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C’è la competizione elettorale e c’è la lotta vera. Nella prima si fronteggiano dei partiti che sono tutti più o meno dei comitati per catturare i consensi necessari, in un regime parlamentare, a formare un governo. I toni accesi che usano, le accuse e le ingiurie che si scambiano, sono sinceri solo nella misura che esprimono l’interesse di ogni combriccola politica a mantenere una poltrona o a strapparne agli avversari. Per il resto, tutti sanno benissimo che le linee fondamentali del prossimo governo, come di quello in carica, sono dettate dagli interessi dei gruppi più importanti del capitalismo italiano. Naturalmente, ai vari leader politici si ripropone lo stesso problema di sempre, aggravato dagli effetti sociali della crisi: come parlare alla “pancia” degli elettori, in gran parte vittime di questa crisi, riuscendo nello stesso tempo ad essere servitori affidabili del gran capitale, che nella crisi si è arricchito?

Poi c’è la lotta vera, quella che l’insieme della borghesia industriale e finanziaria conduce contro le poche garanzie rimaste alla classe lavoratrice. Non è un caso che la Confindustria continui a insistere sulla necessità di mantenere in piedi le “riforme” già realizzate prima da Monti e poi dai governi Renzi e Gentiloni.

Quindi il prossimo governo dovrà seguire le orme di quelli che lo hanno preceduto. Non solo, data la “sensibilità” dei mercati finanziari, dovrà anche stare attento a misurare le parole. Dai grandi quotidiani ai “salotti buoni” del capitalismo italiano, fino agli esponenti delle istituzioni europee e del Fondo monetario internazionale, tutti sembrano fare ponti d’oro all’ipotesi di una Grosse Koalitionalla tedesca, con un PD che ritrova la strada di un accordo con Forza Italia, portandosi dietro i transfughi di vari schieramenti.

Ma tutto questo contribuisce a nauseare l’elettorato. Nemmeno sembra esserci riuscito il Movimento 5 Stelle.

Da parte loro, banchieri e grandi industriali invocano la “stabilità” per non compromettere la ripresa. Il 2017, dicono,
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ha visto il consolidarsi dei dati positivi dell’economia. Ma in Italia e nel resto del mondo, secondo il rapporto annuale dell’agenzia non governativa Oxfam, indirizzata al vertice di Davos, la ripresa va a finire nelle tasche dei ricchi. L’82% della ricchezza prodotta è andata a questi, all’ormai famoso 1% della popolazione. In altre parole, a quelli che detengono realmente il potere, con qualsiasi coalizione politica al governo.

Tutto lascia presagire che la grande borghesia capitalistica voglia promuovere ulteriori politiche anti operaie. Non sia mai che debba interrompersi Il flusso della ricchezza verso l’1% che sta in cima alla piramide sociale! Tanto più che secondo le previsioni del Fondo monetario questa ripresa è fragile e tende già ad affievolirsi.

Allora, in vista del 4 marzo, la domanda “per chi votare?” non ha alcun senso per i lavoratori e per i ceti popolari. La vera domanda è “come opporsi a tutto questo?”. E la risposta è nella ripresa delle lotte operaie e nella loro unificazione. Per che cosa lottare, per quali obiettivi? Ci sono delle rivendicazioni elementari da portare avanti, come il blocco dei licenziamenti, la stabilizzazione dei posti di lavoro e dei consistenti aumenti salariali che garantiscano a tutti almeno un tenore di vita dignitoso. L’aumento della povertà e della precarietà rendono indispensabili queste rivendicazioni, che si possono ottenere solo con la lotta, solo costringendo la borghesia, cioè i finanzieri, i banchieri, i grandi industriali a rinunciare a una parte dei loro profitti.

Per ridare fiducia alla classe lavoratrice nella propria forza occorrono uomini e donne che giuochino un ruolo attivo tra i propri compagni di lavoro. Occorrono gruppi di operai con una coscienza politica rivoluzionaria. Militanti che abbiano piena consapevolezza della inconciliabilità di interessi tra capitalisti e lavoratori. La formazione, l’organizzazione, l’educazione di questi gruppi, con metodo e sistematicità è la tappa obbligata per una ripresa del movimento operaio.

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