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Partecipazione, gestione, comunità sono parole datate, che risalgono all’inizio del secolo scorso e che sono “esplose” negli anni ’60 e ’70. Possono dire ancora qualche cosa di vero e di praticabile anche oggi?

Prima di rispondere, ricordo che, ancora dopo un quarto di secolo, nello Statuto delle studentesse e degli studenti frutto di trent’anni di “battaglie”, alla cui redazione partecipò una rappresentanza di associazioni di studenti, questi concetti sono stati ripresi e ricontestualizzati. Nel dpr 249/1998, firmato da Berlinguer e da Ciampi, e poi integrato e riproposto da Fioroni con dpr 235/2007, la scuola è definita come “comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il ricupero delle posizioni di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e con i principi generali dell’ordinamento italiano”.

Questi concetti sono ripresi nel paragrafo 4 del Documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione” (MIUR, 4.3.2009, prot. 2079).

Il che significa che nella memoria storica di coloro che scrivono le norme non sono sparite le affermazioni del dpr 416/1974, che anzi hanno trovato significativi approfondimenti. E’ la prassi che rende difficile “abitare” questa concezione, come dimostra l’incapacità del legislatore di tornare sui decreti delegati, rilanciando la partecipazione, dopo l’autonomia, costituzionalmente garantita alle scuole.

Occorre perciò chiedersi quale potere euristico, esplicativo, orientativo, ha il concetto di comunità riferito alla scuola; come incontra i concetti di autonomia, di servizio scolastico, di successo formativo; e se ciò che prevedono le leggi ha qualche probabilità di “parlare” ai docenti, agli studenti e ai genitori di oggi, e di indicare strade da seguire, sia per “sopravvivere”, sia per “star bene a scuola”, o almeno per starvi meno peggio, sia infine per insegnarvi impararvi qualcosa d’interessante e di utile.

Fra l’utopia e la progettualità dovrebbe collocarsi la “visione”, ossia l’ipotesi di un modo di essere e di lavorare insieme, costruita sulla base di principi valori e di teorie, ma anche di analisi empiriche, di norme, e infine delle esperienze, delle competenze e della credibilità di chi cerca di sostenere e di condividere questa “visione”.

Adottando una lettura pedagogica delle norme, possiamo dire che il concetto di comunità scolastica è servito negli anni ’70 a uscire dalla contestazione del sistema, senza riproporre una scuola aristocratica e burocratica; negli anni 2000 dovrebbe servire a uscire dall’inefficienza e dal disinteresse senza cadere nell’aziendalismo e nel privatismo. Il Rapporto Faure del 1972 ha allargato gli orizzonti di Althusser, che parlava della scuola come luogo della lotta di classe e come apparato ideologico di Stato, proponendo l’educazione permanente e la Cité educative. Dico tra parentesi che, per definire la comunità scolastica, l’aggettivo educativo mi sembra preferibile all’aggettivo educante, perché non ogni scuola educa sempre di fatto, pur avendo la funzione di educare, come anche le più recenti leggi hanno chiarito.

Sta di fatto che la prospettiva comunitaria, alla quale fra l’altro si dedica nuova attenzione nella sociologia statunitense e polacca (da Sergiovanni a Bauman), sembra avere ancora oggi tutti i titoli per giocare il ruolo di concetto organizzatore super partes e di sintesi equilibratrice di diverse istanze, al di là dell’uso riduttivo che talora se ne è fatto.

E’ a questo proposito che possono servire due concetti emersi in contesti differenti. Il primo è il concetto di recupero. Non si recuperano solo oggetti che la logica consumistica induce a gettare fra i rifiuti, ma anche le fabbriche. L’esperienza sviluppata in Argentina, dopo la bancarotta del 2001 dimostra che si possono ricuperare anche aziende e fabbriche decotte. Di fronte a titolari che chiudevano o abbandonavano le fabbriche, operari e impiegati s’impegnarono a rimetterle in piedi, anche a costo di sacrifici durissimi. Non era solo la fame a spingerli, ma anche la consapevolezza di valere qualcosa, di dovere e voler salvare quel lavoro che dava loro la dignità. Il senso profondo di quelle esperienze l’ho trovato, si parva licet, nello slogan coniato dagli studenti di Agrigento, in occasione del Progetto Giovani 93: “Non abbiamo strutture: usiamo la testa”.

La buona notizia ha qualcosa di stupefacente in questo quadro dalle tinte fosche. Riguarda l’iniziativa del personale dirigente docente e amministrativo del liceo Newton di Roma. “Ognuno di noi si legge in un documento ufficiale della scuola fino alla fine dell’anno s’impegna a donare un’ora settimanale di lavoro, durante la quale (ciascuno secondo le proprie funzioni) cercherà di rendere ancora più incisiva la propria azione nei riguardi delle giovani generazioni.

Senza nulla chiedere come ricompensa, solamente coscienti che ognuno, nelle difficoltà, deve aiutare il proprio Paese. Noi della scuola, però, pretendiamo che ogni istituzione, a cominciare dalla politica, dimostri in questi mesi ed in questi anni senso di responsabilità ed impegno fattivo verso il nostro Paese, eliminando scontri mediatici, discordie di parte, miopie ed interessi di bottega. Ben conoscendo la tendenza al “benaltrismo” di molti nostri concittadini, vogliamo ricordare che un’ora di lavoro in una scuola di circa 100 persone (70 insegnanti, 20 impiegati compresi i bidelli, un direttore amministrativo, un preside) comporterebbe per quattro mesi (settembre / dicembre) la cifra globale di circa 40.000″.

Si educa anche con la provocazione del dono gratuito. Non so quanti lo capiranno e lo accetteranno. L’ARDeP ha praticato il volontariato fiscale vent’anni fa e continua a battersi perché cresca la responsabilità a tutti i livelli. Quella di Napolitano non è una voce nel deserto

R. Il messaggio che viene dalla politica scolastica degli anni più recenti è abbastanza chiaro: i tempi, gli spazi, le persone e le funzioni non sono pensati per facilitare la costruzione di relazioni e di motivazioni sociali e partecipative, ma per ottenere risparmi, competenze e punteggi che misurino il merito individuale. Intendiamoci: non è detto che più tempo, più risorse e più docenti, con classi più piccole, producano di per sé una scuola personalistica e comunitaria. E’ però un fatto che anno dopo anno vengono disincentivate e ridotte le condizioni che faciliterebbero lo sviluppo di quel “patto di corresponsabilità educativa” fra genitori e insegnanti, che le norme dichiarano e lodano. L’educazione di fatto sembra un lusso o una perdita di tempo. Quando non si dica addirittura, negli alti rami del Governo, che la scuola di Stato è di per sé diseducativa, almeno per genitori che non siano “di sinistra”, come sarebbe la maggior parte dei docenti.

Si è varata la legge 169/208, che richiede per gli studenti “conoscenze e competenze” relative a “Cittadinanza e Costituzione”. Si dice che è anche una materia, ma poi non ve n’è traccia fra le materie e il tutto si limita ad un appello, neanche troppo convinto, alla buona volontà degli insegnanti. Dalla scuola di stato alla scuola della comunità, La Scuola, Brescia 1975 (6 ed.1983); Id., Educare nella scuola. Disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione scolastica, Tecnodid, Napoli 2009

Luciano Corradini (RE,1935) è professore emerito nell’Università di Roma Tre. E’ stato ordinario di pedagogia generale nelle Università di Milano Statale e di Roma La Sapienza, presidente dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI, sottosegretario alla PI nel Governo Dini col ministro Lombardi, presidente nazionale dell’ARDeP, associazione per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari) dell’UCIIM (docenti medi),

Fra i suoi lavori lavori: La tunica e il mantello Debito pubblico e bene comune. Provocare per educare, Euroma Roma 2003: A noi è andata bene. Famiglia, scuola, università, società in un diario trentennale, Città Aperta Troina, 2008
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