebbe una ‘astrazione reale’. Questa lettura si opposta alla linea che venuta col tempo prevalendo, e che insiste sulla circostanza che Marx nel primo capitolo del Capitale deduce il lavoro astratto dallo scambio generalizzato di merci. L’ ‘astrazione reale’ in questo secondo caso, all’opposto, il prescindere nello scambio dal fatto che le merci sono beni qualitativamente diversi, prodotti da lavori concreti differenti. Il lavoro astratto, in questa diversa accezione, non ha nulla a che vedere con la qualit del lavoro nella produzione. La posizione di Marx con Engels nel Manifesto sembra propendere per il primo corno dell’alternativa ?ma, come dir nella prossima sezione, entrambe le tesi sono da rigettare.

Le difficolt del Manifesto non si fermano certo qui. Il dualismo classista del Manifesto stato oggetto di comprensibili rimostranze, visto che la storia della formazione sociale capitalistica ha progressivamente ‘complicato’ invece di semplificare i rapporti di classe, estendendo e variando, in particolare, le classi ‘intermedie’. Ancora Wal Suchting, recentemente e del tutto a ragione, ha osservato che la categoria di ‘classe’ appare nell’opuscolo del 1848 in forma gravemente inadeguata e vaga, e che, soprattutto, in quell’opera il modo con cui viene delineata la lotta di classe nel capitalismo trascura il fatto saliente che si trattato spesso e volentieri di lotte interne alla classe dominante, piuttosto che tra borghesia e proletariato (qualcosa che il Marx del 18 brumaio di Luigi Bonaparte e de Le lotte di classe in Francia mostra invece di aver ben appreso). Si potrebbe ovviamente continuare con l’elenco delle previsioni smentite, da quelle a breve termine, sulla imminente rivoluzione in Germania, a quelle di pi lungo termine, sul fatto che fra tutte le classi che stanno di fronte alla borghesia “il proletariato soltanto una classe autenticamente rivoluzionaria” (p. 99) ?qualcosa che, con il senno di poi, appare tutt’altro che garantito.

Dobbiamo dunque concludere per il ‘fallimento’ del Manifesto del partito comunista? Non credo. Non credo che le cose stiano in questi termini perch come ho anticipato nelle righe introduttive, non guardo a quello scritto principalmente come opera ‘puntuale’, ma come parte dell’iniziale progetto teorico politico sviluppato poi essenzialmente da Marx nei decenni a venire. Nelle sezioni che seguono mi prover allora a tornare di nuovo sui temi del Manifesto a partire da una particolare interpretazione della ‘critica dell’economia politica’ marxiana. Non condivido infatti una lettura ‘discontinuista’ di Marx, ma a patto che la continuit venga letta ‘all’indietro’ e non ‘in avanti’. Non vero, insomma, che il Marx giovane detti le mosse del Marx maturo. Il tempo tutto, l’uomo non pi niente; tutt’al pi l’incarnazione del tempo.

Karl Marx, Miseria della filosofia, p. 48

E’ bene, per essere il pi sintetici possibile, dichiarare da subito le linee lungo le quali leggo i Grundrisse e il Capitale, con un particolare riferimento ai problemi sollevati dal Manifesto. 6 . E conviene cominciare dal ‘perno’ della costruzione teorica marxiana, la nozione di lavoro ‘astratto’. Come ho detto, trovo riduttive ambedue le interpretazioni che si contendono il terreno: tanto quella che vede nel lavoro astratto qualcosa che si produce soltanto nello scambio, quasi che il valore fosse ‘creato’ nella circolazione, quanto quella che vede nel lavoro astratto il lavoro che ha perso ogni carattere di concretezza nel processo produttivo, sicch la circolazione si limita a ‘realizzare’ un valore gi interamente formato nella produzione. Personalmente, trovo pi convincente leggere l’astrazione del lavoro come un processo. L’interpretazione pi diffusa, quella che vede la determinazione del lavoro astratto soltanto nello scambio finale sul mercato delle merci dove i lavori ‘privati’ vedono sanzionata la loro socialit per il tramite dello scambio di cose contro denaro, si limita a registrare il fatto che il lavoro in quanto ‘risultato’, il lavoro ‘morto’ nel prodotto, rappresenta indirettamente un processo di ‘alienazione’ della soggettivit dei lavoratori nella circolazione. Evidentemente, per le cose sono pi complicate. Infatti, lo scambio di merci scambio generale soltanto nel capitalismo, quando cio il lavoro non lavoro di semplici produttori indipendenti ma lavoro salariato ?di conseguenza, chiaro che gli scambisti del primo capitolo del primo libro del Capitale non hanno nulla a che vedere con una mitica ‘societ mercantile semplice’, ma sono in realt imprese capitalistiche che organizzano al loro interno un lavoratore ‘collettivo’. Per questo, nei Grundrisse Marx presenta una seconda deduzione del lavoro astratto, dove il lavoro astratto inteso simultaneamente come il lavoro ‘vivo’ del lavoratore salariato opposto al capitale
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