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RISSA ALL’OUTLET TRA CLIENTE E COMMESSA/ Video Caserta:”Te spacc ‘a capa!”. Poi lo svenimento per un vestito

Rissa all’outlet: è successo a Caserta, dove una signora si è lamentata animatamente per usare un eufemismo perché il suo vestito si è scolorito. Poi è svenuta, video

23 gennaio 2018Che quando si parla di abbigliamento con una donna si debba prendere la questione seriamente è risaputo. Nessuno si sogna di sminuire la questione, insomma. Anche considerando che il capo di cui stiamo per parlare sarà pure costato una discreta cifra. Però quello che è successo a Caserta, nell’outlet La Reggia, all’interno del negozio di Silvian Heach, sembra l’estratto di un film trash, che più trash non si può. E magari questo tipo di sceneggiate sarebbe meglio relegarle davvero nella spazzatura, ma tant’è. Insomma: cos’è successo? Semplice: una signora acquista un vestito in negozio, questo scolorisce e la donna si presenta nello stesso locale a distanza di giorni per fare le sue rimostranze. Sostiene che sia un falso, che sia stato fabbricato in Cina e pretende di parlare con il responsabile. Questo perché, alla fine, quella che ha dovuto fare i conti con l’imbroglio è lei: lei che doveva andare al matrimonio da testimone e ha fatto una figuraccia dinanzi a 150 persone. Tutto normale, perfino comprensibile, se non fosse per i modi della signora. Quali? Vediamoli. La cliente si rivolge alla commessa che le ha venduto l’abito in maniera esagitata. Sbatte la mano sul bancone, ordina di parlare con il responsabile neanche fosse il giudice della Corte Suprema. Vuole giustizia per il suo abito “scambiato”, scolorito, perché qualcuno la deve pagare per la sua figuraccia davanti a 150 invitati. E quando la commessa non è così disposta ad assecondare le sue lamentele, la signora si inalbera ancora di più, ma arriva al punto d’ebollizione quando viene allertata la sicurezza. In quel momento scatta quel:”Te spacc’a capa” che dà il via all’intervento del suo accompagnatore. Il marito della signora, non propriamente un gentleman, che ci tiene a ricordare alle due guardie giunte in soccorso, che lui “tiene a capa storta”. Un modo per dire: non toccatemi. In questo far west, però, il pezzo forte è ancora là da venire. Sì, perché la cliente ad un tratto crolla a terra: è svenuta, di botto, quasi senza preavviso. Il mancamento (non sappiamo se reale o di contorno) dura lo spazio di qualche secondo. Neanche il tempo di alzarsi che la signora ricomincia con la storia dei 150 invitati. E adesso le domande sono due: 1) sarà riuscita a parlare con il responsabile? 2) dove andremo a finire?.
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Come muore Guido Zanin in Un medico in famiglia?

Risposta: Guido Zanin è stato un personaggio immaginario, nonché protagonista, della terza, quarta e sesta stagione di Un medico in famiglia, interpretato da Pietro Sermonti.

In realtà si scopre solamente nelle prime puntate della settima stagione che Guido Zanin è morto. La settima stagione, infatti, è ambientata tre anni dopo la fine della sesta. Nella prima puntata apprendiamo che Guido Zanin è morto in un incidente d’auto lasciando vedova Maria e orfana di padre la piccola Palù, che hanno abbandonato la loro casa Zanin appena liberata dall’inquilino Dante e sono tornate a vivere a casa Martini. Non viene mai specificato, ma viene solo accennato che probabilmente è morto mentre guidava il camper comprato alla fine della sesta stagione, distraendosi alla guida e finendo contro un palo.

Chi sarà Anastasia Steele?

Risposta: Non si sa ancora chi avrà il ruolo di Anastasia Steele in Cinquanta sfumature di grigio. James dovrebbe uscire a fine anno, ma è ancora in alto mare: gli sceneggiatori non riescono a censurarlo in modo da poterlo proporre sul grande schermo e gli attori per il ruolo di Anastasia Steele e Christian Grey latitano. Secondo me nessuno vuole impegnarsi perché hanno paura delle critiche e di giocarsi la carriera, potrebbe essere uno di quei flop terribili che bloccano la carriera di un attore. Per esempio recentemente Mila Kunis prima ha detto che non le sarebbe dispiaciuto essere Anastasia Steele e poi ha ritrattato subito dopo. James non vuole assolutamente Kristen Stewart, mentre qualcuno parla di Lily Collins e Emilia Clarke, però si tratta di voci di corridoio.1

Come si chiamano i Barbapapà?

Risposta: Allora, ci sono Barbapapà, rosa e Barbamamma, nera, che decidono di mettere su famiglia e hanno sette figli con questi nomi:

Barbabella (in originale Barbabelle): è viola. E’ la bella della famiglia: ama i gioielli e i profumi e odia gli insetti

Barbaforte (in originale Barbadur): è rosso. lo sportivo della famiglia, combattivo e ribelle. Vestito come Sherlock Holmes, ha anche il pallino di essere un bravo detective e svolge le sue indagini con il fratello Barbabravo e la cagnetta che si chiama Lolita

Barbalalla (in originale Barbalala): è verde. la musicista di casa e sa suonare tutti gli strumenti. Ama anche la botanica e l’ecologia come suo fratello Barbazoo

Barbabarba (in originale Barbouille): è nero come la madre e peloso, l’unico della famiglia. l’artista di casa

Barbottina (in originale Barbotine): è arancione. E’ l’intellettuale del gruppo, porta gli occhiali e ama leggere. Molto ironica, si diverte a stuzzicare il fratello Barbabarba

Barbazoo (in originale Barbidou): è giallo. un amante della natura e conosce tutti gli animali e le piante. anche dottore e veterinario.

Barbabravo (in originale Barbibul) è blu. lo scienziato ed inventore della famiglia Barbapapà

Quando finisce il mandato di Napolitano?

Risposta: Il mandato di Giorgio Napolitano finisce il 15 maggio 2013. Questo è l’anno in cui è finito tutto: il governo tecnico è stato mandato a casa e ci sono state le Elezioni 2013, il papa si è dimesso e avremo un nuovo pontefice e adesso stiamo per avere anche un nuovo presidente della repubblica. Napolitano ha sempre detto di non avere intenzione di ricandidarsi, quindi i bookmaker si sono gettati sul toto nomi e si parla di Emma Bonino (di nuovo, ne parlano sempre tutti, ma nessuno la elegge mai), Pierferdinando Casini, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Romano Prodi, Rosy Bindi. Tu chi vedresti bene come presidente della repubblica? Io Emma Bonino.

Chi c’è dietro Grillo e il Movimento 5 Stelle?

Risposta: Personalmente penso che dietro il successo di Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle alle Elezioni 2013 ci sia l’insoddisfazione del popolo italiano verso i soliti politici. Politici che fra l’altro non colgono questo aspetto e lo ignorano bellamente.

Altri sostengono che dietro Beppe Grillo ci sia la Massoneria o la Casaleggio Associati, cioè un’azienda di consulenza strategica di Rete per le aziende e che realizza Rapporti sull’economia digitale nazionale. I fautori di questa teoria portano a testimonianza il sostegno dato a Grillo da Il Fatto Quotidiano, LA 7 e molte trasmissioni di Rai Tre. Sarebbe dunque Gianroberto Casaleggio la vera mente dietro Beppe Grillo e Il Movimento 5 Stelle. Tu ci credi?
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Materialismo e prassi emancipatrice in Alfred SchmidtContro il di regime

La del . In ricordo di Gustavo Bueno (1924 2016)

Blade Runner 2049: l’autenticità del sé nell’era della sua riproducibilità La differenza minima. Psicoanalisi e Conversazione con Alenka Zupani

Prima di lui la critica sociale si reggeva principalmente su un impianto moralistico. Ecco perché Marx ha segnato un progresso enorme nel pensiero cui fanno riferimento le classi subalterne. Ma questo progresso nasconde anche un lato meno positivo: esso occulta il problema della giustificazione, dell’ancoraggio razionale o valoriale della critica e del conflitto.

Sono grato a Ernesto Screpanti per aver esaminato con tanta accuratezza e con una notevole acribia critica alcune questioni sulle quali ho provato a ragionare in un libro recente che ho intitolato A lezione da Marx. Questo titolo non sta a significare, come si potrebbe pensare, che io voglia rivendicare in modo un po’ acritico un valore imperituro della lezione marxiana. Vuol dire invece qualcosa di completamente diverso, e cioè che, se si ragiona seriamente e criticamente su Marx, si possono imparare moltissime cose, e si ricevono tanti stimoli che possono essere efficacemente fatti reagire anche con le discussioni più aggiornate della teoria sociale e del presente. Questo punto emerge perfettamente dalle considerazioni che Screpanti dedica al mio lavoro: Marx può dialogare con , Harsanyi, Sen e tanti altri, e talvolta può essere anche usato per muovere ad essi delle critiche molto precise. Da questi confronti emerge anche, e la cosa mi pare ben comprensibile, che le riflessioni di Marx sulle questioni della e della sono molto meno sofisticate e assai meno articolate di quelle che si possono trovare nel grande supermarket del pensiero filosofico politico contemporaneo. Questo per due ragioni. La prima è che, per fortuna, anche la ricerca teorica e filosofica (come quella scientifica) progredisce, e dunque è inevitabile che, a quasi duecento anni dalla nascita di Marx, l’apparato di concetti e di ragionamenti di cui disponiamo si sia notevolmente incrementato. La seconda ragione è che (su questo punto Screpanti e io concordiamo) Marx non era interessato a uno sviluppo sofisticato e “tecnico” di questi concetti, perché riteneva di avere cose più importanti da fare (studiare le leggi di movimento della produzione capitalistica) e perché era iperconvinto della sterilità di ogni approccio di tipo astratto e moralistico alla critica sociale.

Ed è proprio questo il vero nodo sul quale bisogna fermarsi a ragionare, e sul quale si misura anche la distanza che separa le posizioni di Ernesto Screpanti dalle mie. Per capirlo, Marx va contestualizzato; nei socialisti e comunisti premarxiani (anche in quelli da Marx apprezzati come Weitling, che nasce nel 1808, dieci anni prima di Marx, e pubblica le sue opere principali negli anni Quaranta) la critica sociale non si regge solo su un impianto moralistico, ma talvolta addirittura evangelico: Weitling, per esempio, sostiene che i suoi elementi di fondo sono tutti già contenuti nel principio cristiano “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Rispetto a simili prospettive Marx opera, come è evidente, un capovolgimento totale: ciò che conta è studiare “scientificamente” i meccanismi dello sfruttamento e dell’oppressione di classe e mettere in campo forme di conflitto organizzato che possano contrastarli. Questa rottura segna evidentemente un progresso enorme nel pensiero cui fanno riferimento le classi subalterne come orizzonte teorico delle loro lotte. Ma questo progresso nasconde anche un lato meno positivo: esso occulta il problema della giustificazione, dell’ancoraggio razionale o valoriale della critica e del conflitto; e questo occultamento, dal mio punto di vista, dà luogo a serissime aporie della teoria di Marx, delle quali penso che Screpanti sottovaluti sostanzialmente la portata. L’aporia di fondo, in sostanza, è questa: dalla descrizione di uno stato di fatto (il modo in cui funziona l’economia capitalistica, le contraddizioni e le miserie che produce ecc.) non si può ricavare alcuna prescrizione su come ci si debba rapportare ad esso. E poiché i testi di Marx sono pieni di esortazioni e di prescrizioni (per es.: abolire lo sfruttamento), non si sfugge al seguente dilemma: o queste prescrizioni si basano su una teoria prescrittiva o normativa sottostante (per esempio una implicita teoria della ) oppure non si basano su nulla e dunque sono arbitrarie, e Marx non ha nessun titolo per formularle.

Nel mio libro si cerca di sondare la prima via, e si giunge alla conclusione, sulla quale anche il mio critico concorda, che in Marx si trovano tante suggestioni interessanti per una eventuale teoria normativa, ma nessuna teoria compiuta e coerente in proposito. La grande differenza sta nel fatto che per Screpanti questo non è un problema, mentre per me è un problema serissimo, in quanto quello che viene a mancare è proprio una giustificazione razionale e argomentativa degli aspetti non descrittivi ma prescrittivi che nei testi marxiani sono indubbiamente presenti.

Di fronte a questo problema si possono imboccare varie strade: la prima è quella di far finta di niente (come fanno Screpanti e molti altri marxisti), e a me sembra del tutto insoddisfacente. La seconda è quella di cercare, attraverso una strumentazione concettuale di tipo hegeliano, di scardinare la separazione tra descrizione e prescrizione: ci si può provare, ma dubito molto che ci si riesca. La terza è quella (weberiana o kelseniana) di rassegnarsi al fatto che le prescrizioni sono possibili, ma solo a partire da valori che vengono postulati: postulando i valori di ed eguaglianza, in una qualche loro specificazione, possiamo certamente ricavarne una critica del . E’ una strada possibile, ma a me sembra poco interessante: finché restiamo nel campo dei postulati, ognuno può assumere quelli che più gli aggradano, e il discorso finisce lì. L’unica strada che a me sembra meritevole di essere perseguita è la quarta: cercare una giustificazione più profonda dei nostri assunti prescrittivi, per esempio risalendo, secondo le indicazioni fornite da pensatori come Jrgen Habermas o Karl Otto Apel, alla normatività che è già implicita nel linguaggio umano; inteso come una dimensione dentro la quale è già contenuto il di ciascuno all’eguale riconoscimento come partner dell’interazione sociale, le cui esigenze devono essere prese in considerazione al pari di quelle di tutti gli altri. E’ una via difficile, certamente, ma a me sembra quella filosoficamente più attraente; almeno per chi sia interessato a indagare in profondità quali siano le ragioni che sostengono la critica alle tante forme (anche oggi tutt’altro che superate) di ineguaglianza e oppressione sociale.

Una parola, per concludere, sulla questione della . Anche qui la teoria di Marx, se la guardiamo come una proposta in positivo, non offre soluzioni, ma ci consente di confrontarci con molte interessanti aporie. Se la guardiamo come teoria critica, invece, formula un asserto che merita di essere preso molto sul serio: ci dice in sostanza che, anche nelle forme della moderna, il bandolo della matassa sta nelle mani dei poteri economicamente dominanti; che il economico del grande capitale controlla il politico più di quanto quest’ultimo non riesca a controllare o ad arginare il primo. Sarebbe sbagliatissimo (anche se talvolta è successo) prendere queste considerazioni come argomento per svalutare quel poco (o tanto) di che grandi processi storici hanno consentito di conquistare. Ma resta difficilmente aggirabile la constatazione che, finché permangono enormi dislivelli di sociale (economico, mediatico, culturale ecc.) la resta gravata da limiti troppo pesanti e rischia di trasformarsi davvero in una apparente. Questo mi sembra un pezzo della lezione di Marx al quale non è il caso di rinunciare.

Stefano Petrucciani è Professore ordinario di Filosofia alla “Sapienza” Università di Roma. Fra i suoi libri più recenti: A lezione da Marx (Manifestolibri, 2012) e Marx (Carocci, 2009).

E’ molto interessante. Ma a leggere le conclusioni, mi è venuto da sobbalzare: torniamo alle distinzioni (di infausta memoria) fra “formale” e demorcrazia “sostanziale” (di cui si faceva forte, si fa per dire, il “socialismo reale”)? Solo a partire dall’accettazione piena e dalla valorizzazione della rappresentativa e “borghese” (come si diceva una volta), si possono criticarne poi i limiti, le storture e le limitazioni (quelle di carattere censitario e quelle “partitocratiche”). Ripartire sempre daccapo, mi sia consentito di dirlo con cortese franchezza, non si può.

Ringrazio il prof. Petrucciani per l’importante contributo che, a mo’ di chiarimento, ha voluto apportare alla discussione.

Sono da lungo tempo un appassionato lettore ed estimatore di Habermas e, tempo addietro, ho avuto modo di discuterne, tramite internet, con alcuni membri di un sito a Lui dedicato.

Secondo loro, infatti, la tradizionale suddivisione dell’agire umano in “agire strumentale”, “strategico”, “drammaturgico”, “regolato da norme” ed infine “comunicativo” non avrebbe altra finalità e funzione che quella meramente e sociologicamente “descrittiva”; mentre io ho sempre pensato che essa avesse (o potesse avere) invece anche una funzione “prescrittiva” ed “emancipativa”.

Ritengo, infatti, che la libera discussione tra individui liberi ed uguali (che sono e che si riconoscono tali) possa riuscire come nella psicanalisi a disvelare ed a mettere a nudo tutte le costrizioni ed i condizionamenti sistemici imperanti, facendo sì che grazie a questa acquisita comune consapevolezza il cosiddetto “lebenswelt” (mondo della vita) sia messo in grado, non solo di “resistere” al perenne tentativo di “colonizzazione” da parte del sistema econonomico politico dominante, ma che riesca altresì a “scardinarlo” ed a “trasformarlo”, a sua volta, in un diverso sistema sociale più libero e, perciò, più attento ai reali bisogni umani che, dal canto loro, sono soltanto “discorsivamente” evidenziabili.

D’altronde, per quanto “affascinato” in età matura dal kantismo, anche Habermas nonostante il disappunto di Horkheimer fu, da giovane, un “hegelo marxista”!.
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Riscolarizzare è un verbo utilizzato dapprima da Roberto Maragliano, per titolare un suo saggio del 1988 (1), e poi da Elio Damiano, per titolare un suo libro del 1995, che raccoglie gli atti di un convegno

promosso dalla Provincia autonoma di Trento (2), a cui anch’io ho partecipato: il verbo serve per indicare prospettive di rilegittimazione, di riaccreditamento e di rilancio della funzione della scuola oggi, e per sostenere l’esistenza di un sentiero intermedio fra le linee teoriche e le dinamiche storiche delladescolarizzazione, che hanno trovato in Ivan Illich il profeta radicale degli anni ’70, e quelle dellaiperscolarizzazione, che consistono nella pretesa di accollare alla scuola tempi e compiti esorbitanti quelle che sarebbero le sue reali capacità.

La mia convinta adesione a questa prospettiva, in garbata polemica con Maragliano, che mi colloca fra gli iperscolarizzatori (3), e con Damiano, che mi ha rinchiuso nel girone dei descolarizzatori (4), si regge su una mediazione fra esperienze personali, dati empirici, teorie psicologiche e sociologiche, riflessioni filosofiche e pedagogiche, norme e principi, che chiamerei in complesso, almeno come aspirazione, e non come presunzione,cultura costituzionale. (5)

Dico subito che il programma enunciato da Maragliano 14 anni fa mi sta bene: “Riscolarizzare la scuola vuol dire chiederle di più sul piano dell’impegno culturale, allargare i confini della sua azione sociale, ridefinire la rete dei suoi saperi. Un obiettivo ambizioso, su cui organizzare il lavoro dei prossimi decenni” (6). Egli ha avuto l’opportunità di arrivare al Ministero nel 1997 98, dopo che io ne ero uscito. Lui ha avuto il compito di presiedere una commissione di “saggi” che indicasse “Le conoscenze fondamentali per l’apprendimento dei giovani nella scuola italiana nei prossimi decenni”. Io nel decennio precedente avevo avuto, con diversi ruoli, il compito di occuparmi dei problemi della condizione giovanile, con particolare riferimento alle iniziative per l’educazione alla salute nella scuola.

Diversi sono stati i compiti, gli approcci, i risultati. Il prodotto del suo contributo al ministero si trova nella relazione al Ministro Berlinguer e nel coordinamento e nella verbalizzazione dei lavori della Commissione che ha presieduto, sia nella forma allargata, sia nella forma ristretta.(7). Si era occupato di saperi e sui saperi ha dato il suo apporto all’istituzione che gli ha dato fiducia. Il prodotto del mio contributo si trova sparso in una decina di pronunce del CNPI, in una dozzina di circolari e in due direttive ministeriali. (8) Mi ero occupato di giovani, di partecipazione e di educazione scolastica e su questi temi mi è stata data fiducia, dai colleghi e da alcuni ministri, in particolare da Giovanni Galloni, Sergio Mattarella e Giancarlo Lombardi.

A mio parere i nostri contributi sono in buona parte integrabili. Il lavoro di entrambi non ha però trovato immediato riscontro nei governi successivi a quelli con cui si è collaborato. Su certe questioni la discontinuità sembra la regola, anche se i problemi si ripresentano puntualmente. I nuovi ministri danno l’impressione di voler cominciare tutto da capo e di lavorare come se al governo dovessero starci sempre loro. Il che costituisce un fattore di stimolo e di accelerazione, ma talora anche di rallentamento e di dispersione.

Ora è il momento di Giuseppe Bertagna, cui è stato affidato dal ministro Letizia Moratti un compito di grande vastità, prima come presidente del Gruppo ristretto di lavoro incaricato di “fornire concreti riscontri per un nuovo piano di attuazione della riforma degli ordinamenti scolastici”(9), poi come consigliere incaricato di occuparsi della stesura dei programmi o piani di studio, e infine come membro del direttivo dell’INVALSI, l’ex CEDE di Frascati, che si occupa della valutazione del sistema scolastico. Naturalmente a decidere in ultima istanza sono i politici, a livello parlamentare e ministeriale, sentiti il CNPI e, si spera, sindacati e associazioni professionali dei docenti.

Gli anni ’70 e ’80 sono lontani. Lo erano anche per il governo dell’Ulivo, il cui tentativo di mediare fra comunità, stato e mercato in termini di funzionalismo, di autonomia e di federalismo, è stato interrotto dalle elezioni, quando la legge 30 era già stata varata, con una risicata maggioranza parlamentare. Non è facile rifare una scuola per tutti con un paese diviso. Sarebbe già un contributo se si potesse far crescere una sorta di partito della scuola. E’ a questo che pensa Damiano, acuto analista e architetto di ricerche e di sperimentazioni scolastiche, a cominciare dal suo famosoAdro tempo pieno, nel convocare, per conto di un dinamico ente locale, questi tre pedagogisti, che in tre momenti politici diversi hanno avuto qualche responsabilità ministeriale?

In questo contributo, in cui cerco di onorare l’incarico di presentare il mio punto di vista sulla scuola, finalizzo il termine e il concetto di riscolarizzazione all’educare: il che per certi aspetti è un’ovvietà, per altri una questione dirimente e quasi provocatoria.

Con questa esplicitazione non vorrei suonare le trombe, ma semplicemente riflettere intorno alla inevitabilità, di fatto e di diritto, della concezione della scuola come ente educativo, con tutte le difficoltà concettuali, professionali, organizzative che la cosa comporta. Stando attento ad evitare le trappole sparse sul terreno da chi estremizza il concetto di educazione, vedendolo come alternativo alla scuola(pereat educatio, dum fiat schola) o, all’opposto come l’unica cosa di cui la scuola debba occuparsi(pereat schola dum fiat educatio).

Non riuscirò naturalmente a ripercorrere tutti i passaggi della mediazione con cui ho tentato di far ordine nella mia attività di ricerca e di sostegno all’innovazione scolastica. Spero tuttavia di chiarire, con questa riflessione, il senso e i limiti della mia posizione, che non mi pare proprio riconducibile, come sostiene Damiano, ad un “nucleo teorico” che avrei in comune con la “pedagogia antiscolastica”, caratterizzante, a suo avviso, l’intera parabola dell'”attivismo” del secolo scorso: un “attivismo che si riconosce inconfondibilmente dalla critica alla separatezza della scuola dai problemi che attanagliano nel presente e dalla centralità che in essa assumono gli alunni e i loro bisogni” .(10)

Non entro nel merito del giudizio storico sull’attivismo, su cui si sono esercitati i nostri padri.

Dico solo che nella scuola, anche quando mancano coperture e legittimazioni scientifiche o ideologiche o giuridiche, è la vita stessa che ci pone dei compiti, tra cui quello che va sotto l’antico nome di educazione: compiti che non sono esistenzialmente rinviabili o delegabili agli esperti, posto che ne esistano e siano davvero accessibili quando occorrono, perché i figli non si limitano a nascere e a crescere quando noi abbiamo risolto tutti i problemi che ci consentano di accoglierli al meglio; e gli studenti non sono sempre disponibili ad indossare la livrea del ruolo specialistico che alcuni teorici della scuola immaginano per loro.(11)

Posto che vi fosse qualche ingenuità o qualche ottimismo nel mio modo di pensare la scuola e di viverla nella pur complicata e conflittuale vicenda degli anni ’70, ora si tratta di rivedere quelle posizioni alla luce delle vicende degli ultimi anni, per studiare come si possa riprendere il largo con la barca della scuola, stante la “bassa marea” di tipo demografico, finanziario, ideologico, ideale, politico, pedagogico che ci troviamo intorno: una barca carica di frustrazioni e appesantita da nuove responsabilità, che non consentono di valorizzare appieno il vento favorevole dell’autonomia e quello dell’Europa. Auguri a capitan Bertagna, al Suo ministro e alla nostra scuola.

Ammetto con Damiano che il problema dell’innovazione scolastica va incontro agli “effetti perversi dell’ordine sociale” di cui ha scritto con lucidità Raymond Boudon; che molti entusiasmi innovatori si infrangono contro ostacoli posti da mentalità e da prassi consolidate e da “vincoli di bilancio” non solo di tipo monetario, ma anche di tipo culturale, psichico, politico, o addirittura da obiezioni dettate da semplice ragionevolezza; e che non si risolve il problema della scuola buttandone a mare le ragioni e le specificità istituzionali, per salvare quelle che volta a volta ci sembrano le esigenze dell’educazione o i bisogni del mondo giovanile.

Si tratta però di non pretendere che tutto ciò che non è bianco sia nero e che i fallimenti reali o presunti delle innovazioni siano da mettere tutti a carico della loro intrinseca debolezza e dell’inossidabilità dell’istituzione, e non anche della discontinuità e delle incoerenze con cui le innovazioni vengono lanciate dal potere politico e spesso abbandonate al loro destino. Per non parlare della difficoltà di raggiungere,
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anche nelle migliori condizioni istituzionali, obiettivi di carattere educativo, che sfuggono per natura loro a certe verifiche di tipo oggettivo, e che non “rendono” nei tempi brevi della politica e in quelli della psicologia di molti studenti e docenti.

La scuola che ha in mente Damiano è come undiamante che emerge dal terreno frammentato della società complessa “quando non è più possibile imparare a vivere attraverso l’esperienza, perché i luoghi significativi non sono più alla portata diretta, il lavoro si segmenta, i ruoli e le mansioni si specializzano, le istituzioni si differenziano”. In questo sommovimento culturale, sociale e istituzionale, la scuola sorge “per insegnare a comunicare a distanza, mediante i simboli, per affrontare in luogo protetto le difficoltà di una vita sempre più strutturata secondo regole, per rendere disponibilela competenza essenziale per affermarsi, ovvero la capacità di analisi e di generalizzazione”. (12)

Mi sembra che l’affermarsi, l’analizzare e il generalizzare siano importanti obiettivi della scuola, ma non bastino: pur scontando i suoi limiti, non mi pare che la scuola possa restare indifferente verso le qualità personali e l’orientamento alla vita dei suoi ragazzi: basti pensare ai Carlo Rubbia e agli Osama Ben Laden, personalità che indubbiamente sanno affermarsi, analizzare e generalizzare, ma che non danno lo stesso contributo alla società.

Comunque, pur condividendo buona parte di questa analisi, ammetto di preferire, per rappresentare la scuola, la tradizionale botanica del giardino da coltivare alla cristallografia del gioiello da ammirare (o del castello turrito da conquistare, o del silicio per informare). Credo infatti che la scuola possa essere pensata anche come organismo vivente, capace d’interagire a certe condizioni con l’ambiente e di sopportare innesti e trapianti, senza giungere necessariamente alle mostruosità del dottor Jekyll e agliogm più controversi e pericolosi. Un certo grado dimeticciato sembra inevitabile e opportuno non solo dal punto di vista demografico e culturale, ma anche dal punto di vista istituzionale.

Basta non varcare certe soglie, difficili da stabilire a priori, oltre le quali possono sopravvenire la morte o il rigetto degli organi trapiantati; basta non oltrepassare il punto di rottura di un sistema, oltre il quale l’innovazione non è più compatibile con l’istituzione che si vuole migliorare, ma viene rigettata come corpo estraneo o nemico. L’organismo scuola può anche morire, per eccesso d’inquinamento ambientale, per asfissia da aria stagnante o per il venir meno delle condizioni che ne hanno determinato la nascita, come ipotizza lo stesso Damiano, alludendo da un lato alla multiculturalità, dall’altro allo sviluppo della società tecnologica, che fra l’altro scompagina la separazione dei luoghi (famiglia, scuola, ambienti di lavoro e di svago) e il rapporto tradizionale fra tempo per apprendere e tempo per utilizzare le conoscenze apprese.

Il problema insomma sembra essere quello del dosaggio, ossia dello spostamento del cursore lungo un continuum di coppie polari che si implicano a vicenda, come dentro e fuori, prima e poi, libertà e autorità, movimento e istituzione, educazione e istruzione. Non aut aut, ma et et, in proporzioni diverse, in rapporto alle diverse condizioni di esercizio. Non secondo il paradigma alternativo e oppositivo, valido per le grandi opzioni etico religiose (“chi non raccoglie con me, disperde”), ma secondo il paradigma mediativo compositivo, o omeopatico, o mitridatico, a seconda dei modelli utilizzati, dove ci sono di mezzo la complessità, l’interattività sistemica, la saggezza. John Dewey aveva parlato in proposito della funzione difiltro, per impostare in modo corretto il rapporto fra scuola e società, passato e presente, consolidato e emergente. Si tratta di un corretto rapporto fra vita ad intra e vita ad extra, fra sistema e ambiente.

Damiano non è a priori estraneo a questo modo di ragionare, tanto è vero che ammette che si debba accertare “la compatibilità dell’intervento proposto con la cultura istituzionale”: intendendo lacompatibilità come “quel tipo di differenza che può rendere efficace l’innesto di procedure alternative, evitando da un lato conferme dell’esistente, dall’altro il rigetto della proposta”. (13)

Qui sta il punto. Credo d’aver cercato, nei quarant’anni che stanno alle nostre spalle, proprio questo tipo di compatibilità. Può darsi che non ci sia riuscito, ma questo non riguarda necessariamente il tipo d’intervento assunto, ma forse i vincoli di partenza, i modi utilizzati, il rumore di contesto, il poco tempo a disposizione per assicurarne il radicamento in una prassi diffusa, i cambiamenti di contesto intervenuti. Scuse? Forse. Ma dove sta la prova del fallimento? E a quali condizioni sarebbe stato un successo conclamato? I risultati dell’impegno degli anni ’60, almeno sul piano istituzionale, ma anche sul piano personale, li ho visti negli anni ’90. Quelli degli anni ’90 li ho verificati sul campo e sono certo che in maniera carsica qualcosa è andata avanti anche dopo il grande silenzio ministeriale. Per certe persone quei progetti hanno dato respiro alla scuola, prima dell’autonomia, preparandone il concetto e gli strumenti, per altri ne hanno aumentato la confusione.

Il Ministero, nei primi anni ’90, ha fatto ricerche in merito ai risultati e ne ha riferito al Parlamento, sulla base di griglie (cui hanno lavorato fra gli altri Piero Cattaneo e Mario Castoldi), che servivano da un lato a consentire la finanziabilità dei progetti presso i provveditorati, dall’altro a valutarne i risultati. Ogni seminario annuale dei referenti per l’educazione alla salute, cui partecipavano anche ispettori e provveditori, costituiva un’occasione di valutazione e consentiva di modificare in itinere atteggiamenti e indicazioni. Poi ci si è semplicemente interessati d’altro, ma si sono colti alcuni frutti di quella stagione. Che cosa sarebbe successo se non fosse stata varata la legge 309/90 o se la si fosse interpretata in altro modo? La positività o negatività dei risultati dipende da tanti fattori che non mi pare possibile ridurre il tutto all’intrinseca immodificabilità dell’istituzione o all’intrinseca inadeguatezza delle ipotesi formulate e degli interventi proposti.

L’analisi di Damiano, che mi colloca fra i descolarizzatori e fra i sostenitori di una pedagogia antiscolastica, rischia di legittimare l’archiviazione del problema dell’educazione scolastica, lasciando intendere che non solo trent’anni di tentativi per impegnare la scuola nell’educazione alla salute, nella prevenzione delle tossicodipendenze sono stati inutili (la prima circolare che ho trovato in proposito è firmata da Scalfaro nel gennaio del 1973), ma che per principio la scuola non può occuparsi di queste cose, perché finirebbe per danneggiare la sua identità istituzionale, senza portare alcun contributo alla risoluzione del problema educativo.

Non credo sia questo l’obiettivo di Damiano. Ma basta aggiungere un capitoletto al libro di scienze? In realtà l’extrascolastico e l’antiscolastico premono non da oggi per entrare nella scuola o per provocarla e condizionarla in qualche modo. Ho cercato di collaborare criticamente e di trovare delle soluzioni che stabilissero un dialogo, un ponte, una via legale per la soddisfazione di istanze che fino ad un certo punto sono legittime e sane. In questo dialogo con le controculture o semplicemente con mondi non conoscibili attraverso le procedure canoniche, si possono trovare idee, metodi, risorse, alleanze preziose, che consentono di sviluppare temi, esperienze, concetti, testimonianze altrimenti impossibili. Quando per esempio i ragazzi passano dalla protesta per un disagio vissuto all’analisi di questo vissuto e all’iniziativa per combattere quello degli altri, si ottiene un guadagno non altrimenti raggiungibile.

Ma su questo torneremo, dopo una ricostruzione, con alcuni fotogrammi della memoria, del mio modo di pensare la scuola.
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Non c pace per chi guadagna sempre meno Una delle poche buone notizie per i lavoratori a reddito fisso, negli ultimi tre o quattro anni, era stato il crollo del prezzo del petrolio. Perch se la dinamica dei prezzi immobile, gli investimenti e gli acquisti vengono ritardati, facendo dunque avvitare la crisi in un circolo vizioso.

Tra le conseguenze monetaria, com noto, c la politica delle banche centrali, sia negli Usa che in Europa, che hanno azzerato i tassi di interesse e immesso quantitativi abnormi di liquidit nel sistema nel tentativo di mantenere il tasso di inflazione al di sopra dello zero. Tutto inutile, fin qui, ma c comunque una marea di denaro che fluttua per il mondo alla ricerca di una sempre pi difficile.

L tra i produttori di petrolio, sia membri dell che non (a partire dalla Russia) rischia ora di modificare drasticamente il quadro. Sulle ripercussioni geopolitiche rinviamo all come sempre dettagliata, di Alberto Negri, de Il Sole 24 Ore, che riportiamo in chiusura.

Sul piano strettamente economico, per le conseguenze di quell sono gi in atto. Il prezzo del greggio infatti salito del 13% in pochi giorni, anche se la riduzione di produzione annunciata pari soltanto all del totale giornaliero globale. delle particolarit del mercato petrolifero, che si gioca su margini di produzione piuttosto esigui (quasi tutti i paesi produttori pompano quasi al limite delle proprie capacit ad eccezione dell Saudita e, forse, di Russia e Kuwait).

Ma l del prezzo dei prodotti energetici tutti e contemporaneamente ha immediati riflessi sull Il che da un lato preoccupa chi vive lavorando con salari mediamente sempre pi bassi, dall costringe le banche centrali a interrompere il lunghissimo periodo di politica monetaria Gi la Federal Reserve sta per aumentare i tassi di interesse, nella prossima riunione di dicembre; e la Bce,
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dal canto suo, dovr frenare sul prolungamento e soprattutto sull della portata del quantitative easing. Dunque, al risollevarsi del problema prezzi prevedibile una ulteriore stretta robusta, a partire dalle politiche monetarie per arrivare a quelle di bilancio.

Il cambio di rotta a questo punto molto probabile con l del nuovo anno, se i paesi produttori manterranno effettivamente l a ridurre l di greggio metter la parola fine a tutti i giochetti con i bonus. Ora stato raggiunto un laborioso accordo sui tagli produttivi che appare una sorta di tregua tra i duellanti che dovr reggere la prova dei mercati e anche quella dei campi di battaglia.

La guerra al ribasso del petrolio stata il riflesso di quella che si svolge da anni tra Riad e Teheran, tra sciiti e sunniti per la leadership del mondo musulmano, e dell una delle conseguenze della lotta sui mercati ingaggiata dallo shale oil americano e dalla Russia, che sull di materie prime fonda le sue ambizioni di superpotenza dall al Medio Oriente.

Il punto di svolta fu la riunione Opec del 27 novembre 2014, quando il petrolio era gi precipitato da 115 a 70 dollari al barile. Invocando la necessit di battere la concorrenza del petrolio di scisto americano, il ministro saudita Ali al Naimi avviava allora la guerra dei prezzi: invece di chiudere i rubinetti della produzione secondo lui conveniva inondare i mercati perch una volta neutralizzato il greggio Usa, pi costoso da estrarre, le quotazioni sarebbero risalite.

Questa manovra avrebbe avuto un effetto collaterale decisivo agli occhi della monarchia saudita: l economica del nemico iraniano, sostenitore del regime siriano di Assad, degli Hezbollah libanesi, dei ribelli Houthi in Yemen e del governo sciita di Baghdad impegnato nella guerra al Califfato. L del petrolio veniva usata dai Saud contro un concorrente storico contro il quale era stata lanciata da Saddam la guerra degli anni Ottanta sostenuta dai soldi delle monarchie del Golfo.

Ma i sauditi negli ultimi due anni hanno perso la scommessa. Il crollo dei prezzi non si tradotto in un aumento della domanda e neppure sono stati mandati fuori mercato i produttori americani. Il fatto per pi clamoroso che l in campo nel settembre 2015 della Russia in Siria ha permesso ad Assad di restare in sella e si costituito un asse tra Mosca Teheran Damasco e Baghdad con cui ha dovuto fare i conti anche la Turchia di Erdogan, la potenza regionale su cui conta l Saudita per costituire un fronte anti sciita. da notare che le sanzioni finanziarie e sul greggio, annullate dall con il Cinque pi Uno, erano costate a Teheran dal 2011 100 miliardi di dollari di export. Ma neppure queste perdite enormi poi accompagnate dal calo del petrolio voluto da Riad avevano affossato la repubblica islamica.

L con l osteggiato dai sauditi e dagli israeliani, ora gli Usa lo devono difendere: il segretario di Stato John Kerry impegnato in una trattativa con il collega russo Serghej Lavrov domani entrambi saranno presenti al Med Ispi di Roma per evitare una disfatta dei ribelli di Aleppo Est appoggiati dagli Stati Uniti, tra cui il nucleo duro rappresentato dal fronte al Nusra affiliato di al Qaida, casa madre dell settembre 2001. l imbroglio mediorientale in cui si sono ficcati gli americani e i loro alleati.

Insieme ai sussulti del Cartello cambiano le alleanze regionali. L si messo d con i curdi di Massud Barzani per dividere i barili estratti dai pozzi contesi di Kirkuk ma anche diventato un grande fornitore dell da quando i Saud hanno deciso di sospendere le forniture al generale al Sisi che ora appoggia Assad, al punto da inviare consiglieri militari a Damasco. L irachena con il Cairo stata ottenuta con la mediazione degli iraniani e dei russi.

Concentrati nella rivalit con l nelle battaglie dello Yemen e contro Assad, i sauditi hanno dovuto cambiare la politica del 2014,
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spingere sui tagli di produzione e fare qualche concessione a Teheran per risollevare quotazioni ed entrate petrolifere destinate a coprire le spese della difesa: perch come sempre in Medio Oriente diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

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La giornalista ritorna con un progetto nuovo e inedito che porta sui social e sul web la profondità e l delle grandi inchieste giornalistiche che l resa famosa.

Pioniera e protagonista del video giornalismo in Italia, Milena Gabanelli sceglie oggi la via del data journalism per portare il suo stile e il rigore nelle piazze virtuali, dove si forma, e informa, la classe dirigente di domani. L è creare consapevolezza e individuare proposte concrete che possano aiutare a modificare i comportamenti.

Ogni video striscia, della durata di circa tre minuti sarà la sintesi di un tema complesso raccontato attraverso i numeri e i dati messi in relazione fra loro, accompagnata anche da un approfondimento scritto e illustrato. Con determinazione, capacità d e profondità d Dataroom espone i fatti in maniera chiara, diretta ed efficace. Sugli argomenti più controversi ci sarà un confronto con gli utenti in diretta Facebook.

Dataroom spazierà in tutti gli ambiti di grande rilevanza sociale e per il sistema Paese. Tra i temi delle prime puntate gli acquisiti via internet: qual è la ricaduta della contraffazione sulle imprese e sugli stipendi. Seguirà la legalizzazione della marijuana, è conveniente per gli Stati? Poi l ambientale dell l del contante e l sommersa; quali studi conviene fare oggi per trovare lavoro domani; i danni provocati dai test nucleari e dai lanci di missili dal dittatore nordcoreano Kim Jong un, sono già in corso, ma non si vedono.

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Alpe Bonze Alpenz Amiante Angeli (degli) Aosta Arbolle Arp Barbustel Barma (della) Barmasse Benevolo Bertone Bezzi Boccalatte Bonatti Capanna Margherita Chabod Chalet de l’Epee Chaligne Champillon Citt di Chivasso Citt di Mantova Citt di Vigevano Coda Crete Seche Cuney Dalmazzi Deffeyes delle Marmotte Dondena Duca degli Abruzzi Elena Elisabetta Ferraro Frassati Gabiet (del) Gnifetti Gonella Grand Tournalin Guide del Cervino Guide di Frachey Guide Val d’Ayas l’Ermitage Magi Maison Vieille Mezzalama Miserin Mont Fallere Monte Bianco (CAI UGET) Monzino Nacamuli Orestes Hutte Ospizio Sottile Perucca Vuillermoz Prarayer Savoia Sella (Quintino) Sella (Vittorio) Sogno di Berdz Teodulo Tetras Lyre Torino Vieux Crest Vittorio Emanuele II

Zona: Alpi Occidentali Monte BiancoGruppo: Monte BiancoComune: CourmayeurNavigazione Satellitare: Wgs: 45.799493 Lat. Dopo poche centinaia di metri dall’uscita autostradale, svoltare a sinistra seguendo le indicazioni per la Val Veny. Risalendo la Val Veny, si lascia sulla destra un TMampia area pic nic,
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in prossimit della localit Zerotta, e si prosegue fino al bivio per Freiney dove si lascia l’auto e ci si incammina sul sentiero che conduce al rifugio Monzino.

Il percorso per escursionisti esperti attrezzati ed ha un dislivello di circa 1000 metri. Buona parte del sentiero attrezzato a ferrata con gradini e cavo. La parte attrezzata, da percorrere solo con bel tempo,
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irta e talvolta esposta. Sono obbligatori scarponi e abbigliamento adatto alle basse temperature in quanto il rifugio Monzino si trova a 2580 metri. Procedere assicurati nei tratti attrezzati prestando molta attenzione.

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Caserta, tragedia sulla Casilina: imprenditore muore schiacciato da camionStrage di Latina, Antonietta ha saputo della morte delle figlie. Venerdì i funerali di Alessia e MartinaFalse assunzioni per truffare Inps: 4 arresti tra Caserta, Latina, Potenza e UdineI del sussidio nell aversano: 722 denunce in un anno8 marzo, sciopero dei trasporti contro le sul lavoroPapa Francesco: messa è gratis, non si deve pagare il sacerdoteCocaina nei salotti della bene 21 arrestiSpara e ferisce una donna: arrestato mentre guidava armato un trattoreTruffava anziani in mezza Italia: arrestato un nomade a GenovaIl maltempo che si è abbattuto sull’Italia ha costretto i dirigenti scolastici, soprattutto in alcune province del Sud, a rimandare il rientro a scuola dei ragazzi dopo la pausa natalizia. E il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, sui social e sul sito del Miur spiega che lo hanno fatto “responsabilmente,
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per evitare ogni possibile rischio”. Il ministro augura quindi buon rientro a scuola agli studenti.Seduti al banco con cappotti, cappelli, sciarpe e piumini. Dopo la lunga pausa natalizia con termosifoni spenti, i presidi delle scuole di Roma in una circolare suggeriscono ai genitori, in considerazione delle temperature rigide, di vestire i propri figli “con un abbigliamento adatto al freddo” per stare in classe e seguire le lezioni.”Le scuole sono ridotte al gelo con i presidi, soprattutto di istituti della scuola dell’obbligo, che sono ricorsi ad espedienti come dire ai genitori di vestire i figli per affrontare il freddo”, ha detto il presidente della sezione Lazio dell’Associazione dei presidi, Mario Rusconi.La circolare, diffusa in molti istituti,
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sottolinea che “il dipartimento ha già acceso a temperatura ridotta i termosifoni e dalle ore 3 di lunedì gli impianti andranno a regime con circa 5 ore di anticipo sull’ingresso degli alunni a scuola”. Una misura ritenuta dai dirigenti evidentemente insufficiente visto che nella stessa circolare “in considerazione delle temperature rigide previste per i prossimi giorni” vengono esortati i genitori “a prevedere per i propri figli un abbigliamento adatto al freddo”.

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C’è la competizione elettorale e c’è la lotta vera. Nella prima si fronteggiano dei partiti che sono tutti più o meno dei comitati per catturare i consensi necessari, in un regime parlamentare, a formare un governo. I toni accesi che usano, le accuse e le ingiurie che si scambiano, sono sinceri solo nella misura che esprimono l’interesse di ogni combriccola politica a mantenere una poltrona o a strapparne agli avversari. Per il resto, tutti sanno benissimo che le linee fondamentali del prossimo governo, come di quello in carica, sono dettate dagli interessi dei gruppi più importanti del capitalismo italiano. Naturalmente, ai vari leader politici si ripropone lo stesso problema di sempre, aggravato dagli effetti sociali della crisi: come parlare alla “pancia” degli elettori, in gran parte vittime di questa crisi, riuscendo nello stesso tempo ad essere servitori affidabili del gran capitale, che nella crisi si è arricchito?

Poi c’è la lotta vera, quella che l’insieme della borghesia industriale e finanziaria conduce contro le poche garanzie rimaste alla classe lavoratrice. Non è un caso che la Confindustria continui a insistere sulla necessità di mantenere in piedi le “riforme” già realizzate prima da Monti e poi dai governi Renzi e Gentiloni.

Quindi il prossimo governo dovrà seguire le orme di quelli che lo hanno preceduto. Non solo, data la “sensibilità” dei mercati finanziari, dovrà anche stare attento a misurare le parole. Dai grandi quotidiani ai “salotti buoni” del capitalismo italiano, fino agli esponenti delle istituzioni europee e del Fondo monetario internazionale, tutti sembrano fare ponti d’oro all’ipotesi di una Grosse Koalitionalla tedesca, con un PD che ritrova la strada di un accordo con Forza Italia, portandosi dietro i transfughi di vari schieramenti.

Ma tutto questo contribuisce a nauseare l’elettorato. Nemmeno sembra esserci riuscito il Movimento 5 Stelle.

Da parte loro, banchieri e grandi industriali invocano la “stabilità” per non compromettere la ripresa. Il 2017, dicono,
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ha visto il consolidarsi dei dati positivi dell’economia. Ma in Italia e nel resto del mondo, secondo il rapporto annuale dell’agenzia non governativa Oxfam, indirizzata al vertice di Davos, la ripresa va a finire nelle tasche dei ricchi. L’82% della ricchezza prodotta è andata a questi, all’ormai famoso 1% della popolazione. In altre parole, a quelli che detengono realmente il potere, con qualsiasi coalizione politica al governo.

Tutto lascia presagire che la grande borghesia capitalistica voglia promuovere ulteriori politiche anti operaie. Non sia mai che debba interrompersi Il flusso della ricchezza verso l’1% che sta in cima alla piramide sociale! Tanto più che secondo le previsioni del Fondo monetario questa ripresa è fragile e tende già ad affievolirsi.

Allora, in vista del 4 marzo, la domanda “per chi votare?” non ha alcun senso per i lavoratori e per i ceti popolari. La vera domanda è “come opporsi a tutto questo?”. E la risposta è nella ripresa delle lotte operaie e nella loro unificazione. Per che cosa lottare, per quali obiettivi? Ci sono delle rivendicazioni elementari da portare avanti, come il blocco dei licenziamenti, la stabilizzazione dei posti di lavoro e dei consistenti aumenti salariali che garantiscano a tutti almeno un tenore di vita dignitoso. L’aumento della povertà e della precarietà rendono indispensabili queste rivendicazioni, che si possono ottenere solo con la lotta, solo costringendo la borghesia, cioè i finanzieri, i banchieri, i grandi industriali a rinunciare a una parte dei loro profitti.

Per ridare fiducia alla classe lavoratrice nella propria forza occorrono uomini e donne che giuochino un ruolo attivo tra i propri compagni di lavoro. Occorrono gruppi di operai con una coscienza politica rivoluzionaria. Militanti che abbiano piena consapevolezza della inconciliabilità di interessi tra capitalisti e lavoratori. La formazione, l’organizzazione, l’educazione di questi gruppi, con metodo e sistematicità è la tappa obbligata per una ripresa del movimento operaio.

Fca: boom di utili in America e cali produttivi in Europa. In Italia è sempre più fosco il futuro degli operai del gruppo

Iran: la contestazione non è finitaLa Fondazione Musei Torino licenzia 28 lavoratori e parte la mobilitazione

La “ripresa” riempie le tasche dei più ricchi

Lotte di classe nel polo logistico di Stradella

L’Embraco annuncia la chiusura della fabbrica e i licenziamenti collettivi

L’opposizione comunista in URSS I trotskisti Tomo 1 : 1923 1927, la lotta antiburocratica all’interno del partito bolscevico

Quali investimenti in sicurezza?

Tenendo stretti i pugni per l’indignazione e la rabbia

Trump e le grandi potenze,
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complici di Israele contro i palestinesi

Un rivoluzionario che veniva dalla classe operaia

Alitalia: 6816 contro 3206 dicono No in un referendum che è in realtà un ricatto

Alla Safim di None licenziamenti politici e denunce per aver scioperatoCiò di cui si parla e ciò di cui non si parla

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Il Polo Tecnologico Pirelli (l’interno dello stabilimento a sinistra), che a breve inaugurer l centrale progettato da Renzo Piano dove pulsano un Centro Ricerca e i laboratori del Politecnico di Torino, fucina dei pneumatici hi tech e delle mescole speciali per la Formula 1, invece la summa di due vecchi insediamenti. Una fabbrica non solo uno stabilimento e le sue macchine scrive Roberta Garrucci nel saggio Voci del lavoro appena uscito da Laterza e che racconta proprio questo passaggio epocale, messo in scena in una pi ce teatrale al Piccolo di Milano. Il bilancio? Negativo, se si guarda ai numeri: meno 150 occupati. Positivo se si pensa alle potenzialit . Pirelli, qui, occupa 1.200 persone e sviluppa le gomme del futuro. Naturalmente dotate di sensori che informano l su consumo e assetto di guida.

Armani Operation, dove 250 operai specializzati e sarte artigiane confezionano abiti su misura della linea Armani Collezioni per clienti di tutto il mondo, l di Confezioni Matelica, a sua volta un rivolo del maxistabilimento Gft che occupava 5 mila persone. Stipate sotto un megacapannone: oggi pi nessuno lavorerebbe cos , e non ci sarebbe pi lavoro per una fabbrica del genere. A Settimo il Gruppo Armani, che ha investito un gruzzolo cospicuo in nuovi impianti e tecnologia, aprir un Fashion Mall con 70 negozi.

Qui si producono solo abiti su misura: capispalla e campionari delle nuove collezioni da presentare ai buyer, soprattutto americani. Ci capitato di seguire diretta e passo per passo le operazioni di taglio, cucitura,
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assemblaggio, rifinitura della giacca ordinata dal signor Nagaj, in Giappone.

Lavazza (a destra), presenza storica nel territorio, chiude il cerchio: il suo business del caff supera il miliardo di euro. In continua crescita: nel nuovo Innovation Center si sviluppa il food design, si tengono corsi e training per baristi provenienti da tutto il mondo e gli alchimisti della casa si ingegnano nella ricerca di formule sempre pi all

Il sindaco Aldo Corgiat lui stesso metafora della metamorfosi di Settimo Torinese: faceva l alla Pirelli, poi si laureato e, da otto anni, alla guida del Comune ci parla anche della Wilkinson, del Fiat Industrial Village, della Paramatti Vernici diventata Biblioteca multimediale della Provincia e della Siva, la fabbrica chimica dove aveva lavorato Primo Levi e che presto si trasformer in Museo della memoria. E poi del progetto Laguna Verde, un milione di metri quadrati ex Pirelli che diventeranno parco, palasport, piscina, centro ricerca,
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